Prima dei reparti, prima dei numeri, ci sarebbe una cornice dentro cui leggere tutto il resto. Ed è proprio quella a mancare. L’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza riorganizza la sanità del territorio senza un atto aziendale aggiornato, e continua a muoversi su quello varato nel 2017: nove anni e una pandemia fa. Era il documento che recepiva le prescrizioni di Massimo Scura, all’epoca commissario ad acta del Piano di rientro.
Da allora la rete ospedaliera regionale ha cambiato pelle. Il documento che dovrebbe tradurla in strutture, posti letto e organici, no: è rimasto al palo. Persino la delibera 836 del 17 giugno, quella che promuove il Punto di primo intervento di Cariati a Pronto soccorso, poggia su quell’impianto del 2017.
Sembrano cavilli azzeccagarbugli ma non lo sono, secondo i sindacati e le parti sociali. Senza un atto aziendale approvato, la dotazione organica resta inchiodata alle strutture che già esistono e ai posti letto effettivamente attivi. Il personale finanziato è quello, tarato sull’oggi e non sulle promesse di domani. Dovrebbe funzionare tutto a cascata, ma se una struttura nuova non compare in quell’atto, resta da capire con quali fondi correnti si paghino i medici e gli infermieri chiamati a farla funzionare.
Servirebbe, probabilmente, una deroga della Regione, che non è esattamente una delibera aziendale. È il punto su cui proprio i sindacati e addetti ai lavori battono il pugno.
Corigliano-Rossano, lo spoke che si regge per inerzia
Andiamo ai fatti. Lo Spoke di Corigliano Rossano copre l’intera Sibaritide: un bacino di oltre 250mila abitanti, 80mila nella sola città, destinati quasi a raddoppiare d’estate con i flussi turistici. Sono i due presìdi che dovrebbe accompagnare il personale nel futuro ospedale della Sibaritide. Eppure, oggi si reggono solo sulla buona volontà dei singoli più che su un organico adeguato.
Molti reparti rischiano il collasso. La Pediatria è in allarme rosso: da anni sopravvive grazie a una cooperativa che pare sia rimasta a lungo senza pagamenti, e il contraccolpo si è sentito, perché non tutti i medici accettano di coprire turni a oltranza.
Più seria ancora dell’unità operativa complessa di Anestesia e Rianimazione: a una pianta organica già scarna si sommano le defezioni del personale cubano che ha lasciato la missione. I turni non tengono più i ritmi di prima, al punto che la Chirurgia del Giannettasio rischia cancellare gli interventi programmati per mancanza di anestesisti.
La Ginecologia si appoggia quasi per intero ai medici cubani. La Cardiologia con Utic è in sofferenza, e l’elettrofisiologia tira avanti soltanto grazie alla dedizione del primario Silvana De Bonis e dei suoi collaboratori.
L’Ortopedia, infine: con il trasferimento a Castrovillari dell’ex primario facente funzioni, Arturo Celestino, il servizio è andato in cortocircuito, e quando scatteranno le ferie estive del personale cubano garantire i turni sarà un’impresa da titani.
Nel frattempo, altre risorse vengono drenate dall’Azienda sanitaria provinciale verso l’Azienda ospedaliera, quindi verso una sorta di secondo Pronto soccorso che dovrebbe aprire all’ospedale di Cosenza.
E se questo è lo stato di salute di due ospedali, lo spoke bicefalo di Corigliano-Rossano, l’ospedale della Sibaritide rischia di aprire soltanto sulla carta.
Cariati, il Pronto soccorso annunciato e la coperta corta
C’è poi l’ospedale di Cariati, “riaperto” a furor di popolo dopo l’occupazione de Le Lampare. Il “Vittorio Cosentino” è tornato in servizio come presidio di zona disagiata, e i numeri del suo punto di primo intervento lo certificano: quasi 12mila prestazioni nel 2025, oltre 4.200 nei primi cinque mesi del 2026, un bacino potenziale di 70mila persone tra Basso Ionio cosentino, Alto Ionio crotonese e Sila Greca.
La delibera 836 dell’Asp promette di promuoverlo a Pronto soccorso, con diagnostica h24, specialistica, rianimazione e stabilizzazione.
Sulla carta, appunto. Perché un Pronto soccorso vero pretende qualcuno che ci lavori, e a Cariati di anestesisti in servizio non ce n’è l’ombra.
Resta così appeso il dubbio su chi coprirà le emergenze cardiologiche e la rianimazione, e su come verrà assicurata la diagnostica di laboratorio. Servono dodici medici, almeno una dozzina di infermieri e personale oss — questi i requisiti minimi per autorizzare l’apertura di un Pronto soccorso secondo la legge regionale 24/2008 — figure che mancano, mentre all’orizzonte non si scorge nemmeno l’avvio delle procedure selettive per reperirle.
Senza quegli uomini, il “nuovo” Pronto soccorso non sposterà di una virgola ciò che è adesso: un punto di primo intervento.
Il rischio è il più “telefonato” di tutti: tamponare Cariati svuotando Corigliano Rossano. Non a caso la delibera lega funzionalmente il nuovo Pronto soccorso allo Spoke di Corigliano-Rossano, e ne affida organizzazione e gestione ai direttori del presidio di Corigliano-Rossano-Acri, sotto cui è stato accorpato l’intero comparto. È la fatidica coperta corta, la tiri da un lato e scopri l’altro. Lo conferma il bando di mobilità interna del 4 giugno, che cerca infermieri e oss già in servizio nell’azienda disposti a trasferirsi a Cariati: cioè lo stesso personale che manca altrove
Il capitolo casa di comunità
Sempre a Cariati si apre poi il capitolo “Casa di comunità”, con la delibera che dovrebbe consegnarla da un momento all’altro. Il problema, anche qui, non cambia: senza personale a mutare sarà solo l’etichetta, da poliambulatorio a Casa di comunità. Una spolverata di cipria sul nome. Si cambia il nome per non cambiare nulla, alla gattopardesca maniera, con l’aggravante che a Cariati i fondi delle Case di comunità la Regione li aveva già dovuti rimodulare nel 2023, per il mancato rispetto delle tempistiche di passaggio tra i due cicli di programmazione europea.
Il dubbio che resta
Il filo che tiene insieme Corigliano Rossano e Cariati e la sanità ionica in senso più ampio è sempre quello: si annuncia, si delibera, si riorganizza, ma manca la base che dovrebbe sorreggere l’intera impalcatura, l’atto aziendale aggiornato ed il personale. In assenza, una delibera che istituisce un Pronto soccorso somiglia più a un fumo negli occhi per blandire le richieste legittime di un territorio che a una programmazione vera, come spiegano proprio Le Lampare in un recente comunicato stampa.
Domandina finale. È davvero questa la sanità programmata?









