Più della metà degli italiani invitati a sottoporsi agli screening oncologici organizzati dal Servizio sanitario nazionale ha scelto di non aderire. È il dato che emerge dal Report 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening, analizzato dalla Fondazione Gimbe, secondo cui, su oltre 14 milioni di cittadini convocati per gli esami di prevenzione del tumore della mammella, del colon-retto e della cervice uterina, ben 7,5 milioni non hanno risposto all’invito.
Una rinuncia che, secondo gli esperti, si traduce in un numero elevatissimo di diagnosi perse e di occasioni mancate per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose.
La Calabria ultima in Italia per adesione agli screening
Il quadro più critico riguarda la Calabria, che si conferma la regione con le performance peggiori nella partecipazione ai programmi di prevenzione.
I numeri parlano da soli:appena il 4,5% degli invitati aderisce allo screening del colon-retto; solo il 12,2% partecipa ai controlli per il tumore della cervice uterina; appena il 15,2% risponde alla chiamata per lo screening della mammella.
Dati che collocano la regione all’ultimo posto nazionale, davanti soltanto a Sicilia e Campania per livelli complessivi di adesione.
Anche sul fronte della capacità organizzativa emergono profonde differenze territoriali: la Valle d’Aosta registra la copertura più bassa negli inviti per lo screening mammografico (58,1%), la Calabria per quello del collo dell’utero (74,3%) e la Sardegna per il colon-retto (60,8%).
Oltre 50 mila tumori e lesioni non intercettati
Secondo la Fondazione Gimbe, le basse coperture e la scarsa partecipazione hanno prodotto un bilancio estremamente pesante.
“Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening”, afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.
Nel dettaglio, il mancato ricorso agli screening avrebbe impedito di individuare:oltre 11 mila carcinomi della mammella, dei quali più di 2.300 invasivi ma di piccole dimensioni; quasi 9.700 lesioni precancerose della cervice uterina; circa 4.700 tumori del colon-retto; quasi 25 mila adenomi avanzati, lesioni che possono evolvere in tumori maligni se non trattate.
La prevenzione resta l’arma più efficace
Per la Fondazione Gimbe il problema non riguarda soltanto la capacità delle aziende sanitarie di raggiungere i cittadini, ma anche la risposta agli inviti.
Alcune Regioni, infatti, riescono non solo a coprire quasi integralmente la popolazione target, ma anche ad attivare sistemi di richiamo per recuperare chi non si presenta al primo appuntamento. In altre realtà, invece, le difficoltà organizzative si sommano alla scarsa partecipazione dei cittadini, ampliando il divario tra Nord e Sud.
“Nel complesso, oltre 50.300 tumori e lesioni che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare, permettendo di avviare tempestivamente gli approfondimenti diagnostici e, quando necessario, il trattamento specifico”, conclude Cartabellotta.
Il risultato è una prevenzione che continua a viaggiare a velocità diverse sul territorio nazionale, con la Calabria che resta una delle aree più esposte al rischio di diagnosi tardive.












