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14 Aprile 2026
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La terrazza catanzarese di Sandro Pertini e quella pipa “calabrese” regalata dalla Regina Elisabetta

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I presidenti della Repubblica italiana, da De Nicola a Mattarella, sono stati dodici. Quattro di essi, De Nicola (capo provvvisorio), Gronchi, Segni e Leone (questi due ultimi hanno lasciato il mandato, per motivi diversi, in anticipo), non sono mai venuti in Calabria. Gli altri, Einaudi, Saragat, Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella, si.

Pertini a Brognaturo e la pipa regalata dalla Regina Elisabetta

L’argomento Quirinale torna d’attualità dopo l’uscita dell’ultimo libro di Michela Ponzani, “Caro presidente, ti scrivo – La Storia degli italiani nelle lettere al Quirinale” (Einaudi, 2024). Attraverso le lettere custodite presso l’Archivio storico della Presidenza della Repubblica, l’autrice rilegge con attenzione alcuni momenti chiave della storia del Novecento italiano, raccontandoli grazie al filtro delle lettere. Tra reportage, cronache, commenti e aneddoti rimane impressa ancor’oggi la presenza di Pertini a Brognaturo nelle Serre calabresi durante una visita ufficiale che fece nel 1982; lì si trova il laboratorio artigianale della famiglia Grenci che disegna e produce pipe di qualità. Uno dei suoi più affezionati clienti era proprio Sandro Pertini. Al punto che, quando, dal 22 al 24 febbraio 1984, il Nostro presidente fece visita alla Regina Elisabetta ricevette in dono da Lei una pipa. Ringraziò rispondendo: “In visita in Inghilterra, la regina Elisabetta mi diede in regalo una pipa Dunhill, l’ho ringraziata ma le ho anche detto che la radica di quella pipa viene dalla Calabria”. L’episodio l’ha raccontato lo stesso Pertini durante la visita a Catanzaro sul terrazzo del San Giovanni che oggi porta il suo nome.

Ritornando all’amarcord epistolario citiamo “Lettere dalla Calabria” (Rubbettino, 2008), un saggio di Astolphe De Custine, viaggiatore e scrittore francese. In esso viene raccontato come la Calabria del 1812 era una terra sospesa tra crudeltà e miseria, ira, incanto e paura, dove gli uomini rifiutano le “illusorie consolazioni del progresso”, felici di riconoscere e di vivere solo la natura. De Custine traccia nelle sue lettere un affresco della regione, filtrato dalla sua formazione romantica, e dipinge il “vero”.

“È il vero – si legge -, nella Calabria di quel tempo, erano le incredibili difficoltà del viaggio, la mancanza dei muli, l’assenza di strade carrozzabili”. Una terra che vomitava “sulla sua superficie una legione di demoni”, esposta ad ogni sopruso e ad ogni dominazione, dove l’uomo viveva nell’anarchia, senza nessun rispetto per le più elementari regole della convivenza civile, con la sua selvatichezza rimasta immutata nei secoli, e che tuttavia assume per de Custine un’aura magica e languidamente malinconica, suggestionata forse dal suo disagio esistenziale, quel male di vivere che lo aveva segnato fin dall’infanzia “…L’aspetto di tutta la zona è selvaggio e triste. In queste campagne ricche di storia si vede un genere di desolazione e di sterilità che non appartiene ad esse. Contemplando l’opera del tempo si può notare anche quella dell’uomo. Col tempo la terra è diventata sterile sotto i passi dei soldati ed è inutile che il contadino pianti le sementi in solchi saturi di sangue”. Le lettere che la Ponzani riporta alla luce non sono poi così diverse.

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