La promessa di restituire lo scettro agli elettori rischia di trasformarsi in un raffinato gioco di prestigio politico. Da un lato si sbandiera il ritorno delle preferenze per i cittadini, dall’altro si blindano le segreterie dei partiti e si trasforma la Calabria in un immenso e dispersivo bacino elettorale. È questo il cortocircuito della nuova bozza di legge elettorale spinta dall’emendamento della maggioranza di governo. Un meccanismo che, “sotto la seducente patina della democrazia diretta, nasconde insidie ben più profonde”, secondo l’ex consigliere regionale Giuseppe Giudiceandrea, avvocato civilista, tesoriere nazionale di avvocato di Strada odv.
Il finto potere di scelta: le regole del gioco
La riforma, che ha incassato il via libera in commissione Affari costituzionali al Senato, manda in soffitta l’attuale Rosatellum per abbracciare un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità (scatta al 42%).
Sulla scheda elettorale ci saranno liste brevi composte da sette nomi, rigorosamente con alternanza di genere. Ma è qui che si consuma il primo, “decisivo trucco”: il capolista resta bloccato e inamovibile, scelto senza appello dai vertici del partito. Soltanto per gli altri sei candidati in lista l’elettore avrà a disposizione fino a tre preferenze. E qualora ne esprimesse più di una, dovrà obbligatoriamente alternare uomini e donne, pena il crudele annullamento della seconda e terza scelta.
La Calabria trasformata in un “listone” unico
Il vero terremoto in salsa calabra riguarda, però, la geografia del consenso. I tradizionali collegi uninominali vengono cancellati: l’intera Calabria, con le sue cinque province e ben 404 comuni, diventa un unico, sterminato maxi-collegio utile ad eleggere 13 deputati e 6 senatori.
Questo si traduce in una “barriera all’ingresso altissima”: per raccogliere preferenze e sperare di battere la concorrenza interna, i candidati non blindati dovranno fare campagna elettorale dal Pollino allo Stretto, richiedendo un dispendio di energie, uomini e risorse paragonabile a una corsa solitaria alla presidenza della Regione.
L’affondo di Giudiceandrea: “Una truffa sotto gli occhi di tutti”
A scoperchiare il vaso di Pandora di questa architettura ingegneristica è proprio il figlio di Rita Pisano, la prima sindaca comunista donna nella storia d’Italia, eletta a Pedace nel 1966.
L’ex consigliere regionale di Democratici e Progressisti, legislatura Oliverio, non usa mezzi termini per smontare una riforma che definisce senza appello. Per l’esponente politico del campo progressista, la mossa del governo Meloni non coglie affatto di sorpresa, ma si rivela “l’evidente “truffa” nascosta dietro il reinserimento delle preferenze, sbandierato dalla Meloni ed auspicato dai più che appare difficile non sia sotto gli occhi di tutti, parlamentari di centrosinistra compresi”.
Un listone unico regionale “fatto su misura per incoronare un capolista scelto da Roma, magari catapultato qui da altro territorio”, sottolinea Giudiceandrea, la cui elezione è già messa in cassaforte ancor prima dell’apertura delle urne.
“Non coglie di sorpresa la proposta di riforma della legge elettorale appena letta sulle pagine di Calabria7, e portata avanti in maniera apparentemente compatta dal governo Meloni”, esordisce nella sua riflessione sul tema.
Il controllo infallibile e la fine del voto segreto
Il dito di Giudiceandrea è puntato proprio contro quello strumento che dovrebbe garantire la libertà di scelta: la tripla preferenza. L’ex consigliere regionale tratteggia uno scenario inquietante: “Il controllo già asfissiante nei seggi elettorali nei quali si reca a votare solo il 40% degli aventi diritto, sarà aritmetico, infallibile… con buona pace della segretezza del voto e delle intromissioni nella libera determinazione dei cittadini”.
Secondo Giudiceandrea “il sistema delle tre preferenze combinate permette infatti di tracciare il voto con precisione chirurgica“. E esemplifica amaramente: “Alla famiglia Caio diamo questa terzina, a Sempronio gli altri tre, a Tizio solo due… Con buona pace della segretezza del voto e delle intromissioni nella libera determinazione dei cittadini“.
È pensar male? Andreotti, insegna di no perché spesso ci si azzecca.
Silenzio in aula e “utili idioti” per i “paracadutati”
Di fronte a una legge che espropria i territori del proprio peso politico, la reazione di chi siede a Roma è, secondo l’ex consigliere, assordante. Andrebbero fatte “le barricate”, tuona Giudiceandrea, “e non contro la reintroduzione delle preferenze, ma contro l’evidente inganno che non sfugge a me, quaggiù a Macondo, e non vede l’inalberarsi di neppure uno dei deputati e senatori in carica, sicuri di una loro riconferma in lista, magari in posizione confacente… Con buona pace di chi, magari con le migliori intenzioni, presterà la propria storia ed il proprio volto solo per il raggiungimento di un quorum utile ad eleggere chi continuerà ad essere scelto e catapultato a capolista dalle federazioni regionali e nazionali, e pochi altri”.
Una riflessione amara, quella del’ex consigliere regionale, che si chiude con la fotografia spietata del peso attuale del centrosinistra calabrese a Roma: “Appena due eletti (un senatore e un deputato) per il Pd, cinque per il M5S e nessuno per AVS. Un quadro già magro che le nuove regole del gioco, “cucite su misura per i vertici romani”, rischiano di ingabbiare definitivamente.












