Prima delle radiazioni viene la ricostruzione del corpo. Il GOM di Reggio Calabria utilizza due TAC per creare un modello tridimensionale del paziente, sul quale pianificare l’irradiazione corporea totale con tecnica VMAT. Questo “gemello digitale” è uno degli elementi del protocollo annunciato ieri. Ma come funziona e quali sono le prospettive per i pazienti?
Perché si irradia il corpo prima del trapianto
L’irradiazione corporea totale, indicata dalla sigla TBI, può far parte della preparazione al trapianto di cellule staminali emopoietiche. Serve a contrastare le cellule tumorali e, nei trapianti da donatore, a ridurre la risposta immunitaria che potrebbe ostacolare l’accoglimento delle nuove cellule. Contribuisce inoltre a preparare il midollo all’attecchimento. È dunque una fase del percorso terapeutico, la cui indicazione dipende dalla malattia e dal programma definito dagli specialisti. Non tutti i pazienti candidati a un trapianto ricevono necessariamente lo stesso trattamento. La guida del Memorial Sloan Kettering ricorda che la preparazione viene adattata al singolo caso. I fisici medici calcolano la distribuzione della dose sulle immagini ricostruite. Sensori dosimetrici verificano l’erogazione prevista; ulteriori immagini controllano il posizionamento prima dell’irradiazione. Il GOM riferisce che i due pazienti trattati hanno concluso positivamente il ricovero e sono stati dimessi.
La novità riguarda l’applicazione al corpo intero
Per comprendere la portata del risultato bisogna guardare anche al percorso precedente. La VMAT era già utilizzata al GOM: nel febbraio 2019 l’ospedale annunciava la pianificazione del centesimo trattamento con questa tecnica, capace di modulare la dose su volumi differenti e attorno a strutture sane particolarmente sensibili. La novità regionale annunciata riguarda la VMAT applicata all’irradiazione corporea totale prima del trapianto, sulla base di competenze radioterapiche già presenti.
Precisione e controlli, senza confondere dimissioni e guarigione
La protezione dei tessuti sani è un obiettivo decisivo, ma una maggiore precisione non equivale all’assenza di effetti collaterali. L’irradiazione corporea totale può provocare disturbi immediati e conseguenze tardive, che dipendono anche dalla dose, dal trattamento complessivo e dalle condizioni del paziente. Tra i possibili effetti figurano stanchezza, nausea e problemi a carico di alcuni organi. Le due dimissioni documentano il superamento della fase di ricovero descritta dall’ospedale. Non consentono, da sole, di valutare gli esiti a lungo termine o di quantificare un vantaggio clinico rispetto ad altre tecniche.
La prossima misura del risultato è l’accesso alle cure
Per le famiglie, il valore di una prestazione disponibile in regione si misura anche nella possibilità di affrontare un percorso complesso più vicino alla propria rete di sostegno. Quanto questo nuovo trattamento potrà incidere sugli spostamenti sanitari resta però da verificare. Restano da documentare capacità annua, tempi di accesso e trasferimenti eventualmente evitabili. Capacità del servizio, criteri di selezione e continuità dell’assistenza sono i dati necessari per capire come i primi due casi potranno tradursi in una risposta stabile ai bisogni dei pazienti.












