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25 Febbraio 2026
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Sanremo tra memoria e inciampi: trionfano le icone, scivola la grafica della “Repupplica”

Una prima serata fiume tra nostalgia, politica pop, omaggi e qualche errore tecnico diventato virale. applausi per Baudo, Kabir Bedi e Vessicchio, emozione per Meta e Brancale

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La prima serata del Festival si muove lungo un crinale preciso: la celebrazione della storia televisiva e musicale italiana. Il nome che aleggia su tutto è quello di Pippo Baudo, evocato come architrave simbolica di un Festival che, da decenni, si specchia nel proprio passato per rinnovarsi. Il tributo è totale, quasi programmatico: un riconoscimento implicito al suo ruolo fondativo.

Al timone, Carlo Conti conduce con ritmo serrato una maratona televisiva che procede senza scosse strutturali. Qualche imprecisione nei nomi non compromette una conduzione solida, più funzionale che spettacolare, coerente con l’idea di un Festival “al servizio delle canzoni”.

Ospiti tra nostalgia e carisma internazionale

L’ingresso di Kabir Bedi si trasforma in un piccolo evento. Magnetico, misurato, restituisce all’Ariston una dimensione internazionale. Quando Can Yaman, in segno di rispetto, gli bacia la mano portandola poi alla fronte, il gesto diventa uno dei fotogrammi più condivisi della serata. Bedi, nel suo intervento, lancia anche un appello in difesa delle tigri, riaffermando una sensibilità animalista già espressa pubblicamente in altre occasioni.

Sul versante musicale, Tiziano Ferro celebra i venticinque anni di carriera con parole che l’artista ha pronunciato dal palco dell’Ariston durante la serata inaugurale: “Mi è cambiata la vita grazie a queste persone qui”. Una dichiarazione pubblica rivolta al pubblico presente, nel contesto ufficiale della trasmissione. L’Ariston risponde con una partecipazione evidente.

Standing ovation anche per Peppe Vessicchio, omaggiato con un filmato che ripercorre il suo lungo legame con il Festival. Nel ricordo scorrono anche i nomi di Angela Luce, Tony Dallara, Sandro Giacobbe, Gianni Pettenati e Maurizio Costanzo, citati nel corso dell’omaggio televisivo.

Dalla nave ormeggiata al largo, Max Pezzali trasforma il collegamento in un karaoke collettivo, mentre Laura Pausini alterna momenti di brillantezza a qualche gaffe, mostrando tuttavia una presenza scenica solida e tre cambi d’abito tra i più curati della serata.

L’errore che diventa meme: il caso “Repupplica”

La celebrazione degli ottant’anni della Repubblica italiana, con la partecipazione della signora Gianna Pratesi, assume un tono solenne e insieme popolare. Pratesi ricorda di aver votato per la Repubblica il 2 giugno 1946, spiegando in diretta: “Eravamo di sinistra”, accompagnando la frase con un gesto ironico rivolto ai fascisti. L’intervento, avvenuto nel corso della prima serata del Festival, è stato trasmesso in diretta televisiva.

Tuttavia, la grafica ufficiale inciampa in un refuso che trasforma “Repubblica” in “Repupplica”. L’errore, rapidamente intercettato dai social, diventa materiale virale, offuscando in parte il valore simbolico della celebrazione. Nessuna polemica istituzionale, ma un evidente scivolone tecnico in un contesto celebrativo.

Le canzoni: tra politica, confessione e pop d’autore

Sul fronte musicale, la serata alterna generi e generazioni. Ermal Meta colpisce con “Stella stellina”, una ninna nanna dedicata alle vittime civili di Gaza. Il brano, eseguito con l’oud, assume una dimensione politica esplicita ma trattata in chiave umana. Durante l’esibizione, Meta indossa una camicia con cucito il nome di una bambina palestinese, gesto visibile in diretta televisiva.

Serena Brancale firma uno dei momenti emotivamente più intensi con “Qui con me”, una lettera alla madre scomparsa che si chiude tra le lacrime dell’artista e l’evidente partecipazione della platea.

Nel versante urban e pop contemporaneo, Dargen D’Amico affronta il tema dell’intelligenza artificiale con leggerezza ironica, mentre Nayt scava nell’ansia da social con versi che richiamano la pressione dei “like”. Sayf intreccia cronaca e citazioni politiche, evocando Silvio Berlusconi con la frase “L’Italia è il paese che amo”, già pronunciata dall’ex presidente del Consiglio nel celebre videomessaggio del 1994, qui ripresa nel testo della canzone.

La tradizione melodica trova spazio con Raf, che dedica “Ora e per sempre” alla moglie, brano scritto insieme al figlio Samuele Riefoli, e con Patty Pravo, all’undicesima partecipazione, che porta “Opera” con eleganza controllata.

Tra le performance più energiche, Sal Da Vinci torna all’Ariston dopo diciassette anni con un’esibizione festosa, ricordando pubblicamente il paroliere Vincenzo D’Agostino, scomparso di recente e autore di “Rossetto e Caffè”.

Giovani, ritorni e sperimentazioni

Il cantautorato più giovane si muove tra introspezione e fragilità. Fulminacci convince con una scrittura diretta, Tommaso Paradiso canta la paternità recente, mentre Levante sceglie una dimensione più intima, affidando la forza del brano esclusivamente alla propria voce.

Tra le proposte urban, Luchè, Tredici Pietro e Chiello mostrano sicurezza scenica, nonostante qualche problema tecnico, come il microfono muto che costringe Tredici Pietro a ripartire.

Più controversi alcuni esperimenti pop come quello di Elettra Lamborghini, che punta sulla leggerezza citando Raffaella Carrà, o la collaborazione tra LDA e AKA 7even, che mescola napoletanità e sonorità latine senza trovare pieno equilibrio.

Un equilibrio ancora in costruzione

La prima serata restituisce un Festival che alterna memoria e contemporaneità, omaggi istituzionali e scivoloni tecnici, confessioni intime e citazioni politiche. L’Ariston risponde con partecipazione costante, tra standing ovation e reazioni più misurate.

Il bilancio complessivo evidenzia una direzione chiara: valorizzare la storia del Festival senza rinunciare a intercettare linguaggi nuovi. Gli errori tecnici non hanno inciso sull’andamento generale della serata, che si è svolta regolarmente secondo la scaletta prevista.

*ANSA

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