di Domenico Consoli* – Vi propongo una riflessione approfondita – forse lunga, ma sentita e articolata – sullo stato della sanità nella nostra provincia di Vibo Valentia. Una riflessione che, per non essere snaturata, chiedo venga valutata nella sua interezza.
Il contesto e la necessità di un’assunzione di responsabilità
Nel rispetto dovuto ai tragici eventi che hanno recentemente colpito la nostra comunità, è necessario soffermarsi a riflettere. A fronte di una classe politica, con poche eccezioni, silente, inefficace o ignava, serve oggi una valutazione razionale, coraggiosa e precisa della condizione sanitaria del nostro territorio. In questo contesto, trovo significativa e meritevole la scelta del dott. Vincenzo Mangialavori. È tempo che dieci, cento medici si facciano portatori della vera missione della medicina, con onestà e senso del dovere. La provincia di Vibo vanta una classe medica capace e appassionata, che merita fiducia, sostegno e rispetto.
Una sanità tradita
Il nostro sistema sanitario – soprattutto in Calabria – è minato da tempi di attesa insostenibili, sovraffollamenti nei Pronto Soccorso, scarsa accessibilità all’innovazione, migrazione sanitaria crescente, spesa privata in aumento, e un preoccupante tasso di rinuncia alle cure. La risposta delle istituzioni, finora, è stata inadeguata. I dati parlano chiaro: Aspettativa di vita in buona salute: 51,7 anni in Calabria contro i 69,3 del Trentino-Alto Adige. Performance sanitaria: 0.18 in Calabria contro 0.60 in provincia di Bolzano. Adempimento ai LEA: 59,9% in Calabria contro il 93,4% dell’Emilia-Romagna. Saldo mobilità sanitaria: -252,4 milioni nel 2021, stimati oggi vicini ai 300 milioni. Personale dipendente: 9,7/1000 abitanti in Calabria contro i 17,4 in Val d’Aosta. Medici di base nel 2026: meno 135 rispetto alla necessità. Posti letto per 1000 abitanti a Vibo: solo 1,47, contro 3,53 a Catanzaro.
Un circolo vizioso
Di fronte a questo scenario, l’atteggiamento dei decisori è sempre lo stesso: togliere a chi ha meno, e dare a chi ha di più. In nome dell’efficienza e del pareggio di bilancio, si perpetua un sistema che penalizza i territori deboli, tagliando risorse e alimentando la mobilità sanitaria, fino al collasso del servizio pubblico locale.È un circolo vizioso: la riduzione dell’offerta assistenziale porta a una perdita di fiducia, quindi a una minore produttività, che giustifica nuovi tagli. E tutto questo si consuma nell’indifferenza o nella complicità politica, spesso incapace di esigere una governance degna di questo nome.
La sanità non si gestisce con bilanci
Il problema non è solo la scarsità di risorse, ma anche l’assenza di una cultura organizzativa e gestionale efficace. Troppo spesso si giudicano medici e operatori sanitari senza conoscere le reali condizioni in cui sono costretti a lavorare: con carenze strutturali, tecnologiche, organizzative e senza una rete territoriale adeguata. Non si può gridare al colpevole se non si è in grado di comprendere il rischio clinico, il peso delle disfunzioni sistemiche, l’assenza di strumenti e percorsi sicuri. Il sistema va riformato, non sacrificando i professionisti, ma ascoltandoli e coinvolgendoli.
Solidarietà e chiamata all’azione
In questo quadro, la scelta del dott. Mangialavori è forse la testimonianza di una rottura necessaria, dolorosa ma significativa. A lui va la mia solidarietà, così come a tutti i colleghi che vorranno far sentire la loro voce, alta e chiara, in un momento in cui serve più che mai la verità. I medici non sono carnefici. Spesso sono vittime di un sistema che ha tradito il suo mandato costituzionale. La popolazione deve comprendere, e schierarsi a fianco di chi lotta per una sanità equa, universale, dignitosa. È il momento della testimonianza. È il momento della verità.








