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1 Giugno 2026
1 Giugno 2026
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Vibo Marina, il mare sequestrato dai depositi: la rivolta della società civile contro la mediocrità della politica

Il caso di via Vespucci diventa il simbolo del fallimento politico sulla delocalizzazione: il Consiglio comunale voleva liberare il lungomare, ma oggi a restringersi non sono i depositi, bensì spiaggia, parcheggi e turismo

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A Vibo Marina la politica aveva promesso una cosa semplice: togliere i depositi petroliferi dal lungomare e restituire alla città il suo mare. Non era una fantasia da poeti con la sdraio. Era un indirizzo politico votato dal Consiglio comunale all’unanimità. Tradotto: tutti d’accordo, almeno a parole, sulla delocalizzazione della Meridionale Petroli. Poi, come spesso accade da queste parti, le parole hanno fatto la fine delle barche senza motore: sono rimaste in mezzo al mare. I depositi sono ancora lì. Il lungomare è ancora ostaggio. Il turismo si arrangia. E la città, invece di liberarsi dei serbatoi, si ritrova a fare i conti con cordoli, divieti, parcheggi tagliati e spiagge sempre più difficili da raggiungere. Un capolavoro al contrario. Dovevano spostare il problema. Hanno spostato i cittadini.

Il mandato politico finito nel tritacarne

Il sindaco Enzo Romeo era arrivato con un mandato politico chiarissimo: lavorare per la delocalizzazione dei depositi costieri e aprire una stagione nuova per Vibo Marina, finalmente libera dalla servitù industriale che da decenni pesa sul suo sviluppo ma tra una Conferenza dei servizi, un parere tecnico, un protocollo, un rinnovo e qualche passaggio amministrativo, quella linea si è annacquata fino quasi a sparire. La delocalizzazione non è partita. La permanenza dell’impianto si è rafforzata. E oggi la città si ritrova con una verità amara: la politica aveva detto una cosa, la realtà ne sta facendo un’altra. La domanda è inevitabile: il Comune ha davvero contrastato fino in fondo la linea di Meridionale Petroli e Autorità Portuale? Oppure ha assistito, magari protestando a parole, mentre il processo andava nella direzione opposta rispetto al mandato ricevuto? Perché, alla fine, contano gli atti. E gli atti, finora, non raccontano una liberazione. Raccontano una resa progressiva.

Via Vespucci, la spiaggia trasformata in corridoio di servizio

Il casus belli si chiama via Amerigo Vespucci. Una strada che dovrebbe servire il mare, i lidi, le famiglie, i bambini, gli anziani, i disabili, i turisti. Invece rischia di diventare una specie di corsia funzionale alla sicurezza della Meridionale Petroli. Il Piano di emergenza ed evacuazione prevede limitazioni, restringimenti, riduzione della sosta, spazi riservati ai mezzi di soccorso. Tutto tecnicamente spiegabile, certo. Ma politicamente devastante. Perché qui non siamo davanti a un dettaglio da ingegneri. Siamo davanti a un pezzo di città che viene sottratto alla sua funzione naturale. Il lungomare non viene pensato per il turismo, ma piegato alle esigenze dell’impianto industriale. E allora diciamola senza girarci intorno: se per garantire la sicurezza dei depositi bisogna rendere più difficile l’accesso al mare, forse il problema non è il mare. Sono i depositi.

La presa in giro dei parcheggi

La vicenda dei parcheggi è quasi grottesca. Prima c’erano centinaia di posti auto a servizio del litorale. Oggi si discute di una manciata di stalli, come se fossero una conquista epocale. È la classica politica del poco venduto come molto. Ti tolgono il piatto e poi ti celebrano il cucchiaino. Ma una località balneare senza parcheggi non è una località balneare. È una penitenza. Lo sanno le famiglie con i bambini, lo sanno gli anziani, lo sanno i disabili, lo sanno gli operatori turistici che rischiano di vedere compromessa la stagione ancora prima che inizi. E mentre qualcuno prova a raccontare la piccola toppa come una soluzione, la realtà resta lì, nuda e brutale: meno parcheggi, meno accesso al mare, meno turismo, meno città.

Gli imprenditori non ci stanno

A mettere il dito nella piaga è Angelina Cantafio, operatrice turistica e cittadina. Le sue parole hanno il pregio della chiarezza: “Vibo Marina ha la sua potenziale ricchezza nel mare e nella spiaggia: se ci portano via anche questi è finita”. Più semplice di così è difficile. Una città di mare senza il mare è una barzelletta triste. Cantafio aggiunge: “Interdire il lungomare significa negare l’accesso alle spiagge, sia ai lidi che a quelle libere, ai bambini, ai disabili, a tutte le persone che hanno difficoltà nel percorrere lunghe distanze a piedi”. E qui cade anche l’ultima foglia di fico. Perché non si parla solo di interessi economici. Si parla di diritto alla fruizione del mare. Si parla di cittadini che rischiano di essere trattati come ospiti scomodi a casa loro. Poi c’è il tema della sicurezza. E anche qui Cantafio colpisce duro: “Se si vuole davvero tutelare l’incolumità pubblica contro i potenziali rischi di incidente all’interno della Meridionale Petroli, non è certo sufficiente chiudere via Vespucci, ma bisognerebbe evacuare tutta Vibo Marina”.

