In queste ultime settimane alcuni atti emanati dal direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Cosenza, nonché commissario dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza, stanno cambiando i connotati al servizio sanitario erogato sul territorio, quello pubblico. Il tutto – parrebbe – sotto le spoglie di un principio di fusione tra le due aziende. E con ovvio discapito, come vedremo, della provincia a vantaggio del capoluogo.
I fatti sono due. Partiamo da quello meno impattante, solo in apparenza.
Vitaliano De Salazar è direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza e, dal gennaio 2026, ricopre ad interim anche la carica di commissario straordinario dell’Asp, la più grande azienda sanitaria della Calabria. Com’è noto lo ha nominato Roberto Occhiuto, presidente della Regione e già commissario ad acta alla sanità, con un atto che dichiara l’obiettivo: garantire alle due aziende un “indirizzo unitario e coerente”. De Salazar, insediandosi, è stato ancora più esplicito, definendo la direzione unica fra ospedale e territorio un’opportunità che “anticipa una riforma allo studio del Parlamento”.
Non è solo una formula. Nell’organigramma dell’Asp figurano già dipartimenti interaziendali condivisi con l’ospedale, dall’emergenza al materno-infantile. L’integrazione, insomma, è in corso. La prima domanda, allora, è legittima: con queste premesse, siamo davvero certi che Occhiuto non stia accompagnando Asp e Azienda Ospedaliera verso la fusione? Due atti recenti — un regolamento e un protocollo — si leggono benissimo come tappe di quel percorso.
Lo spoil system travestito da regolamento
Il primo è la delibera n. 763 del 29 maggio 2026, che riscrive le regole per il conferimento degli incarichi di Direzione di Dipartimento. Il cuore della modifica sta in due parole: il direttore di dipartimento viene nominato “su base fiduciaria” dal direttore generale. Spariscono le valutazioni comparative, i curricula, gli indicatori di performance, i parametri oggettivi. Resta la fiducia. Niente merito.
C’è di più, ed è il passaggio che pesa. Gli attuali direttori di dipartimento — alcuni titolari di un contratto — vengono lasciati “in carica sino a nuova determinazione“, in attesa di un nuovo giro di nomine governato dalle regole appena cambiate.
Il rischio denunciato dai contestatori è che il nuovo impianto apra la strada a nomine percepite come fedeli alla direzione, senza alcun merito da dimostrare. Il regolamento, per giunta, apre ai dipartimenti interaziendali, così che a guidare le direzioni dell’Asp possano arrivare anche dirigenti dell’ospedale. Lo schema della fusione, di nuovo.
Nelle premesse dell’atto si cita una sola spinta, una nota interna della Direzione Generale: del confronto con i sindacati non resta traccia.
Tre voci che mettono in guardia
Sul provvedimento si sono già abbattute tre contestazioni convergenti. La Fedir, federazione dei dirigenti pubblici, il 15 giugno ha diffidato l’Asp chiedendo la revoca immediata della delibera: adottata senza alcun confronto sindacale, sarebbe nulla. E introdurrebbe una logica di “spoil system” e uno “sviamento di potere” non consentiti dall’ordinamento. Il sindacato si è riservato ogni azione legale.
L’avvocato Maximiliano Granata, con l’associazione Legalità Democratica, ha richiamato l’articolo 97 della Costituzione: la discrezionalità del vertice non può trasformarsi in arbitrio, e la fiducia può accompagnare una nomina ma non sostituire il merito. Il dettaglio che lo insospettisce è la tempistica: il regolamento cambia e, subito dopo, si annunciano nuove nomine.
Il consigliere regionale Francesco De Cicco ha messo la questione sul piano che conta per i cittadini: depotenziare il merito nella scelta di chi guida reparti e dipartimenti significa incidere sulla qualità delle cure. Giocare, ha detto, sulla pelle della gente.
Il pronto soccorso che paga l’Asp
Il secondo atto è la presa d’atto, l’8 giugno, del Protocollo PUAP, il Punto di Assistenza Urgenza di Prossimità siglato il 28 maggio tra le due aziende. È, in sostanza, una specie di pronto soccorso parallelo collocato dentro l’Annunziata, pensato per smaltire i codici minori e alleggerire l’accesso. Obiettivo sensato. Conti, molto meno.
La ripartizione è scritta nel protocollo.
L’Azienda Ospedaliera mette i locali, le attrezzature, la cartella clinica elettronica, l’aggancio al proprio pronto soccorso. L’ASP mette il personale — 8 medici, 12 infermieri, 8 operatori socio-sanitari — e ne sostiene i costi.
Ogni medico e ogni euro che l’azienda territoriale impegna in una struttura che vive nell’ospedale del capoluogo è un medico e un euro che non arrivano altrove: agli spoke di Castrovillari, Corigliano-Rossano e Cetraro-Paola, agli ospedali di zona disagiata, alla rete che dovrebbe tenere in piedi la sanità della provincia. In un’azienda sotto piano di rientro dal 2010, dove ogni risorsa è contesa, non è una sottigliezza ragionieristica: è una scelta di campo.
La domanda che resta
Restano due fatti e due domande.
I fatti: le regole delle nomine ora premiano la fiducia, e il territorio finanzia un servizio dentro l’ospedale del capoluogo.
La prima domanda: se Asp e Azienda Ospedaliera marciano davvero verso un’unica direzione, chi ha deciso che la sanità della provincia debba diventare un’appendice di Cosenza città?
La seconda: Azienda zero è nota, la fusione tra Asp e Ao come esperimento appare già negli atti. È il primo passo verso un’unica azienda sanitaria regionale? Per ora, a rispondere, c’è una sola firma.












