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16 Aprile 2026
16 Aprile 2026
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‘Ndrangheta con lo smartphone in cella, Curcio: “E’ emergenza nazionale, servono misure per inibire i telefoni”

Il procuratore capo di Catanzaro illustra i sistemi sofisticati esistenti in Francia, Germania e negli Stati Uniti. Nell'inchiesta "Call me" monitorate 30mila conversazioni

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Cellulari, Wi- fi, tablet, strumenti di comunicazione che hanno consentito a capi e sodali del clan la Rosa di impartire direttive dal carcere, finalizzate alle estorsioni, al controllo del territorio, al business. Emerge un quadro allarmante di carattere nazionale nell’inchiesta “Call me” che ha portato stanotte su richiesta della Dda di Catanzaro ad un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di 10 indagati, di cui 7 in carcere e 3 ai domiciliari, vergata dal gip distrettuale Gilda Danila Romano (LEGGI). Come ha evidenziato in conferenza stampa il procuratore capo Salvatore Curcio. “L’utilizzazione da parte di detenuti di dispositivi di comunicazione è un problema che si trascina ormai da anni e che ha indotto il nostro legislatore nel 2020 a introdurre nel nostro codice penale un’autonoma fattispecie di reato che è quella prevista e punita nell’articolo 391 ter del codice penale. Evidentemente questo non è stato sufficiente: in base ai dati diffusi dal dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria sono stati scoperti e sequestrati nel 2022, 1.084 apparati di cellulari clandestini, nel 2023, 1.595 e nel 2024, cioè l’anno scorso, 452 apparati”.

Le soluzioni possibili

Per il procuratore capo di fronte ad una comunicazione incontrollata all’interno degli Istituti penitenziari da parte di detenuti, in cella per reati gravissimi che vanno dall’associazione di tipo mafioso a quella terroristica occorrono soluzioni precise: “In Francia, in Germania sono stati utilizzati dei dissuasori, che creano una sorta di nebbia elettronica, impediscono alle onde di propagarsi e quindi frenano l’utilizzo di questi telefoni. E negli Stati Uniti esiste un sistema più sofisticato: i Management Access Systems, i Mas, che funzionano come doganieri digitali, filtrano i vari dispositivi, che una volta agganciati se non autorizzati ne viene impedito qualunque tipo di connessione, vengono identificati, individuati e bloccati”.

La sinergia

Un’attività  strutturata che ha visto l’impiego di circa 100 uomini in tutto il territorio nazionale, grazie anche al supporto dello Scico, (LEGGI) come hanno detto i comandanti provinciali della Finanza di Vibo e di Catanzaro Eugenio Bua e Pierpaolo Manno: “a riprova che la collaborazione e la sinergia è l’arma vincente per arginare la criminalità organizzata. Un’inchiesta che ha consentito anche di svelare sistemi estorsivi, trasferimenti fraudolenti di valori e il ruolo delle donne di ‘ndrangheta all’interno del clan”.

Sim intestate a extracomunitari e le carceri italiane perquisite

Le perquisizioni della Guardia di finanza hanno riguardato le carceri dell‘Aquila, Milano, Terni, Prato, Vibo Valentia, Secondigliano, Trapani e il comandante del Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza Salvatore Tramis ha sottolineato in conferenza stampa come i plurimi apparati telefonici fossero intestati a extracomunitari, forme di comunicazione che hanno consentito alla ‘ndrina di Tropea di continuare a guadagnare profitti dalle attività illecite. “I proventi estorsivi venivano definiti con un linguaggio in codice, arancini, polpette, litri d’olio, e confluivano in una cassa comune, nella bacinella, gestita dai familiari più stretti”. Nel corso dell’indagine sono state monitorate 30mila conversazioni.

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