De Masi e la frustata ai rassegnati

Nel dibattito è intervenuto anche Nino De Masi, e lo ha fatto senza zucchero, senza camomilla e senza il garbo ipocrita dei comunicati istituzionali. “Io mi incazzo, mi indigno, mi arrabbio con i nostri concittadini, con me stesso, perché noi siamo diventati un popolo di pecoroni”. Parole durissime. Ma almeno parole vive. Non il solito brodino tiepido della politica locale, dove tutti “seguono con attenzione”, “auspicano soluzioni” e “restano vigili”. Qui De Masi dice una cosa precisa: la rassegnazione è diventata abitudine: “Abbiamo normalizzato di vivere con un padrone, con un padrino, sia esso un ‘ndranghetista, sia esso politicante o sistema di potere”.

È una frase che può piacere o non piacere. Ma è il tipo di frase che costringe a scegliere: o si resta seduti a guardare, oppure si prende atto che una comunità non può vivere eternamente sotto tutela, aspettando che qualcuno decida per lei. “Deturpano che cosa? La speranza dei nostri figli”, dice ancora De Masi. E poi l’appello: “Cos’altro aspettiamo per poterci ribellare? Basta, scendiamo in piazza e diciamo non nel mio nome”.

La partita vera la giocano altri

Il problema politico è tutto qui: mentre la città discute, mentre gli operatori turistici protestano, mentre i cittadini si organizzano, la partita vera sembra giocata da altri. Da una parte la Meridionale Petroli, che difende la propria permanenza. Dall’altra l’Autorità Portuale, che si muove dentro la logica delle concessioni, della sicurezza, degli assetti infrastrutturali. In mezzo il Comune, che dovrebbe rappresentare la città ma che appare spesso costretto a rincorrere. È come guardare una partita di tennis tra due campioni che tirano pallate a duecento all’ora. Il sindaco sta a bordo campo, gira la testa a destra e a sinistra, ma la racchetta non ce l’ha mai in mano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Vibo Marina non guida il processo. Lo subisce.

Si parla di waterfront mentre si chiude il mare

La cosa più surreale è che tutto questo accade mentre si parla di waterfront, porto, investimenti, sviluppo, rilancio, turismo, futuro. Belle parole. Peccato che intanto si restringa l’accesso alla spiaggia. Un waterfront senza mare fruibile è come un ristorante senza cucina. Può avere l’insegna luminosa, le sedie nuove e il comunicato stampa ben scritto, ma resta una presa in giro. La contraddizione è enorme: si annuncia la Vibo Marina del futuro e intanto la si tiene incatenata alla Vibo Marina del passato. Si parla di turismo e si proteggono i depositi. Si parla di sviluppo e si riducono i parcheggi. Si parla di mare e lo si rende più lontano.

Le accise e il grande silenzio della Regione

Dentro questa storia c’è anche una questione economica pesante. La Regione Calabria incassa circa 24 milioni di euro l’anno come accise legate alla movimentazione petrolifera di Vibo Marina. Se questo dato viene confermato, la domanda è semplice: perché almeno una parte di quelle risorse non viene reinvestita sul territorio che sopporta il peso dei depositi? Perché Vibo Marina deve tenersi l’impatto, i vincoli, le limitazioni, le servitù e poi vedere i soldi prendere altre strade? La politica regionale, su questo punto, tace e non incide. Lascia che Comune e Autorità Portuale si consumino in discussioni infinite, mentre il nodo vero resta lì: servono risorse, decisioni e una strategia. Non l’ennesimo giro di tavolo.

Il petrolio come palla al piede

La città sente ormai i depositi come una palla al piede. Non come una risorsa. Non come un motore di sviluppo. Una palla al piede. Perché un impianto di quel tipo, dentro un’area che dovrebbe vivere di mare, turismo, servizi, portualità moderna e qualità urbana, pesa. Pesa sulla percezione della sicurezza. Pesa sull’immagine. Pesa sugli investimenti. Pesa sulla possibilità stessa di immaginare una Vibo Marina diversa. Qui siamo al paradosso: non è l’industria che si adatta alla città. È la città che si adatta all’industria.

Giovani in fuga e depositi arrugginiti

C’è poi il tema dello spopolamento, che oggi tutti citano con aria afflitta, come se fosse una calamità naturale. I giovani vanno via, certo. Ma vanno via anche perché non vedono futuro. E non lo vedono in territori che restano prigionieri di economie vecchie, di scelte rinviate, di modelli superati. Fra dieci o quindici anni la mobilità sarà cambiata. La transizione energetica avrà modificato consumi, trasporti, città. E Vibo Marina che cosa rischia di avere? Non una grande economia turistica, non un waterfront compiuto, non una città moderna. Avrà depositi vecchi, forse inutili, forse da smantellare a spese di qualcuno. E quel qualcuno, alla fine, rischia sempre di essere la collettività. Sarebbe il capolavoro finale: perdere oggi il turismo per difendere un modello che domani quasi certamente non servirà più.

Il 4 giugno non è una passeggiata

La manifestazione del 4 giugno, davanti ai cancelli della Meridionale Petroli, non è una passeggiata di protesta. È un test politico. Serve a capire se Vibo Marina è ancora disposta a farsi amministrare dalla rassegnazione o se vuole tornare a dire la sua. Serve a capire se la società civile esiste davvero o se si limita a lamentarsi nei bar, sui social e nelle chat. Il Comitato “No Depositi” prova a trasformare il malumore in mobilitazione. E questo, già da solo, è un fatto. Alla fine, la vicenda è tutta in una domanda: da che parte sta la politica?Sta dalla parte di Vibo Marina o dalla parte degli equilibri già scritti? Sta dalla parte del mare o della conservazione industriale? Sta dalla parte dei cittadini o della burocrazia che rende inevitabile ciò che inevitabile non dovrebbe essere? Perché qui non si tratta solo di una strada, di qualche parcheggio o di una corsia d’emergenza. Si tratta del destino di una frazione che potrebbe vivere di mare e invece continua a vivere sotto il peso dei depositi.

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