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25 Febbraio 2026
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Omicidio a Rogoredo: “Cinturrino ha sparato per uccidere”. Il poliziotto resta in carcere

Il Gip di Milano dispone la custodia cautelare per l'assistente capo: ricostruita un'azione omicida deliberata, seguita da 22 minuti di agonia della vittima e dal tentativo di inquinare le prove con una pistola a salve.

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L’assistente capo del Commissariato Mecenate, Carmelo Cinturrino, resta nel carcere di San Vittore. Lo ha deciso il Gip di Milano, Domenico Santoro, che pur non convalidando il fermo per assenza di pericolo di fuga, ha blindato la misura cautelare ravvisando un quadro indiziario granitico. L’accusa è omicidio volontario: la vittima, il ventottenne Abderrahim Mansouri, è caduta sotto un colpo di pistola lo scorso 26 gennaio, nel perimetro degradato del boschetto di Rogoredo.

Una volontà omicida “senza dubbi

Per il giudice, la dinamica non lascia spazio a interpretazioni benevole. Cinturrino non voleva intimorire, voleva colpire a morte. “Le caratteristiche e le modalità dell’azione compiuta dal Cinturrino appaiono chiaramente assistite da un grave quadro indiziario della volontà omicida”, scrive il magistrato nel provvedimento. A pesare sono la letalità dell’arma, l’abilità tecnica dell’agente e, soprattutto, la traiettoria: il proiettile ha centrato il cranio di un uomo che era sostanzialmente in fuga.

Il Gip definisce «deboli ipotesi di difesa» le giustificazioni addotte dall’indagato, secondo cui il giovane pusher avrebbe minacciato di lanciare una pietra da una distanza di 25 metri. A inchiodare l’agente è anche un silenzio lungo 22 minuti: tanto è intercorso tra lo sparo (ore 17.33) e la chiamata ai soccorsi (17.55). In quell’intervallo, Cinturrino avrebbe rassicurato i colleghi mentendo sull’avvenuto allarme al 118, mentre Mansouri lottava ancora tra la vita e la morte, certificata poi solo alle 18.31.

Il delitto e la messinscena

Oltre alla violenza dell’azione, l’ordinanza descrive un inquietante tentativo di alterare la scena del crimine. Cinturrino avrebbe posizionato una pistola a salve accanto al corpo esanime per simulare una legittima difesa. Un piano che ha coinvolto, sotto pressione, anche i colleghi presenti: uno di loro ha riferito di aver temuto per la propria incolumità, sospettando che l’indagato “potesse finanche colpirlo alle spalle”.

Il Gip tratteggia il profilo di un “soggetto non sempre in linea con le regole” e capace di esercitare pesanti condizionamenti sugli altri agenti affinché fornissero versioni distorte dei fatti. “Circostanze assolutamente allarmanti”, che denotano una personalità incline a deviare dalle funzioni d’istituto.

La difesa dell’agente: “Ero nel panico

Durante l’interrogatorio di convalida, Cinturrino ha provato a ridimensionare l’accaduto, pur ammettendo la messinscena: “Ero terrorizzato. Correvo avanti e indietro perché mi sono reso conto di quello che avevo fatto, che avevo fatto un casino… La pistola l’ho posizionata a terra a circa 15 centimetri dal corpo. Serviva a provare a pararmi”.

L’agente ha però negato di aver visto pietre in mano alla vittima e ha respinto le accuse di scarsa collaborazione, tentando di difendere il proprio passato professionale: “Dalla data del mio arruolamento sono stato un poliziotto ben visto, mai preso una sanzione disciplinare, mi hanno riconosciuto titoli, ho avuto sempre la stima di tutti. Non ho mai lavorato con i confidenti. Non ho mai avuto contatti con persone di qualsiasi genere, mai effettuato una telefonata con un marocchino, con una persona che mi potesse compromettere”. Affermazioni che il giudice ha però ritenuto irrilevanti di fronte alla gravità dei fatti di Rogoredo.

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