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11 Giugno 2026
11 Giugno 2026
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Catanzaro si ribella e sfida la Regione: “Il Pugliese non si tocca”. Cinquemila firme contro l’ospedale a Germaneto

Il comitato civico presenta il piano alternativo: rigenerare il presidio storico, creare parcheggi, nuova viabilità e collegamento con il Parco. “No a nuovo cemento e allo svuotamento della città”

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I faldoni con oltre cinquemila firme cartacee sono finiti sul tavolo della Sala Concerti di Palazzo De Nobili come un messaggio plastico alla politica: Catanzaro non vuole assistere in silenzio allo svuotamento del suo storico presidio ospedaliero. Non una raccolta simbolica, ma la prima mossa pubblica del neonato comitato spontaneo “L’ospedale al Pugliese”, nato per dire no all’ipotesi di costruire un nuovo ospedale altrove e per rilanciare invece un progetto di rigenerazione urbana e sanitaria dell’attuale Pugliese-Ciaccio.

La sala del Comune era piena. Medici, professionisti, commercianti, cittadini, rappresentanti della società civile. Sullo schermo scorrevano le tavole progettuali, i rendering, le ipotesi tecniche. Sul tavolo, accanto ai relatori, il peso fisico delle firme raccolte in città. Un’immagine che riassume il senso dell’iniziativa: difendere il Pugliese non come reliquia del passato, ma come pezzo decisivo del futuro di Catanzaro.

Il comitato: “Siamo lontani mille miglia dai partiti”

A mettere subito i paletti è stato l’avvocato Antonio Ludovico, portavoce del comitato, che ha rivendicato il carattere civico dell’iniziativa. “Questo è un comitato assolutamente civico, lontano mille miglia dai partiti”, ha scandito, spiegando che la mobilitazione nasce dalla “profonda preoccupazione di una comunità che rischia di essere spogliata della sua storia”.

Il riferimento è all’incarico affidato dalla Regione al Politecnico di Milano per lo studio sull’allocazione del nuovo ospedale. Una scelta che il comitato contesta non solo nel merito, ma anche nel metodo. Per Ludovico l’idea che siano tecnici esterni a decidere il destino sanitario e urbanistico del capoluogo rappresenta una ferita istituzionale. “Pare che il presidente della giunta regionale abbia demandato ai milanesi la decisione su dove allocare il nuovo ospedale. Lo riteniamo una totale mancanza di rispetto per il Capoluogo e per le eccezionali professionalità che operano qui”.

Il comitato non si limita a dire no. Presenta una controproposta: mantenere il Pugliese nella sua sede storica, potenziarlo, ristrutturarlo, renderlo più accessibile e integrarlo con le altre strutture sanitarie cittadine, senza mortificare la Dulbecco e senza aprire nuove colate di cemento nella zona di Germaneto.

Il Pugliese come identità sanitaria della città

Nel racconto di Ludovico il Pugliese non è soltanto un ospedale. È una parte della memoria collettiva di Catanzaro. “Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, il Pugliese era un’eccellenza assoluta dove arrivavano pazienti da tutta la Calabria e oltre”, ha ricordato, citando figure storiche della medicina catanzarese come i dottori Lanza, Rocca, De Lellis e Muscolino.

Da qui la critica al silenzio delle istituzioni cittadine. Secondo il portavoce del comitato, il Consiglio comunale e la politica attiva dovrebbero occuparsi “giorno e notte” di una partita che non riguarda solo la sanità, ma il destino stesso del capoluogo.

Il rischio indicato dal comitato è chiaro: svuotare il Pugliese significherebbe colpire almeno quattro o cinque quartieri della zona nord, deprezzare il patrimonio immobiliare, indebolire le attività commerciali, desertificare un pezzo di città già fragile. Non solo un trasloco di reparti, dunque, ma un possibile colpo al tessuto economico e sociale.

“No alle cementificazioni selvagge”

Il paragone richiamato da Ludovico è quello con la battaglia sullo stadio Nicola Ceravolo, quando si discusse dell’ipotesi di spostarlo a Germaneto. “Siamo di fronte a una continuità di visione con la battaglia che vincemmo per il Nicola Ceravolo”, ha detto. Anche allora, secondo il comitato, la città seppe opporsi a un’idea di delocalizzazione considerata dannosa. “Oggi come allora diciamo no alle cementificazioni selvagge”.

