24 Giugno 2026
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Sanità in Calabria nel limbo dopo lo stop della Corte dei Conti: bilanci, fondi e poteri sospesi. Ora Occhiuto deve evitare il blocco del sistema

Il Governo ha trenta giorni per rispondere ai rilievi contabili e procedurali. Ma nel frattempo aziende sanitarie e ospedali rischiano di muoversi senza una guida pienamente legittimata

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La festa può attendere. La sanità calabrese, che il Governo aveva già accompagnato idealmente fuori dal lungo tunnel del commissariamento, resta invece ferma sulla soglia. Non più dentro, almeno nelle intenzioni politiche. Ma neppure davvero fuori, perché l’atto che dovrebbe chiudere la stagione della gestione straordinaria è finito sotto la lente della Corte dei Conti e non ha ancora completato il suo percorso. È qui che il caso diventa serio. Non nel gioco delle bandierine tra maggioranza e opposizione, non nella gara a chi aveva ragione prima, ma nella sostanza amministrativa di una Regione che rischia di trovarsi con la sanità sospesa in un mezzo guado. Un posto pericoloso, soprattutto quando si parla di ospedali, bilanci, fondi da ripartire, servizi da garantire e aziende sanitarie che non possono vivere di annunci. La Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti al Governo sull’atto approvato dal Consiglio dei ministri il 22 aprile. I termini del controllo preventivo restano sospesi. Palazzo Chigi ha ora trenta giorni per rispondere. Nel frattempo la Calabria resta in attesa. E in sanità l’attesa non è mai un fatto neutro.

Cosa dice la Corte dei Conti

La magistratura contabile, almeno per quanto emerso, non cancella i risultati rivendicati dalla Regione. Non dice che nulla sia cambiato. Non nega che negli ultimi anni ci siano stati passi avanti sul fronte dei conti, dell’organizzazione e della macchina amministrativa. Ma il punto vero è un altro: quei progressi bastano davvero per chiudere un commissariamento durato oltre quindici anni? Sono stati dimostrati fino in fondo? Sono così solidi da consentire alla Regione di camminare da sola, senza più la stampella della gestione straordinaria?

È su questo che la Corte chiede risposte. Non slogan, non conferenze stampa, non formule buone per i comunicati. Risposte tecniche. Atti completi. Numeri verificati. Motivazioni puntuali. Perché l’uscita dal commissariamento non può essere trattata come un taglio del nastro. Deve essere un passaggio giuridico, contabile e amministrativo blindato.

Il Governo, secondo i rilievi, avrebbe valorizzato i miglioramenti ottenuti dalla Calabria. Ma per la Corte questo non basta se non viene spiegato con precisione perché quei miglioramenti siano sufficienti a dichiarare chiusa la fase commissariale. In altre parole: non basta dire che la sanità calabrese sta meglio. Bisogna dimostrare che può reggersi in piedi.

La sanità non è solo contabilità

C’è poi un equivoco che andrebbe evitato. La sanità non è un calcolo ragionieristico. Non è soltanto un saldo da correggere, una tabella da chiudere, una colonna di debiti da ridurre. Certo, i conti contano. E in Calabria hanno contato moltissimo, perché proprio i conti fuori controllo hanno accompagnato la lunga stagione del commissariamento. Ma una sanità può avere numeri meno disastrosi e restare comunque fragile. Può migliorare nei bilanci e continuare a lasciare i cittadini mesi in lista d’attesa. Può contenere la spesa e avere reparti senza personale. Può presentare carte più ordinate e non riuscire ancora a garantire in modo uniforme i Livelli essenziali di assistenza.

Il commissariamento non può finire solo perché il quadro finanziario appare meno compromesso. Deve finire perché il sistema è davvero in grado di garantire cura, assistenza, programmazione e continuità. Altrimenti il rischio è di uscire formalmente dall’emergenza lasciando l’emergenza dentro gli ospedali.

Piano di rientro, debiti e Lea: le ombre ancora sul tavolo

Tra i punti indicati dalla Corte c’è il Piano di rientro, che non risulterebbe ancora integralmente completato. È un passaggio pesante, perché quel Piano è stato per anni la gabbia dentro cui si è mossa la sanità calabrese. Se non è concluso, il Governo deve spiegare perché la Regione possa comunque tornare alla gestione ordinaria. Non solo. Nei rilievi affiorano anche questioni ancora aperte sui tempi di pagamento, sulle partite debitorie da definire e sui Lea, i livelli minimi di assistenza che ogni cittadino dovrebbe ricevere a prescindere dal luogo in cui vive. E qui la questione smette di essere tecnica e diventa drammaticamente concreta. Perché dietro la parola Lea non c’è una sigla da tavolo ministeriale. Ci sono visite, esami, cure domiciliari, pronto soccorso, servizi territoriali, ospedali. C’è il diritto di un cittadino calabrese a non sentirsi meno garantito di un cittadino lombardo, emiliano o veneto. La Corte avrebbe chiesto anche verifiche più complete sui conti consolidati degli esercizi più recenti. Altro passaggio essenziale. Prima di certificare la fine di una gestione straordinaria, bisogna sapere con esattezza qual è lo stato reale dei conti. Non quello raccontato. Quello verificato.

