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31 Maggio 2026
31 Maggio 2026
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Liste d’attesa giù, welfare a pezzi: la Calabria della sanità resta in terapia intensiva

Mentre si attende il Dpcm che chiude l’era del commissariamento, i tempi per visite ed esami migliorano. Ma medici, pronto soccorso, povertà sociale e servizi territoriali restano il vero banco di prova

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La Calabria sanitaria prova a rialzare la testa dal punto più visibile per i cittadini: le liste d’attesa. Dopo anni di rinvii, percorsi a ostacoli, prestazioni prenotate a mesi di distanza e pazienti spesso costretti a rivolgersi altrove, il miglioramento registrato negli ultimi dati rappresenta un segnale politico e amministrativo non secondario. Non è ancora la normalità. Non può esserlo in una regione che continua a fare i conti con carenza di medici, presìdi ospedalieri spesso inadeguati, un’emergenza-urgenza ancora fragile e una medicina territoriale che procede lentamente. Ma è un passaggio che indica una possibilità: anche in Calabria, quando la macchina viene orientata su obiettivi misurabili, qualcosa può cambiare.

L’attesa del Dpcm e la fine del commissariamento

Sul fondo resta la partita più attesa: l’uscita dal commissariamento della sanità calabrese. La Regione aspetta ancora il Dpcm che dovrà sancire ufficialmente il ritorno al regime ordinario. Secondo il quadro emerso negli ultimi giorni, il passaggio sarebbe ormai vicino, subordinato agli ultimi adempimenti e al via libera della Corte dei conti. Per la Calabria significherebbe chiudere una lunga fase di gestione straordinaria e riaprire, almeno formalmente, una stagione di responsabilità piena. In questo contesto, il miglioramento delle liste d’attesa rischia di diventare il primo biglietto da visita del nuovo corso. È il terreno più sensibile, perché riguarda il rapporto diretto tra cittadino e sistema sanitario: una visita, un esame, una diagnosi. La sanità, prima ancora dei piani industriali e dei decreti, si misura lì.

La buona notizia non cancella le ferite

Il rischio, però, è scambiare un passo avanti per una guarigione. La Calabria resta una regione nella quale molti reparti soffrono per la mancanza di personale, diversi ospedali pagano ritardi strutturali, il territorio è ancora troppo debole e le Case di comunità faticano a decollare. Il miglioramento delle liste d’attesa è importante proprio perché arriva dentro un quadro complicato. Ma da solo non basta a dire che la sanità calabrese sia diventata normale. La normalità richiede altro: medici nei reparti, pronto soccorso sostenibili, diagnostica accessibile, ospedali sicuri, assistenza domiciliare, servizi territoriali funzionanti. Soprattutto richiede che il diritto alla cura non dipenda più dal luogo in cui si nasce, dal reddito familiare o dalla capacità di spostarsi fuori regione.

L’altra Calabria: povera, anziana e senza rete

Accanto alla sanità che prova a migliorare nei tempi di accesso, c’è la Calabria fotografata dagli indicatori sociali: una regione che invecchia, perde giovani, vede svuotarsi i paesi e fatica a garantire protezione a chi resta. La crisi demografica non è più una previsione, ma una condizione quotidiana. Meno nascite, più anziani, più solitudine, più bisogni assistenziali. In questo scenario il welfare dovrebbe essere la rete di sicurezza. In Calabria, invece, quella rete appare spesso fragile, discontinua, incapace di reggere l’urto di una domanda sociale crescente.

Il dato più duro riguarda la spesa sociale dei Comuni: la Calabria si colloca sul fondo della graduatoria nazionale, con appena 46 euro per abitante. È un numero che dice molto più di tante analisi. Significa meno servizi, meno sostegno, meno presenza pubblica nei momenti in cui famiglie, anziani, disabili e minori avrebbero bisogno di risposte.

Sanità e povertà, il cortocircuito calabrese

Il paradosso è evidente: proprio dove i bisogni sono più alti, le risorse disponibili sono più basse. Anche il finanziamento sanitario pro capite resta inferiore alla media nazionale, mentre aumentano multicronicità, fragilità e invecchiamento della popolazione. È qui che sanità e welfare smettono di essere due capitoli separati e diventano un unico problema pubblico. Una persona anziana senza assistenza sociale finirà più facilmente in ospedale. Una famiglia povera rinvierà una visita. Una donna costretta a farsi carico da sola del lavoro di cura sarà più esposta a rinunce, isolamento e impoverimento. La Calabria vive questo cortocircuito ogni giorno: meno servizi sociali, più pressione sulle famiglie, più domanda sanitaria, meno capacità di prevenzione.

Il Terzo settore non può sostituire lo Stato

In molti territori il vuoto viene colmato da associazioni, volontari, parrocchie, reti informali. Il Terzo settore diventa una sorta di welfare parallelo: prezioso, indispensabile, spesso eroico. Ma non può sostituire stabilmente il pubblico. Può accompagnare, intercettare, sostenere. Non può garantire da solo livelli essenziali di assistenza, servizi domiciliari, presa in carico delle fragilità, continuità territoriale. Se il pubblico arretra, il volontariato regge finché può. Poi anche quella rete si consuma. Ora più che mai la Calabria deve decidere quale normalità vuole costruire dopo il commissariamento.

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