Una vicenda emblematica di contraddizioni burocratiche sta agitando la sanità calabrese. Un medico di origini cubane, in servizio presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Soverato dal 2024 a seguito di una regolare selezione e relativo contratto con l’ASP di Catanzaro, si è vista negare la possibilità di accedere alla procedura di stabilizzazione per il personale medico precario. Nonostante la professionista fosse in possesso di tutti i requisiti richiesti dal bando, l’ASP ha disposto l’esclusione, basandosi unicamente sulla sua appartenenza al cosiddetto “contingente cubano“.
Il ricorso dell’avvocato Pitaro: “Atto discriminatorio e incostituzionale”
Contro questa decisione è scattato immediatamente il ricorso al Tribunale del Lavoro di Catanzaro, patrocinato dall’avvocato Francesco Pitaro. L’obiettivo è l’annullamento dell’atto di esclusione e l’imposizione all’ASP di consentire la partecipazione alla procedura di stabilizzazione, con la conseguente assunzione a tempo indeterminato del medico.
Secondo la tesi difensiva, il provvedimento dell’ASP è “manifestamente illegale, antigiuridico, discriminatorio e immotivato“. L’avvocato Pitaro sottolinea come l’esclusione violi palesemente l’art. 3 della Costituzione, creando una disparità di trattamento inaccettabile tra medici che, pur svolgendo le medesime funzioni e possedendo i medesimi requisiti, vengono trattati diversamente solo in base alla loro provenienza.
Il paradosso di un sistema che “usa e getta” le competenze
Il ricorso mette in luce una contraddizione: da un lato, il reclutamento dei medici cubani è stato presentato come la “soluzione geniale” per sopperire alla grave carenza di organico e garantire il diritto alla salute dei calabresi; dall’altro, la stessa amministrazione che ne beneficia le prestazioni all’interno dei Pronto Soccorso, impedisce ora la loro stabilizzazione.
“L’ASP Catanzaro non può servirsi della professionista, vincolandola con un contratto a tempo determinato, e poi impedirle di proseguire il rapporto a tempo indeterminato, nonostante i requisiti acquisiti sul campo”, prosegue l’atto legale.
Le conseguenze per la sanità calabrese: rischio desertificazione
La battaglia legale solleva anche un tema di interesse pubblico. Escludere questi professionisti significa, di fatto, costringerli a lasciare la Calabria dopo un periodo di integrazione e formazione operativa. Il risultato sarebbe un ulteriore impoverimento del personale medico in una sanità già in sofferenza, trasformando una misura nata per “salvare” gli ospedali calabresi nell’ennesimo esempio di gestione contraddittoria che danneggia, in ultima analisi, proprio i cittadini e il diritto alle prestazioni sanitarie.