Anche la procedura finisce sotto esame

I rilievi non riguardano soltanto il merito. Riguardano anche il percorso seguito dal Governo. Ed è un punto tutt’altro che secondario. La cessazione del commissariamento è, nei fatti, l’atto opposto rispetto alla nomina del commissario. Per questo la Corte chiede di capire se sia stato seguito l’iter corretto, se i ministeri coinvolti abbiano avuto il ruolo previsto dalla legge, se la procedura utilizzata sia coerente con l’ordinamento. Può sembrare materia per giuristi. In realtà è sostanza politica e amministrativa. Perché se l’atto che restituisce alla Regione la gestione ordinaria nasce con un vizio, tutto quello che viene dopo rischia di diventare più fragile. E la sanità calabrese non ha bisogno di atti fragili. Ne ha già pagato abbastanza il prezzo.

Il limbo: il pericolo più immediato

Il problema adesso è il limbo. Una parola abusata, ma in questo caso precisa. La Calabria è dentro una situazione ambigua: il Governo ha dichiarato la fine del commissariamento, ma l’atto non è ancora efficace. La Corte dei Conti ha sospeso il controllo e chiede chiarimenti. Le aziende sanitarie e ospedaliere attendono indicazioni. I bilanci devono essere adottati. Le risorse devono essere ripartite. Gli atti devono avere una firma valida. Ed è qui che la vicenda può diventare paralizzante. Chi decide? Con quali poteri? Roberto Occhiuto può ancora agire come commissario? Può farlo come presidente della Regione? Gli atti firmati in questa fase sono pienamente legittimi o rischiano di essere contestati?

Sono domande che non possono restare appese. Perché mentre la politica discute, il sistema sanitario deve andare avanti. Le aziende non possono restare ferme. I direttori generali non possono muoversi su sabbie mobili. I bilanci non possono essere rinviati all’infinito. E i fondi non possono restare congelati mentre gli ospedali hanno bisogno di risposte.

Cosa può fare ora Occhiuto

Per Occhiuto si apre una fase delicatissima. La prima cosa da fare è evitare il trionfalismo. La seconda è evitare il panico. La terza è costruire, insieme al Governo, una risposta forte, documentata, inattaccabile. Nei prossimi trenta giorni Palazzo Chigi e i ministeri competenti dovranno fornire alla Corte dei Conti tutti gli elementi richiesti. La Regione dovrà dare il proprio contributo, mettendo sul tavolo dati, atti, verifiche, conti, risultati raggiunti e misure ancora da completare. Non serve una risposta politica. Serve una risposta amministrativa solida.

Nel frattempo Occhiuto dovrà trovare una soluzione per non lasciare la macchina sanitaria ferma. Si può valutare un atto ponte, una misura tecnica, una strada capace di consentire alle aziende sanitarie e ospedaliere di chiudere i passaggi più urgenti, a partire dai bilanci e dal riparto del Fondo sanitario regionale. Ma ogni scelta dovrà essere costruita con prudenza. Perché in questa fase un atto sbagliato può creare più danni di un atto rinviato.

La Calabria non può permettersi un’altra incertezza

La domanda di fondo è una sola: la Calabria sta davvero uscendo dal commissariamento o sta entrando in un’altra stagione di incertezza? È questo il punto che dovrebbe preoccupare più di ogni altra cosa. Perché i calabresi hanno già sopportato sedici anni di gestione straordinaria, tasse alte, servizi spesso insufficienti, ospedali in affanno, viaggi della speranza, liste d’attesa e promesse di svolta. Ora non possono ritrovarsi davanti a un nuovo passaggio incompiuto. La fine del commissariamento sarebbe una buona notizia. Ma solo se vera. Solo se solida. Solo se accompagnata da conti chiari, poteri certi e servizi migliori. Altrimenti rischia di essere l’ennesima liberazione annunciata e mai davvero compiuta.

La Corte dei Conti ha messo il Governo davanti a una richiesta precisa: spiegare, dimostrare, documentare. Tocca a Palazzo Chigi, ai ministeri e alla Regione rispondere. Ma una cosa è già chiara: la sanità calabrese non può essere trattata come una medaglia da appuntare sul petto della politica. È il luogo in cui si misura, ogni giorno, il diritto dei cittadini a essere curati. E su questo non bastano gli annunci.

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