Quando Mario Monti fa un complimento a chi governa, una parte degli italiani sente il bisogno di controllare il conto corrente. È un riflesso condizionato. Come quando arriva una busta verde: magari contiene una buona notizia, ma nessuno la apre stappando lo spumante. Adesso il professore apprezza Giorgia Meloni. E uno, ripensando alla stagione dei sacrifici, qualche preoccupazione può concedersela.
Mettiamo subito le cose in chiaro: l’apprezzamento espresso in Senato riguarda alcuni passaggi della politica europea ed estera della premier, accompagnati peraltro da critiche e raccomandazioni. Non è un’approvazione della manovra economica né l’annuncio di un governo delle forbici. Ma la suggestione politica resta irresistibile: la leader della destra che prometteva di cambiare tutto riceve il cenno favorevole dell’uomo che, nell’immaginario nazionale, ha trasformato il sacrificio in un programma di governo. La rivoluzione deve aver trovato parcheggio davanti al ministero dell’Economia.
Il professore e la ginnastica dei sacrifici
Monti rimanda al dopo Berlusconi, all’emergenza finanziaria, alla stagione in cui ogni rinuncia veniva presentata come una prova di maturità. Bisognava rassicurare i mercati. Gli italiani, per rassicurarsi, avrebbero dovuto aspettare. La parola magica era “credibilità”. Una qualità preziosissima, soprattutto per chi poteva permettersene il prezzo. Il pensionato doveva capire. Il lavoratore doveva adattarsi. La famiglia doveva stringere. Il cittadino, possibilmente, doveva ammalarsi con moderazione.
Naturalmente Monti non ha inventato ogni restrizione della spesa pubblica e non può essere caricato dei provvedimenti di tutti i suoi predecessori e successori. Sarebbe comodo: trovato il professore cattivo, assolti tutti gli altri. La responsabilità politica del progressivo indebolimento della sanità attraversa governi e maggioranze, anche molto diversi fra loro. Le forbici, in Italia, hanno dimostrato una capacità di dialogo superiore a quella dei partiti.
La sanità dimagrisce, il cittadino paga
Per capire di che cosa parliamo basta un dato, usato correttamente: secondo la Fondazione GIMBE, nel decennio 2010-2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti oltre 37 miliardi tra tagli e minori finanziamenti rispetto a quelli programmati. Non significa che il finanziamento sia diminuito in valore nominale di quella cifra: nello stesso periodo è cresciuto, ma molto poco. È proprio qui che la propaganda trova il suo habitat naturale. Un governo può annunciare qualche miliardo aggiuntivo e lasciare comunque i servizi in affanno, se nel frattempo aumentano prezzi, bisogni e costi del personale. Il comunicato ingrassa, il servizio dimagrisce. E quando il pubblico non riesce a rispondere, la scelta si sposta sulla famiglia: aspettare, pagare, cercare altrove. Il diritto resta solennemente universale; il tempo necessario per esercitarlo diventa una faccenda personale. La stessa domanda vale per il welfare: quanto vale un sostegno sulla carta, se non basta ad affrontare il bisogno per cui è stato pensato? A Palazzo si discute di compatibilità. A casa si decide quale spesa rimandare.
Poi arrivò il Covid e i soldi cambiarono natura
Con la pandemia arrivò una svolta nelle politiche economiche. Nel marzo 2020 l’Unione europea attivò la clausola che consentiva di derogare ai normali vincoli di bilancio; seguirono interventi straordinari di sostegno e strumenti europei comuni. Lo spazio per spendere aumentò perché l’emergenza imponeva di salvare vite, redditi e attività. Fu una necessità drammatica, pagata con sofferenze enormi. Ma lasciò una lezione politica che sarebbe disonesto archiviare: le regole economiche possono cambiare quando si riconosce che il costo sociale dell’immobilismo è insostenibile. Per qualche tempo medici, infermieri e servizi pubblici tornarono al centro del discorso nazionale. Persino chi aveva passato anni a venerare l’efficienza scoprì che un posto letto disponibile poteva essere più utile di una bella presentazione sui risparmi. L’ospedale aveva finalmente superato l’esame. Peccato fosse servita una pandemia per interrogarlo sulla materia giusta.
La ribellione con il visto di conformità
Ed eccoci a Meloni, alla promessa di difendere gli italiani, alla politica che rivendica orgoglio e autonomia. Ricevere un apprezzamento da Monti non dimostra una continuità economica. Quella si misura nelle decisioni, nelle risorse e nei servizi che arrivano davvero alle persone. Ma offre un magnifico spunto per chiedere alla destra di governo dove sia finita la distanza fra la protesta di ieri e l’amministrazione di oggi. Perché contestare il palazzo è un mestiere. Entrarci e spiegare che i corridoi sono stretti è un altro, assai più frequentato. Il rischio è che l’elettore abbia ordinato una rottura e si ritrovi una manutenzione: nuova insegna, personale aggiornato, stesso sportello dei sacrifici. E sarebbe troppo facile limitarsi a rimpiangere le opposizioni, visto che alla lunga stagione delle compatibilità hanno contribuito in parecchi. Il rigore possiede questa qualità meravigliosa: chi lo applica si considera responsabile; chi lo subisce dovrebbe considerarsi fortunato.
Il giudizio che manca
Monti ha tutto il diritto di apprezzare Meloni. Meloni ha tutto il diritto di rivendicare la propria autonomia. I cittadini hanno però il diritto di scegliere altri esaminatori: un medico che trova personale sufficiente in reparto, una famiglia che riceve assistenza, un lavoratore che arriva a fine mese senza ricorrere all’archeologia del conto corrente. È lì che si vede la qualità di un governo. Il resto può anche meritare un applauso in Senato. Se Monti elogia Meloni, dunque, teniamoci stretto il portafoglio. E soprattutto la tessera sanitaria: dovesse diventare un semplice ricordo, almeno avremo conservato il documento.














