La ’ndrangheta unitaria e quindi anche quella vibonese non è una piramide né un condominio: è un sistema a cespuglio, una struttura tridimensionale in cui più linee di comando convergono su punti di sintesi legittimati da Polsi. Utilizza una metafora inedita il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro (oggi in forza alla Direzione nazionale antimafia) Antonio De Bernardo per descrivere plasticamente dinnanzi alla Corte d’appello di Catanzaro l’architettura della ‘ndrangheta in tutte le sue forme. Il teatro è l’aula bunker di Lamezia Terme dove volge al termine il secondo capitolo giudiziario del troncone principale del maxi processo “Rinascita Scott” che vede imputate oltre duecento persone.
Tra queste spicca il nome di Luigi Mancuso che nel reticolo descritto dalla pubblica accusa nel corso della prima puntata della requisitoria del filone ordinario d’appello iniziata lunedì scorso come il baricentro d’area: non il capo-crimine di tutta l’’ndrangheta come erroneamente desunto in una precedente sentenza ma il capo-crimine del Vibonese capace di ricomporre i fronti, dirimere e indirizzare affari ed estorsioni anche fuori dalla singola Locale. «La ’ndrangheta è un sistema a cespuglio» e Mancuso, per la Dda di Catanzaro, «non è un mediatore: è il dirigente criminale che decide».
La tesi dell’accusa: un sistema “a cespuglio”
Per De Bernardo l’immagine guida è netta: la ’ndrangheta vibonese funziona su più livelli che si intersecano, corrono paralleli e, quando serve, convergono su snodi riconosciuti dal crimine di Polsi. «La chiave di lettura — spiega in aula — serve a comprendere il funzionamento della ’ndrangheta in un’intera area geografica e il ruolo di un soggetto, che va anche al di là del soggetto stesso, che va compreso e messo in relazione con dinamiche concrete e attuali». È in questa cornice che vanno lette anche le estorsioni: non più il canone classico della cosca che impone nel proprio territorio, ma estorsioni che si sviluppano su un territorio terzo, diverso da quello di appartenenza degli autori, e che vedono protagoniste più articolazioni territoriali.
Dentro questa metafora, le doti diventano licenze operative, le copiate rappresentano la tracciabilità del conferimento, il buon ordine e il corpo rivale sono istituti per governare crisi e scissioni. Alcuni collaboratori hanno definito questo sistema come «strumento per controllare gli uomini», e secondo l’accusa mai definizione fu più calzante. In tale geografia, Luigi Mancuso agisce da referente d’area: ricompone e indirizza soprattutto le estorsioni che attraversano più confini di Locale, garantendo quell’esclusività del potere mafioso che, per la procura, è condizione essenziale per rendere possibile la fabbrica di protezione.
Il perimetro del potere di Mancuso: “Un decisore”
L’accusa respinge con forza la lettura “notarile” del ruolo di Mancuso: «Luigi Mancuso non è un mediatore; stabilisce cosa si deve fare e la sua volontà vale anche per Bonavota e per Anello». È lui a dare l’ultima parola, che diventa vincolante anche per cosche diverse. «Non è una ricostruzione fino a se stessa — chiarisce De Bernardo — ma la spiegazione del perché l’ultima parola spetta indiscutibilmente a Luigi Mancuso».
Il sistema di protezione, spiega ancora il magistrato, funziona come una vera transazione: il mafioso offre protezione all’imprenditore in cambio di obbedienza e silenzio. Ma perché questa transazione regga, è indispensabile che il potere mafioso sia esclusivo e riconoscibile. «In quella zona — aggiunge — deve esserci qualcuno che possa garantire che la sua parola vale, che altri non possano agire diversamente». È questa esclusività a rendere riconoscibile il potere e a legittimarlo verso l’alto.
Cosa significa “dare conto” a Polsi
Nella mappa dell’accusa, il Vibonese è incardinato lungo l’asse tirrenico (Piromalli, Pesce, Bellocco), con Rosarno come porta delle regole. «Dare conto» — insiste De Bernardo — non significa ricevere ordini minuti, ma aderire a un programma, riferire quando si toccano equilibri o confini e rispondere verso l’alto. È il linguaggio che colloca Luigi Mancuso come cerniera d’area.
La procura sottolinea come l’esistenza di faide o contrapposizioni militari non contraddica questo modello, ma rappresenti la patologia di un fenomeno che nella fisiologia funziona come un organismo unitario, dotato di istituti per risolvere crisi e conflitti. Ogni organismo interno — buon ordine, camere di controllo, corpi rivali — serve a ristabilire equilibrio. E Luigi Mancuso, per la Dda, è colui che nel Vibonese incarna questa funzione.
