Iniziamo dalla parte facile, quella che riguarda tutti. Una Casa della Comunità dovrebbe essere il posto in cui, “sotto casa”, trovi il medico, l’infermiere, lo specialista, il prelievo e il vaccino, senza dover salire in ospedale per ogni cosa.
L’Europa, con il Pnrr, ha messo i soldi per costruirle e riempirle di apparecchiature. In cambio ha fissato una data, il 30 giugno 2026, entro cui un certo numero di queste case doveva risultare non soltanto tirato su, ma attivo, con i servizi già in funzione. E l’Italia doveva dimostrarlo, struttura per struttura.
L’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza ci è arrivata in tempo. Il 26 giugno il commissario Vitaliano De Salazar certifica dieci Case della Comunità come attive: sette “ordinarie”, Scalea, Roggiano Gravina, Lungro, Verbicaro, Amantea, Villapiana, Cetraro, e tre in overbooking, Cariati, Corigliano, Castrovillari.
E qui finisce la parte facile.
Tutto ruota attorno a una parola: personale
Perché un servizio funzioni servono le persone, e quel personale costa. Il regolamento che disegna le Case della Comunità, il DM 77 del 2022, all’ultimo articolo piazza però un paletto spesso dimenticato: la clausola di invarianza finanziaria. Detto semplice, la riforma va fatta “senza nuovi o maggiori oneri”. L’Europa paga i muri e i macchinari, non gli stipendi.
Lo mette a verbale la stessa Asp, in premessa alla delibera 795: l’approvazione dei modelli “non comporta automaticamente l’assunzione di nuovi oneri”, e le eventuali “assegnazioni aggiuntive di personale saranno oggetto di separati atti”. Che in una Regione commissariata e in piano di rientro dal 2010, con le assunzioni al ,umicino, significa una cosa sola: se per aprire le Case della Comunità non c’è personale ad hoc, quel personale lo si prende da dove sta già.
Le vacche di Fanfani
Per queste operazioni c’è un espediente antico, e calza a pennello. Le vacche di Fanfani, il celebre episodio della politica italiana avvenuto nel 1961, entrato nella memoria collettiva come sinonimo di finzione scenografica ed esibizione propagandistica. Nell’aprile di quell’anno, l’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani visitò la Calabria per verificare i risultati della riforma agraria e dell’Opera Valorizzazione Sila. E così i vertici dell’Ente di Sviluppo Agricolo, per fare bella figura e mostrare una stalla modello a Sibari, presero in prestito in fretta e furia alcune decine di mucche, facendole arrivare in tempo per allestire una finta prosperità.
La delibera 795 — duecentonovantatré pagine, i piani organizzativi di diciassette Case della Comunità — racconta esattamente questo, senza troppi giri di parole.
Una precisazione
Per evitare di fare confusione, va fatta una precisazione. Nella delibera 795 l’Asp di Cosenza conta 17 Case della Comunità — 8 Hub e 9 Spoke — e ne approva i relativi modelli organizzativi. Le 17, per come le elenca la delibera, sono distribuite sui sei distretti: Esaro/Pollino (4): Mormanno (Hub), Roggiano Gravina (Hub), Lungro (Spoke), Castrovillari (Spoke). Tirreno (4): Scalea (Hub), Amantea (Hub), Cetraro (Hub), Verbicaro (Spoke). Valle Crati (3): Montalto Uffugo (Hub), Acri (Spoke), Rende (Spoke). Cosenza/Savuto (2): Altilia (Hub), Spezzano della Sila (Spoke). Jonio Nord (2): San Giorgio Albanese (Hub), Villapiana (Spoke). Jonio Sud (2): Cariati (Spoke), Corigliano (Spoke).
La delibera approvata lo scorso 26 giugno, quindi, approva 17 modelli organizzativi, che non coincidono con l’intero parco dell’Asp, perché gli interventi Casa di Comunità complessivi in capo all’Azienda restano 28 (22 ordinarie più 6 in overbooking, per la DGR 8351). E soprattutto le 17 Case di Comunità non coincidono con le 10 delle certificazioni di attivazione nella delibera 908 e annunciate da De Salazar in una nota stampa.
Tutte e dieci le Case dichiarate “attive” il 26 giugno rientrano tra queste diciassette, ma sette dei diciassette modelli approvati — Mormanno, Spezzano della Sila, Montalto Uffugo, San Giorgio Albanese, Acri, Rende e Altilia — non figurano tra le dieci certificate attive. In sintesi: 17 modelli approvati (delibera 795), 10 di quelle strutture certificate in esercizio (delibera 908), 28 il totale degli interventi aziendali.
