Metti un talk all’aperto, nel caratteristico largo intitolato a Roberto il Guiscardo, mare sullo sfondo e tanta bella umanità. Ieri sera a Nicotera è andato in scena uno dei confronti della rassegna estiva “Nuove rotte al Sud” coordinata da Antonio Miceli, un mecenate d’altri tempi, uno che ti porta l’Europa in piazza e in cambio ti chiede solo ascolto. Vallo a trovare un altro così, nell’epoca dei marchettari xp professional. E poi c’è lui, l’ospite, un ‘certo’ Pippo Callipo. Imprenditore del tonno, nome che in Calabria fa da solo storia, due volte candidato alla Regione e ,come sempre, dispensatore di pensieri senza filtri.
“Non è cambiato nulla, i giovani continuano ad andare via”
Entra, saluta, ringrazia poi- more solito- parte dritto. “Non è cambiato nulla”. Lo dice così, secco. Amaro. I giovani continuano ad andare via, spiega, “e continuano a vincere altrove, forse dovremmo trattenerli con misure concrete, valorizzando il loro talento, invece li lasciamo partire”. E se andiamo avanti così, avverte, “faremo solo un grande regalo al sistema: gli lasceremo in dote una Calabria vecchia, che non ha voglia di cambiare. perché quelli che il cambiamento lo potrebbero innescare guardano altrove”.
È a suo agio Callipo, la platea lo assiste con la consapevolezza quasi fisica di assistere a qualcosa di importante, non scontato, lontano dalla retorica di circostanza. Pippo ripaga sfilettando il sistema come uno dei suoi tonni: “I protagonisti della scena pubblica, ad eccezione di qualcuno, non mi cercano, stanno a debita distanza”. È lo stesso uomo che da Sud ha portato un marchio ultracentenario a competere e vincere sui mercati intenazionali (adesso sta sfondando in Cina..) senza snaturare niente. E’ uno di quelli dal quale l’homo politicus medium , rigorosamente senza idee, ma in compenso ricco di slogan, dovrebbe andare in pellegrinaggio almeno due volte all’anno. Ma sarebbe chiedere troppo a nnu ciucciu prisentusu.
“Prima cosa da fare è umanizzare la burocrazia”
Pippo la sua la dice lo stesso: “ Prima cosa da fare è umanizzare la burocrazia. Nonostante infatti certe innovazioni legislative, essa riesce ancora a scoraggiare chi vuole fare impresa a casa propria. E tra questi ci sono i giovani, il mio pallino, e di pochi altri, ahinoi”. Poi cambia tono, si commuove. Lo sguardo si perde in quello bello e determinato della sua musa, la moglie Cinzia, una donna speciale”. E ai suoi 400 e passa dipendenti. “Sono sempre con me, e io con loro. Sapete – dice fieri- non si contano le volte in cui, con il loro affetto, mi hanno scudato, protetto. Soprattutto quando l’azienda ha subito attacchi di varia natura”.
Il modello Callipo e i mille euro in più ai lavoratori
È questo il cuore del modello Callipo. Una comunità di lavoro costruita in decenni, fatta di solidarietà e di responsabilità che non si fermano al cancello dell’azienda. Una comunità che partecipa ai risultati e che viene chiamata a dire la sua sulle nuove sfide. “Se io fatturo qualcosa in più, perché non devo regalare mille euro in più in busta paga ai miei ragazzi? Chi me lo impedisce?”. Pippo se lo chiede con un stupor quasi fanciullesco , tipico del generoso e di chi non capisce le complicazioni. E la risposta, sottintesa, è per quegli “altri” imprenditori affetti da nanismo.
Parla di azienda- famiglia. La Callipo oggi conta quasi 500 lavoratori eppure è più coesa che mai. “Lo sai quante volte intervengo per dare ossigeno ulteriore alle famiglie in difficoltà?”. E mentre lo dice, viene da pensare alle notizie che ogni tanto escono: imprenditoricchi che tagliano sulla busta paga, che svuotano invece di riempire. Porcherie che arrossiscono insieme ai loro fulgidi interpreti al cospetto del modello olivettiano calabrese, intriso dell’odore del mare, quello forte, l’Harduru e, per dirla alla Irene Talarico, Hardore. Finito, macchè?
Le lacrime sul seggio regionale
In chiusura arrivano i fuochi d’artificio. “Pippo, perché nel 2020, dopo essere stato eletto consigliere regionale, hai lasciato il seggio? La risposta arriva, questa volta, stanca e a fatica; la voce si rompe, gli scappano le lacrime. “Mi sono sentito moralmente male nel momento in cui sono entrato in quell’istituzione. Ho dovuto constatare l’imbarimento dei pubblici costumi. Ero oggetto di pressioni continue, non ce l’ho fatta più”.
Poi, “Grazie alla spinta che mi ha dato mia moglie mi sono dimesso. Perché se non mi fossi dimesso dal seggio di consigliere regionale mi sarei buttato dal balcone. Non ce la facevo più a sopportare quel sistema fatto di continui compromessi. C’erano persone che mi dicevano: resisti, ti abituerai. Ma io non mi abituerò mai a certe pratiche”.












