Il prestito più lungo della storia amministrativa calabrese. Così si potrebbe definire la faccenda. Che Flavio Stasi utilizza per rimettere il dito nella piaga, il nuobvo decreto che stabilisce quale comune sia montano e quale no, con annessa perdita di benefici fondamentali per le comunità calabresi in “quota”.
E parte dal 1957 quando i Comuni di Rossano e di Corigliano Calabro prestano alla Regione le proprie foreste. Servivano rimboschimenti, sistemazioni idraulico-forestali, opere di conservazione del suolo: cose sensate.
Il prestito, scritto nero su bianco, sarebbe dovuto durare dieci anni. Ne sono passati sessantanove.
“Non tutti sanno che per ottenere la restituzione di circa 1400 ettari di foreste montane comunali nel 2022 abbiamo dovuto avviare una causa contro la Regione Calabria”, scrive il sindaco Flavio Stasi sui social.
“L’occupazione era iniziata nel 1957”, racconta. Poi l’epilogo, che la dice lunga sui rapporti tra enti in questa regione: “Vista la causa (e la richiesta di risarcimento), la Regione il 19 luglio 2022 ha sottoscritto con noi un accordo transattivo, avviando la consegna delle nostre foreste”, svela il sindaco
Sessantacinque anni di lettere senza alcun risultato. Dierto ci cela una certa filosofia dell’amministrazione pubblica meridionale racchiusa in questo dettaglio che è quasi drammatica.
Milleduecento contro Duemilaventisei
In quei terreni insistono i Giganti di Cozzo del Pesco. Centodue castagni monumentali nel cuore della Sila Greca, alcuni con dodici metri di circonferenza alla base e il tronco cavo abbastanza largo da ospitare più persone. I primi risalgono alla seconda metà del 1200, piantati dai monaci basiliani del Pathirion, che ne facevano farina e pane e li usavano come moneta di scambio.
Sopravvissuti a sette secoli di storia europea, oggi Oasi del Wwf Corigiano Rossano Calabria Citra – certamente un’area da visitare – negli ultimi anni hanno iniziato a cadere per abbandono.
L’accordo del 2022 ne imponeva il risanamento. Ora Stasi annuncia la chiusura di quei lavori: “Tra qualche settimana, dopo tanto lavoro, quando saranno terminati i lavori di risanamento dei Giganti del Cozzo del Pesco che abbiamo preteso nell’accordo, questo percorso sarà terminato ed avvieremo quello più importante: la valorizzazione del nostro patrimonio boschivo”.
Il seguito è la parte politicamente più interessante.
“Il nuovo Piano riguarderà quasi 3.000 ettari dell’Ente Comunale”, spiega il sindaco, aggiungendo che dentro i confini comunali il bosco è molto più esteso tra proprietà private, altri enti e Parco Nazionale.
“Sarà dunque un Piano importante su uno dei patrimoni comunali più significativi della Calabria e del Mezzogiorno, con il quale intendiamo mettere in sicurezza la montagna, valorizzare i boschi, creare occupazione ed economia”, spiega ancora Stasi.
Tra l’altro ci sono terreni – in quell’area – gravati da uso civico: appartengono alla collettività, non si vendono, non si trasferiscono.
La montagna secondo io nuovo altimetro
E mentre accadeva tutto questo, Roma ha stabilito per regolamento dove si trovi la montagna italiana. Il DPCM 11 maggio 2026, n. 121, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 7 luglio, dal 22 luglio ridisegna la mappa nazionale sulla base di altitudine e pendenza.
Stasi lo definisce “l’ennesima ‘schiforma’, un modo per fare cassa visto che questi comuni sono beneficiari di sgravi per l’economia locale”.
E il conto lo fa lui: “Ovviamente il Comune di Corigliano Rossano, con qualcosa come 8 mila ettari di foreste montane, non sarà più “Comune Montano” insieme ad altri 26 comuni calabresi, 28 comuni pugliesi, 102 comuni sardi, mentre lo saranno comuni col giardino della chiesa in montagna (+49 in Piemonte, +17 in Lombardia), ovviamente nel totale silenzio della Giunta Regionale e delle rappresentanze calabresi”.
Il meccanismo è aritmetico ed i numeri non sono appellabili: la fusione del 2018 – ma non ce n’era bisogno in questo caso a misura di altimetro perchè i confini di Rossano e Corigliano marcano il Parco nazionale della Sila – ha messo insieme la costa ionica, la piana del Crati e le alture della Sila Greca oltre i mille metri, e la media ha fatto il resto.
Cosenza – ad esempio – capoluogo di fondovalle, entra nel nuovo elenco di comuni montani. Corigliano Rossano, che ha un castagneto del 1200 a mille metri di quota, invece, ne esce.
Un castagno piantato dai basiliani vale, insomma, meno di una media ponderata calcolata a Roma, e il paradosso non riguarda soltanto i soldi ma anche chi ha il diritto di dire che cosa è un territorio.
“In questa terra c’è chi lavora per costruire e chi distrugge”, chiude il sindaco.
Quello che Calabria7 ha anticipato a marzo
C’è però un capitolo che riguarda chi doveva.
Il 30 marzo 2026, quattro mesi prima che il decreto entrasse in vigore, Calabria7 ha pubblicato l’intera mappa della nuova classificazione calabrese, comune per comune.
L’inchiesta partiva dai criteri autorizzati dal Consiglio dei ministri il 18 febbraio e ricostruiva il saldo regionale: 283 comuni montani nell’elenco storico, 256 nella nuova classificazione, cinquanta uscite e ventitré ingressi. Numeri che il testo definitivo, uscito in Gazzetta a luglio, ha poi confermato.
Il pezzo elencava anche i nomi, e i nomi contavano più delle percentuali. Fuori i comuni arbëreshë della Sibaritide, San Demetrio Corone, San Cosmo Albanese, Santa Sofia d’Epiro, insediati su quelle colline dal Quattrocento. Fuori Bisignano, San Marco Argentano, Scala Coeli, Cropalati, Caloveto, paesi aggrappati alle propaggini della Sila Greca.
Fuori, ancora, Gerace, borgo medievale a cinquecento metri sullo Ionio. Dentro Cosenza e la sua cintura periurbana, Castrolibero, Zumpano, Castiglione Cosentino.
Anche Crotone ha perso sette comuni senza guadagnarne uno.
L’articolo spiegava già allora perché non si trattasse di un titolo onorifico: dalla classificazione dipendono la quota del fondo per le montagne, lo status di scuola di montagna con le deroghe sul numero degli alunni, i crediti d’imposta per i medici e per il personale scolastico che si trasferiscono, le agevolazioni per chi apre un’impresa o compra casa in quota. Per un paese di ottocento abitanti la differenza passa dal tenere aperta o chiudere la pluriclasse.
Certamente non bazzecole.
Dalla pubblicazione all’entrata in vigore sono trascorsi quasi quattro mesi. Nessuna presa di posizione pubblica della Giunta regionale sui criteri risulta agli atti in quel periodo, e nessuna iniziativa formale delle rappresentanze parlamentari calabresi. Il decreto è entrato in vigore il 22 luglio senza che dalla Cittadella arrivasse una riga.
Restano due domande. La Regione ha mai formalizzato osservazioni su un provvedimento che espelle ventisette comuni calabresi dalla montagna, o ha preferito non litigare con Roma?
E adesso che le spetta decidere come ripartire la quota regionale del fondo, intende tenere dentro chi il decreto ha lasciato fuori?












