La partita sulla Meridionale Petroli non è più soltanto una questione tecnica, urbanistica o ambientale. Da ieri sera è diventata anche, e forse soprattutto, una questione politica dentro la maggioranza che governa Vibo Valentia. Il Consiglio comunale convocato sul Piano di emergenza esterno dei depositi costieri di Vibo Marina ha finito per aprire due fronti paralleli: quello pubblico, fatto di sicurezza, delocalizzazione e osservazioni da presentare in Prefettura; e quello più sotterraneo, fatto di trattative riservate, bozze riscritte, rapporti ricuciti con l’azienda e differenze di linea dentro il centrosinistra.
Il sindaco Enzo Romeo ha provato a trasformare la seduta in un passaggio di svolta, rivelando l’esistenza di un incontro rimasto finora lontano dai riflettori con il presidente del gruppo Ludoil, Donato Ammaturo, il presidente dell’Autorità di sistema portuale Paolo Piacenza e un rappresentante del ministero. Ma mentre il primo cittadino rivendicava il riavvio del percorso per spostare i depositi da Vibo Marina, il presidente del Consiglio comunale Antonio Iannello pronunciava parole destinate a pesare molto più di un intervento ordinario. Perché Iannello non ha parlato da consigliere qualsiasi. Ha parlato da presidente dell’aula, da dirigente storico del Partito Democratico, da figura centrale della coalizione che sostiene Romeo. E ha detto, in sostanza, che la Meridionale Petroli non è un impianto pericoloso.
Il vertice riservato e la ricucitura con Ammaturo
La novità più rilevante emersa dalla seduta riguarda l’incontro riservato che Romeo ha raccontato in aula. Un vertice chiesto e mantenuto lontano dalla comunicazione pubblica, secondo quanto riferito dal sindaco, per evitare strumentalizzazioni in una fase già segnata da forti tensioni tra Comune e azienda. Dopo settimane di scontro, dopo le polemiche sul primo protocollo e dopo la presa di distanza della Meridionale Petroli rispetto all’ipotesi di un accordo già definito, il sindaco ha cercato di riportare l’azienda al tavolo davanti ad altri interlocutori istituzionali. Non più una disponibilità riferita solo nei colloqui con il Comune, ma una posizione ribadita alla presenza dell’Autorità portuale e del ministero.
Romeo ha spiegato di aver voluto che Ammaturo confermasse davanti agli altri soggetti coinvolti la disponibilità a discutere della delocalizzazione. Da qui sarebbe partita una nuova bozza, dopo il fallimento del primo protocollo, ormai considerato superato. Una bozza fondata su impegni paralleli: il Comune dovrebbe procedere con la messa in sicurezza dell’area industriale di Porto Salvo, la Meridionale Petroli dovrebbe avviare le interlocuzioni con l’area industriale, l’Autorità portuale dovrebbe occuparsi della condotta e della quantificazione dei costi, mentre Regione e Governo dovrebbero essere chiamati a garantire la copertura finanziaria. Il problema, però, è proprio questo: i soldi.
La delocalizzazione costa e senza Roma resta sulla carta
Il retroscena politico più pesante è che la delocalizzazione, se davvero dovrà avvenire, difficilmente potrà reggersi sulle sole spalle dell’azienda. Romeo ha chiarito che servono risorse per gli studi di fattibilità, per la condotta, per le bonifiche, per le opere infrastrutturali e per rendere praticabile la nuova localizzazione. In aula è entrato anche il nome di Giuseppe Mangialavori, deputato vibonese e presidente della Commissione Bilancio della Camera, che il sindaco ha detto di aver coinvolto per tentare di reperire fondi pubblici. La cifra circolata, seppure ancora indicativa, dà la misura dell’operazione: si parla di un intervento che potrebbe arrivare fino a 100 milioni di euro.
La delocalizzazione non è più soltanto uno slogan da campagna civica o un obiettivo politico da approvare in Consiglio. Diventa una trattativa economica e istituzionale complessa, nella quale Vibo dovrà pesare a Roma, in Regione, al ministero e dentro l’Autorità portuale. E il punto debole è proprio questo: il peso politico reale della città, della sua classe dirigente e della sua capacità di incidere nei tavoli che contano. Perché una cosa è chiedere che i depositi vadano via. Un’altra è trovare chi paga, chi firma, chi progetta, chi autorizza e chi si assume la responsabilità di spostare un’infrastruttura considerata strategica.