Nel mirino c’è soprattutto l’idea che ogni grande problema calabrese debba essere risolto con una nuova opera, un nuovo cantiere, una nuova promessa. Ludovico ha ricordato il caso di Vibo Valentia, dove la prima pietra del nuovo ospedale è stata posata undici anni fa e l’opera è ancora attesa da sedici anni. Stesso richiamo per la Sibaritide e Gioia Tauro. La domanda posta dal comitato è brutale: i cittadini vedranno mai davvero una nuova struttura?

Il progetto tecnico: “Non difendiamo un nostalgico campanile”

A illustrare il piano è stato l’architetto Christopher Cavur, referente tecnico del comitato, che ha provato a spostare il confronto dal terreno emotivo a quello urbanistico e finanziario. “Non difendiamo un nostalgico campanile, ma proponiamo una visione”, ha spiegato.

La base del ragionamento è il principio della cosiddetta “soluzione zero”, cioè la valutazione del recupero dell’esistente prima di consumare nuovo suolo. Una strada che, secondo Cavur, sarebbe non solo possibile ma coerente con le più moderne esperienze europee.

L’architetto ha citato modelli nazionali e internazionali: il nuovo Policlinico di Milano con il tetto-giardino, il Sant’Orsola di Bologna, il campus di Parigi firmato da Renzo Piano. L’idea di fondo è che in Europa la sanità non venga espulsa dai centri urbani, ma integrata con la città. “Spostarsi in periferia è un errore”, ha sostenuto Cavur, richiamando anche il caso della Toscana, dove quattro nuovi ospedali realizzati in project finance avrebbero svuotato i centri storici e generato costi elevati.

Parcheggi, viabilità e Parco della Biodiversità

Il cuore del progetto presentato dal comitato ruota attorno a tre interventi principali. Il primo riguarda la realizzazione o rimodulazione di un grande parcheggio multipiano, con una capienza indicata tra 850 e 1000 posti, pensato per servire non soltanto l’ospedale ma anche il quartiere Stadio e l’area del Ceravolo. Una soluzione che potrebbe essere sostenuta attraverso project financing, con un costo stimato in circa 12 milioni di euro.

Il secondo intervento riguarda il collegamento con il Parco della Biodiversità, immaginato come parte di un campus sanitario e terapeutico. Non più un ospedale chiuso su se stesso, ma una struttura connessa a un polmone verde urbano, attraverso un collegamento pedonale e visivo stimato in circa 15 milioni di euro.

Il terzo asse è quello della viabilità: una bretella stradale di circa 5 chilometri, dal costo stimato in 60 milioni di euro, che partendo dall’uscita De Sanctis a Materdomini collegherebbe il Pugliese a Germaneto in meno di otto minuti, bypassando l’imbuto della galleria Sansinato. Una soluzione pensata per rispondere a una delle principali obiezioni mosse al mantenimento dell’ospedale nell’attuale sede: l’accessibilità.

Gli investimenti già programmati: “Perché ristrutturare ciò che si vuole abbandonare?”

A rafforzare la tesi del comitato è intervenuta anche la dottoressa Luciana Carolei, medico legale ed esponente del movimento civico, che ha richiamato gli investimenti già programmati o in corso sul Pugliese-Ciaccio. Secondo quanto illustrato, nel Programma triennale dei lavori pubblici 2025-2027 sarebbero previsti interventi per oltre 80 milioni di euro.

Il punto politico e finanziario è evidente: se il presidio è destinato a essere abbandonato, perché continuare a investire risorse pubbliche per ristrutturarlo? “Spendere denaro pubblico per rifare i bagni e la cucina di una casa che vogliamo abbandonare tra poco va contro ogni logica finanziaria”, ha osservato Carolei.

Tra gli interventi richiamati figurano lavori su geriatria, pediatria, chirurgia vascolare, pronto soccorso e altri reparti. Una mole di investimenti che, secondo il comitato, dimostra come il Pugliese non sia affatto una struttura da archiviare, ma un presidio da rigenerare.

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