Nel corso degli anni decine di operazioni antimafia hanno acceso i riflettori sui condizionamenti che i clan calabresi esercitano sull’industria turistica. Nonostante le pressioni dei malavitosi pochissime sono le denunce da degli imprenditori di settore che preferiscono subire ogni tipo di angherie anziché ribellarsi affidandosi alla protezione dello Stato. Gli imprenditori, seppure non parlino per paura, ad alcuni giornalisti (a microfoni spenti) raccontano il loro Calvario fatto di ogni tipo sopruso.
“Abbiamo paura per le nostre famiglie – hanno raccontato alcuni di loro – per questo non “spifferiamo” tutto quello che subiamo. Ci guardiamo bene dal metterci la faccia. Chi ce lo fa fare. Basta guardare alle storie dei tanti testimoni di giustizia della provincia di Vibo Valentia per rendersi conto che certe scelte è meglio non farle. Purtroppo dopo le denunce molti nostri colleghi sono stati emarginati socialmente e si trovano alla canna del gas dal punto di vista economico. Quella fine non la vogliamo fare. Quello che volevamo dire l’abbiamo detto ad un giornalista. Adesso sta agli investigatori, attraverso intercettazioni e pedinamenti, fare luce sulla nostra denuncia anonima a mezzo stampa”.
Racket, usura e forniture imposte
Gli operatori turistici calabresi e in particolare vibonesi subiscono una massiccia pressione criminale da parte della ‘ndrangheta, che movimenta centinaia di milioni di euro nel settore e genera una concorrenza sleale che mette a rischio decine se non centinaia di imprese sane. Le cosche soffocano l’imprenditoria attraverso il racket, l’usura e l’imposizione di forniture.
Le richieste di pizzo colpiscono sistematicamente villaggi turistici, lidi balneari e discoteche, spesso finalizzate al sostentamento delle ndrine e delle famiglie dei detenuti. La criminalità impone la gestione di servizi collaterali (forniture, personale, vigilanza, lavanderie, noleggio attrezzature) all’interno delle strutture ricettive. Le cosche riescono ad accaparrarsi i lavori di costruzione, manutenzione e fornitura di beni e servizi per i complessi turistici, estromettendo le ditte che operano nella legalità.
Il peso della concorrenza sleale
Si stima che oltre 350 imprese turistiche calabresi su un totale di circa 2000 siano a forte rischio fallimento a causa della morsa mafiosa e dei costi della criminalità. Il reimpiego di capitali illeciti consente alle strutture controllate dalle cosche di praticare politiche di prezzo e dumping insostenibili per gli operatori onesti. La percezione di un territorio fortemente condizionato dalla criminalità frena gli investimenti e scoraggia il turismo, impoverendo l’indotto locale.
Le operazioni della Dda sulla Costa degli Dei
La Direzione Distrettuale Antimafia porta regolarmente a segno importanti operazioni (come le inchieste Imponimento, Maestrale-Carthago, Imperium, Olimpo altri blitz messi a segno sulla Costa degli Dei) che hanno portato al sequestro preventivo di diversi villaggi turistici e società di gestione riconducibili agli esponenti dei clan.
Il silenzio degli operatori e il ruolo dello Stato
La situazione attuale potrebbe cambiare. Certamente non con l’aiuto diretto degli operatori turistici i quali parlano, per paura, sottovoce. Capita spesso che affidino le loro esternazioni alla stampa che fa da cassa di risonanza.
In questa situazione drammatica l’unica speranza di riscatto del territorio vibonese passa dal rafforzamento dell’azione repressiva di magistratura e forze dell’ordine che hanno i mezzi investigativi per mettere al muro le consorterie mafiose scatenate sulla Costa degli Dei. Se non c’è la collaborazione diretta degli “oppressi” dalla criminalità, lo Stato (in questo caso rappresentato dall’intero comparto repressivo) deve affinare il lavoro di intelligence già molto utilizzato sulla provincia di Vibo Valentia.