Il Piano di emergenza e la versione di Romeo
Il sindaco ha poi rivendicato il lavoro svolto sul Piano di emergenza esterno, spiegando che le prime ipotesi arrivate sul tavolo sarebbero state molto più penalizzanti per Vibo Marina. In particolare, la prima impostazione avrebbe inciso pesantemente su via Amerigo Vespucci e sulla viabilità del lungomare, con effetti potenzialmente devastanti sulla vita quotidiana della frazione e sulle attività economiche. Romeo ha sostenuto di essersi opposto a soluzioni che avrebbero paralizzato l’area, ottenendo un assetto meno invasivo. Ma ha anche utilizzato il Piano come prova politica della necessità di spostare i depositi: se per garantire la sicurezza pubblica servono prescrizioni così rilevanti, allora per il sindaco la conclusione è chiara. La presenza dell’impianto nel cuore di Vibo Marina resta incompatibile con la prospettiva di sviluppo turistico, urbano e portuale della frazione. È la linea Romeo: non alimentare panico, ma usare il Piano di emergenza come argomento per accelerare sulla delocalizzazione.
Iannello rompe lo schema: “Impianti sicuri”
Poi è arrivato l’intervento di Antonio Iannello. Ed è stato quello il passaggio politicamente più delicato della serata. Il presidente del Consiglio comunale ha invocato una “operazione verità” e ha pronunciato una frase destinata a rimbalzare nel dibattito pubblico: “Questi non sono impianti pericolosi. Questi sono impianti che lavorano in sicurezza e con tanta sicurezza”. Parole nette. Troppo nette per essere derubricate a semplice precisazione tecnica. Perché se gli impianti sono sicuri, se lavorano in condizioni di sicurezza, se non rappresentano un pericolo in sé, allora cambia anche il terreno sul quale si è costruita finora una parte consistente della battaglia politica. Iannello non ha negato l’obiettivo della delocalizzazione. Ma ha separato i piani. Da una parte la sicurezza dell’impianto. Dall’altra l’opportunità urbanistica, economica e strategica di liberare quell’area per il futuro di Vibo Marina. È una distinzione sottile, ma politicamente enorme. Perché consente di dire: sì allo spostamento, ma no agli allarmismi. Sì a una prospettiva diversa per il porto e il waterfront, ma senza descrivere la Meridionale Petroli come una bomba pronta a esplodere. Sì alla trattativa, ma con i piedi per terra.
La crepa nella maggioranza
Il risultato è che davanti alla città sono emerse due sensibilità diverse dentro lo stesso campo politico. Romeo spinge per trasformare il Piano di emergenza in leva istituzionale per riaprire la partita della delocalizzazione. Iannello invita invece a non confondere sicurezza e scelta politica, ricordando che gli impianti sono infrastrutture strategiche e che uno spostamento richiede studi, soldi, tempi, autorizzazioni e una strategia nazionale. Non è una differenza da poco. È una crepa politica. Non necessariamente una rottura, ma certamente una divergenza di impostazione.
Da una parte c’è chi ritiene che la presenza dei depositi continui a condizionare lo sviluppo di Vibo Marina e che sia arrivato il momento di forzare il tavolo. Dall’altra c’è chi teme che la politica stia costruendo aspettative troppo alte senza avere ancora in mano né un progetto definitivo né una copertura economica né una tempistica credibile.
In mezzo resta il Partito Democratico, forza centrale della maggioranza, chiamato ora a chiarire la propria linea. Perché non può convivere troppo a lungo una doppia narrazione: quella del sindaco che parla di necessità di spostare l’impianto e quella del presidente del Consiglio comunale che rassicura sulla sicurezza dei depositi e invita a non trasformare la vicenda in una campagna emotiva.
L’opposizione incalza, ma la maggioranza non vota la task force
Sul versante opposto, le minoranze hanno provato a portare il dibattito su un terreno più stringente: osservazioni al Piano di emergenza, valutazione dell’effetto domino con gli altri depositi presenti nell’area, coinvolgimento della Protezione civile, relazione tecnica indipendente e aggiornamenti periodici in Consiglio. La proposta, però, non è passata. La maggioranza non ha dato seguito alla richiesta di una task force tecnica comunale, lasciando il tema nel perimetro della procedura prefettizia. Anche qui si misura una prudenza politica che l’opposizione ha subito interpretato come debolezza. Perché se il Comune ritiene la vicenda così centrale, perché non produrre osservazioni proprie? Perché non mettere nero su bianco una valutazione complessiva dei rischi nell’area portuale e retroportuale? Perché non assumere un’iniziativa formale prima della scadenza del 28 giugno? Domande rimaste sospese. E sulle quali il centrodestra proverà probabilmente a costruire la prossima offensiva.








