Da Cariati, nel Cosentino, a simbolo del Sassuolo, Mimmo Berardi ha trasformato sogni e passione in una carriera fatta di trionfi, sacrifici e resilienza. Tra grandi aspettative e un infortunio devastante al tendine d’Achille, il capitano neroverde ha saputo rialzarsi, confermandosi uno dei talenti più genuini del calcio italiano, capace di guidare la squadra con grinta e cuore calabrese. In un’intervista al Corriere dello Sport, l’attaccante racconta la sua scalata nel calcio professionistico.
Il primo provino e il ritorno in Calabria
Il sogno di Berardi parte dalla Calabria, dove il suo destino calcistico prende forma. Il primo gol con la maglia neroverde arriva contro il Crotone, e da lì ne seguono molti altri. Racconta il capitano: “Da piccolo andavo a dormire con un pallone tra le braccia, stringevo il pallone al posto del peluche. Sognavo di diventare calciatore e ci sono riuscito”.
Il primo provino con la Spal fu organizzato da un finanziere calabrese. “Mi presero, ma non ce la facevo a stare su, troppo presto. Così dopo una settimana tornai in Calabria“. Nel 2010 arriva la chiamata dal Sassuolo: una carriera da sogno interrotta solo dall’infortunio che lo tiene fuori 8 mesi. “Per la prima volta ho temuto che fosse finita. Il professor Zaffagnini, a Bologna, mi ha aggiustato e dopo due mesi ho ricominciato a lottare. La famiglia mi ha aiutato parecchio”.
Il “sangue” calabrese e il legame con i mister
Berardi riflette sul legame con la sua terra: “Il sangue della Calabria è quello che mi guida. L’istinto ormai lo governo: prima reagivo al fallo dei difensori, adesso o rido o la prendo male. Un miglioramento c’è stato, ed è sensibile”.
Il legame con gli allenatori è stato determinante nella sua crescita. Con Eusebio Di Francesco è stato lanciato in prima squadra, oggi gioca sotto Fabio Grosso, ma il rapporto più forte resta con De Zerbi: “Con lui giocavamo col joystick. Maniacale, poteva stare sul campo diciotto ore. Possesso stretto, a campo aperto, tecnica con le sagome. Insisteva fino a quando il pallone non arrivava al piede giusto. Per noi si sarebbe buttato nel fuoco”.









