Il 6 marzo 2030. È la data di un’udienza che, per Antonello Talerico, fotografa lo stato di salute della giustizia italiana meglio di qualsiasi relazione di apertura dell’anno giudiziario.
Un rinvio di quattro anni, con il rischio concreto che il procedimento si esaurisca per intervenuta prescrizione prima ancora di arrivare a una decisione nel merito. “Udienza rinviata al 6 marzo 20230!“, scrive il consigliere regionale sui social, per poi chiedersi “se questa non è denegata giustizia“.
La denuncia
A pronunciarla non è un osservatore di passaggio. Talerico è avvocato cassazionista e presidente del Consiglio dell’Ordine distrettuale degli Avvocati di Catanzaro, oltre che consigliere regionale eletto con Forza Italia nella circoscrizione Centro: le aule le frequenta da professionista, prima che da politico. La sua è la voce di chi misura ogni giorno la distanza tra il diritto scritto e il diritto esigibile.
Il bersaglio è proprio quella distanza. “Alle cerimonie ci raccontano una riduzione dell’arretrato ed un miglioramento dei servizi“, incalza Talerico, mettendo in fila l’ottimismo dei discorsi ufficiali e la cruda contabilità del calendario.
Un rinvio al 2030 significa che, tra il deposito degli atti e la prima udienza utile, possono trascorrere più anni di quanti ne serve a una matricola per laurearsi.
I tempi e la prescrizione
Il nodo giuridico ha un nome preciso: ragionevole durata del processo, principio inciso nell’articolo 111 della Costituzione e sanzionato, sul versante civile, dalla legge Pinto sull’equo indennizzo.
Quando la durata diventa irragionevole nel penale, però, il conto lo paga la pretesa di giustizia stessa: il reato si prescrive, il processo si chiude senza accertamento, la vittima resta senza risposta e l’imputato senza una sentenza che lo assolva o lo condanni. Un’udienza fissata a quattro anni di distanza sposta l’ago verso quel precipizio.
C’è poi il contrasto con la narrazione istituzionale. La riduzione dell’arretrato giudiziario figura tra gli obiettivi che l’Italia si è impegnata a centrare con il Pnrr, e ogni anno i dati di smaltimento vengono esibiti come trofei.
Talerico oppone a quelle slide un singolo numero, una data, che vale più di una statistica aggregata: il 6 marzo 2030.
Il doppio fronte
L’affondo si chiude allargando il campo dalla sola giustizia a un secondo servizio che il consigliere, esperto di responsabilità medica e diritto sanitario, conosce bene. “Uno Stato senza giustizia e senza sanità è uno stato che ha fallito!”, scrive.
Due diritti, due tempi d’attesa, una stessa misura del fallimento. La domanda che resta sul tavolo è elementare: quanto può durare uno Stato che rinvia al 2030 ciò che dovrebbe garantire oggi?