Gli infermieri prestati
Torniamo al cuore della faccenda. Prendiamo il fulcro di ogni Casa della Comunità, l’assistenza infermieristica dodici ore al giorno. Come la garantiscono? In alcuni casi come Cariati, Corigliano, Acri, Montalto Uffugo, San Giorgio Albanese e Rende ricorre la stessa identica frase, copiata e incollata: “In attesa di adeguata formazione di personale dedicato, si procederà ad utilizzare Infermieri già presenti nel Poliambulatorio, nell’ADI e nel PUA”.
Tradotto: gli infermieri della casa nuova sono quelli di prima, quelli che già stavano al poliambulatorio, nell’assistenza domiciliare, allo sportello. Nessuno di nuovo. I dedicati, quelli veri, restano “in attesa di”…
I servizi ribattezzati
Nelle strutture più grandi il gioco è ancora più elegante. A Scalea, ad Amantea e a Cetraro, servizi come il centro di salute mentale, il SerT delle dipendenze, la neuropsichiatria infantile, la farmacia territoriale, vengono dichiarati “formalmente parte della Casa di Comunità” pur restando, nero su bianco, dove operano, ovvero nel “vecchio” poliambulatorio, con il personale di prima.
Sostanzialmente non si sposta nessuno, si cambia l’insegna sulla porta. E il servizio che ieri era “poliambulatorio” oggi conta come “Casa della Comunità”.
La mandria è la stessa, ma sul registro adesso è il doppio.
Le assunzioni che verranno (forse)
Poi c’è la parte che, sulla carta, manca proprio. Diverse case sarebbero state dichiarate attive pur avendo, nel loro stesso piano, buchi d’organico ancora da coprire.
Villapiana è il caso limite: il modello prevede di assumere “n. 4 IFoC, 4 oss, 1 Psicologo, 1 Assistente Sociale, 1 operatore amministrativo”. Praticamente la squadra intera, ancora da reclutare.
A Verbicaro “si rende necessaria l’assunzione” dell’infermiere per la telemedicina, più altri tre infermieri e un operatore.
A Cetraro sono attese “nuove assunzioni (4 infermieri e 2 OSS)”.
Peraltro, l’assistente sociale, che è figura obbligatoria, in mezza provincia semplicemente non c’è: lo si troverà, dicono le carte, “attraverso accordi con i Comuni”.
Eppure, il 26 giugno, tutto questo risultava già attivo e operativo.
Il particolare
C’è un dettaglio che, da solo, spiega come sono nati questi piani: sono fac-simile. È la delibera stessa ad ammetterlo, quando dice che le sezioni sul personale — nomi e turni — sono “riprese dal template di riferimento”.
Il template era uno solo, quello della Casa della Comunità di Spezzano della Sila, e in 4 modelli su 17 qualcuno si è dimenticato di cambiare il nome: Roggiano Gravina, Lungro, Altilia e Castrovillari citano ancora, chi più chi meno, “la CdC di Spezzano della Sila“.
In tre — Roggiano, Lungro e Altilia — resta perfino il bacino d’utenza di Spezzano, “circa 19.860 abitanti“. E in due, che per giunta sono Case Hub, il documento finisce per definire la struttura “Spoke di Spezzano della Sila”: un Hub che si presenta con l’anagrafe di uno Spoke di un altro paese. Copiato, incollato e forse nemmeno riletto, su atti che servono a incassare fondi europei.
La difesa dell’ASP, e il punto che non si scioglie
Va detto con onestà: mettere sotto lo stesso tetto medico di famiglia, salute mentale, consultorio e vaccinazioni è proprio ciò che una Casa della Comunità dovrebbe fare.
Il modello del DM 77 è questo, e integrare i servizi non è un imbroglio. L’Asp potrà sostenere che i piani sono “atti dinamici”, che le assunzioni arriveranno con separati provvedimenti, che nessuna norma è stata violata. Vero.
Ma un conto è mettere in rete servizi che restano pieni e in salute, un altro è dire all’Europa che le proprie case sono “attive” quando gli infermieri sono prestati, i servizi sono quelli di prima con un nome nuovo, gli organici sono ancora sulla carta e perfino la carta è un fac-simile copiato.
Il primo è buon governo. Il secondo è una partita di giro: la stessa mandria, contata due volte, per far vedere alla stalla europea che il numero torna.
Resta allora una domanda semplice, che merita una risposta semplice. Se davvero non si è tolto nulla a nessuno — se il centro di salute mentale, il SerT e i consultori restano pieni come prima — l’Asp potrebbe dimostrarlo con un solo dato: quante ore, ciascun operatore “assegnato” alle Case della Comunità, lavora davvero lì, e quante continua a lavorare nel servizio da cui è stato assunto.
Finché quel numero non arriva, i cittadini di Cariati — che l’ospedale l’hanno perso nel 2011 e ora si ritrovano la Casa della Comunità proprio dentro quell’edificio diventato di nuovo ospedale — hanno il diritto di chiedersi se sia nata una sanità nuova o soltanto una targa nuova, avvitata su porte che erano già aperte.










