Ancora una volta la Toscana diventa il fronte più avanzato del dibattito sul suicidio assistito in Italia. Il quarto caso nella regione, il sedicesimo nel Paese dalla storica sentenza della Consulta sul caso Cappato-Dj Fabo del 2019, porta il nome di fantasia di Mariasole, 63 anni, malata da oltre un decennio di una forma severa di parkinsonismo degenerativo.
La donna è morta il 4 maggio nella propria abitazione, dopo l’autosomministrazione del farmaco letale fornito dal Servizio sanitario regionale. Accanto a lei il marito, gli operatori sanitari e il medico di fiducia Paolo Malacarne, già presente nel caso di “Libera”, la donna toscana che a marzo aveva scelto il suicidio assistito dopo una lunga battaglia legale.
“Mi sono sentita defraudata di un diritto”
Negli ultimi anni la malattia aveva progressivamente cancellato ogni autonomia di Mariasole: impossibilitata a camminare e parlare, comunicava attraverso una tastiera con sintesi vocale. Soffriva inoltre di grave disfagia e stipsi cronica e dipendeva in tutto dall’assistenza continua del marito e dei caregiver.
“Mi sono sentita defraudata di un diritto che dovrebbe essere inalienabile – ha dichiarato nelle parole affidate all’associazione Luca Coscioni -. “La cosa più triste è stata la lotta che ho dovuto affrontare insieme alle persone che mi stavano accanto. Nessuno dovrebbe aspettare nella sofferenza davanti a ostacoli burocratici dopo che la propria volontà è stata accertata”.
Il no dell’Asl e la battaglia nei tribunali
La prima richiesta all’Asl era stata presentata nel luglio 2025. Mariasole aveva spiegato di non riuscire più a vivere “una vita degna di questo nome”: non vedeva quasi più, non poteva parlare né muoversi autonomamente, non riusciva a nutrirsi.
Ma l’azienda sanitaria aveva inizialmente negato il via libera, sostenendo che non fosse presente il requisito del “trattamento di sostegno vitale”, uno dei criteri fissati dalla Corte costituzionale per accedere al suicidio assistito.
Secondo quanto riferito dall’associazione Luca Coscioni, il parere del Comitato etico aveva invece riconosciuto tutti i requisiti richiesti. Solo dopo una diffida legale, un ricorso d’urgenza al tribunale di Pisa e l’ulteriore aggravarsi delle condizioni cliniche, la commissione Asl ha cambiato orientamento.
Determinanti, in questo senso, le più recenti sentenze della giurisprudenza costituzionale che hanno ampliato il concetto di sostegno vitale includendo anche l’assistenza garantita dai caregiver e il diritto del paziente a rifiutare trattamenti invasivi come la Peg.
Cappato e Gallo: “Resistenze ideologiche e burocratiche”
Per Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente segretaria nazionale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, il caso di Mariasole dimostra come in Italia il diritto al fine vita continui a scontrarsi con ostacoli amministrativi e politici.
“È stata una battaglia portata avanti con tenacia contro un sistema che ancora oppone resistenze ideologiche e burocratiche – hanno dichiarato – . “L’interpretazione evolutiva del concetto di sostegno vitale è fondamentale: anche l’assistenza dei caregiver e il rifiuto di trattamenti invasivi rientrano nella libertà di scelta della persona sul fine vita”.
Una crepa sempre più larga nel vuoto legislativo
Il caso di Mariasole riaccende così il conflitto irrisolto sul fine vita in Italia: da una parte le decisioni della Consulta che hanno aperto all’accesso al suicidio medicalmente assistito in casi specifici, dall’altra l’assenza di una legge nazionale capace di uniformare procedure e tempi.
Nel frattempo, per chi decide di percorrere quella strada, il diritto continua spesso a trasformarsi in una corsa a ostacoli fatta di attese, ricorsi e tribunali.
*Foto: ANSA








