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26 Maggio 2026
26 Maggio 2026
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Da Loiero a Occhiuto, venti anni di veleni e inchieste: la maledizione giudiziaria della Regione Calabria

Dal 2005 a oggi, un copione che si ripete. Chi governa passa sotto le forche caudine della magistratura. Lo sanno bene Scopelliti e Oliverio. Tra assoluzioni, dimissioni e rabbiose proteste, la storia tormentata di una Regione senza tregua

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Indagini, avvisi di garanzia, dimissioni, assoluzioni. La cronaca politico-giudiziaria della Regione Calabria degli ultimi vent’anni è un romanzo amaro che si scrive sempre con la stessa inchiostro: quello delle inchieste giudiziarie. Dall’epoca di Agazio Loiero passando per Giuseppe Scopelliti e Mario Oliverio, fino all’attuale Roberto Occhiuto, nessun governatore — eccetto Jole Santelli, scomparsa prematuramente — è rimasto al riparo dai riflettori delle Procure.

Non si tratta di una semplice coincidenza. È la fotografia di una Regione in cui amministrare significa camminare ogni giorno su un campo minato, mentre alle spalle incombe il rischio che un fascicolo, un’intercettazione o un’interpretazione giudiziaria possano spazzare via una carriera politica in un soffio.

Occhiuto indagato: “Sereno un piffero”

L’ultimo della lista è Roberto Occhiuto, attuale presidente della Regione in quota Forza Italia, indagato per corruzione dalla Procura di Catanzaro. Un’inchiesta ancora tutta da decifrare, ma già carica di conseguenze politiche. È stato lui stesso ad anticipare l’iscrizione nel registro degli indagati, con un post su Facebook in cui ha detto: “Di solito si dice: “sono sereno, confido nella magistratura”. Sereno un piffero. È un’infamia, come se mi avessero accusato di omicidio”. Una dichiarazione che non è passata inosservata, e che segna la rottura con la diplomazia di rito. Occhiuto si difende e contrattacca, affermando: «Non ho fatto nulla di male». Ma nel frattempo, il terremoto mediatico ha già cominciato a scuotere le fondamenta della Regione.

Mario Oliverio e la guerra con Gratteri

Prima di Occhiuto, a finire nel mirino era stato Mario Oliverio, governatore del centrosinistra tra il 2014 e il 2020. Nel dicembre 2018 fu colpito da obbligo di dimora nel suo comune, San Giovanni in Fiore, nell’ambito dell’inchiesta Lande Desolate. L’accusa: corruzione e abuso d’ufficio per presunte irregolarità sugli appalti pubblici.

Oliverio rispose con una durissima battaglia contro la Procura di Catanzaro, guidata all’epoca da Nicola Gratteri. L’inchiesta ebbe un enorme impatto mediatico, ma si chiuse con proscioglimenti e assoluzioni. Così anche per le altre accuse, dalla gestione dei fondi per il Festival di Spoleto all’indagine Passepartout: tutte archiviate o concluse con sentenze favorevoli. Oggi, Oliverio è di nuovo indagato, accusato di aver prorogato illecitamente quattro contratti co.co.co., ma anche imputato nel maxiprocesso “Glicine” che si sta celebrando a Crotone sul presunto “sistema” Sculco. La sua reazione? Parla di “bomba ad orologeria” e di pregiudizio della Procura, tesi sposata addirittura dalla Corte di Cassazione con un pronunciamento del 2019. Un déjà-vu giudiziario che non accenna a finire.

Scopelliti, la condanna e il carcere

Diversa la parabola di Giuseppe Scopelliti, presidente dal 2010 al 2014. Il suo mandato si interruppe bruscamente dopo la condanna in primo grado a sei anni di carcere per abuso d’ufficio e falso. I fatti risalivano a quando era sindaco di Reggio Calabria, e coinvolgevano la gestione del bilancio comunale e la tragica vicenda di Orsola Fallara, dirigente morta suicida nel 2010. Un illecito amministrativo che nel suo caso divenne un reato penale tale da giustificare una delle pene più severe mani inflitte a un pubblico amministratore.

La sentenza definitiva della Cassazione, arrivata nel 2018, ridusse la pena a 4 anni e 7 mesi per falso in atto pubblico. Scopelliti ha scontato il carcere. Nel frattempo, fu assolto in altri procedimenti: uno legato alla nomina di Alessandra Sarlo e un altro per atti assunti da commissario della sanità senza il parere del Ministero.

Loiero e le ombre di Why Not

Il governatore Agazio Loiero, in carica dal 2005 al 2010, si trovò coinvolto in due delle inchieste più esplosive della storia giudiziaria calabrese: Poseidone e Why Not, entrambe firmate dal pm Luigi De Magistris. Le accuse erano pesantissime: associazione per delinquere e gestione illecita dei fondi della sanità.

Loiero fu prosciolto da ogni accusa, ma la tempesta giudiziaria indebolì profondamente la sua azione di governo e segnò il declino politico del centrosinistra in Regione. Anche per lui, l’assoluzione arrivò troppo tardi rispetto al danno d’immagine.

Una Regione sotto assedio

La costante interferenza della giustizia penale nella vita politica regionale ha avuto effetti devastanti sulla stabilità istituzionale, sull’immagine esterna della Calabria e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La magistratura ha il dovere di indagare, nessuno lo mette in discussione. Ma è innegabile che in nessun’altra Regione d’Italia, come in Calabria, il peso delle inchieste abbia condizionato così a fondo la politica.

La cronaca sembra ripetersi all’infinito, come un copione già scritto, dove ogni presidente, prima o poi, finisce per essere indagato, accusato, prosciolto o condannato. E in mezzo, una terra che continua a pagare il prezzo più alto: quello della delegittimazione continua.

La Calabria terra ingovernabile?

“Sisyphos calabrese”, così potremmo definire il ruolo del governatore della Regione. Una figura che ogni giorno spinge la pietra della riforma, dello sviluppo, della legalità, sapendo che quella stessa pietra potrebbe rotolare giù da un avviso di garanzia, da un sospetto, da un processo. Oggi è il turno di Roberto Occhiuto, domani chissà. Di certo, nella storia recente della Regione Calabria, governare non è mai stato semplice. Anzi, è sembrato spesso un atto di resistenza, tra emergenze sociali, commissariamenti sanitari, crisi di bilancio e inchieste a raffica.

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