L’unica condanna definitiva e il riconoscimento di rete
L’unica condanna definitiva per 416-bis a carico di Luigi Mancuso arriva con l’operazione Tirreno a Reggio Calabria: una sentenza che lo ritrae come interlocutore diretto di Piromalli e Pesce, oltre i confini del Vibonese. È lì che si coglie per la prima volta il suo profilo non soltanto di capo locale, ma di figura capace di rapportarsi a poteri criminali di primo livello.
Le successive inchieste — da Galassia a Genesi — hanno anticipato la lettura unitaria poi cristallizzata nel maxiprocesso Crimine: Province, Mandamenti, Camere di controllo, copiate e doti come grammatica comune. «È la dimensione di rete evocata dall’accusa», sottolinea De Bernardo, che in aula ricorda come il maxi Rinascita-Scott sia stata una “scelta obbligata”, nata non per volontà ma per necessità: «Siamo stati travolti da una mole di elementi che come uno tsunami ci ha costretti a raccoglierli in un’unica cornice».
Un processo che, se fosse stato davvero esaustivo, avrebbe potuto contenere «non 300 o 400, ma anche 1000 imputati», con dentro tranquillamente i protagonisti di Imponimento, Maestrale-Carthago e Olimpo. Una fotografia che restituisce la portata del Vibonese come laboratorio privilegiato delle dinamiche criminali calabresi.
La parentesi Pantaleone e l’era delle fibrillazioni (2010–2012)
Con Luigi Mancuso detenuto, lo scenario cambia: è Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, a prendere le redini, imprimendo — secondo la Dda — una linea diversa che alimenta tensioni e focolai. A fare da garante alla frangia antimancusiana è Damiano Vallelunga, boss di Serra San Bruno, «riconosciuto a Polsi», ucciso a Riace nel 2009. Un omicidio che diventa spartiacque e che dimostra, per l’accusa, quanto fragile diventi il sistema senza un punto di sintesi riconosciuto.
Qui entrano in gioco istituti come il buon ordine o il corpo rivale, strumenti di “manutenzione interna” previsti proprio per affrontare le crisi. «Parole che possono sembrare folcloristiche — spiega De Bernardo — ma che hanno una funzione precisa: garantire che un referente ci sia sempre, anche quando un Locale non è riconosciuto formalmente». È la prova che persino nei momenti di fibrillazione, la ’ndrangheta resta macchina organizzata, con regole e codici per limitare la conflittualità.
2012, la scarcerazione: “Non si muove foglia” senza Luigi
Il ritorno in libertà di Luigi Mancuso, nel luglio 2012, segna la svolta. Le intercettazioni richiamate dal pg, dalle captazioni telematiche di Giamborino fino ai dialoghi con l’avvocato Pittelli, fissano un nuovo equilibrio: «Non si muove una foglia senza Luigi» tra Tropea, Pizzo e Vibo Marina.
Il passaggio di consegne è netto: Pantaleone si fa da parte, il ruolo pacificatore diventa percepibile agli occhi di affiliati e imprenditori, ma per l’accusa non è questione di carisma neutro. È potere concreto, potere che disciplina, che unifica e che si traduce in regole da rispettare. Il boss di Limbadi diventa così il garante dell’ordine criminale, colui che ricompone le contraddizioni e trasforma la frammentazione in direzione univoca.
Il “manifesto” del boss: «Belli, garbati e precisi. E col silenzio»
Le intercettazioni riportate in aula da De Bernardo restituiscono quasi un manifesto politico-mafioso. «Ognuno ha il suo territorio e non deve andare a rompere all’altro», dice Mancuso agli Anello di Filadelfia. E ancora: «Quando ci stringiamo la mano deve funzionare tutto», «da oggi col silenzio». Infine la regola aurea: «Chi sbaglia paga».
Quattro principi scolpiti nella pietra: confini, regole, riservatezza e sanzione. È la grammatica del potere, il codice che permette alla ’ndrangheta vibonese di mantenere stabilità e di evitare l’esposizione pubblica. De Bernardo li definisce «il manifesto dell’ordine»: non violenza appariscente, ma controllo ferreo e invisibile.
Pizzo Calabro, laboratorio delle estorsioni “di confine”
L’esempio da manuale arriva da Pizzo Calabro, territorio di confine e crocevia tra più cosche. È qui che si vede la ’ndrangheta “a cespuglio”: Mancuso, Anello e Bonavota operano insieme, componendo un’unica richiesta estorsiva. «Un’estorsione che si forma come risultante di forze diverse — spiega il pg — ma che trova una direzione univoca in Luigi Mancuso».
Il caso richiamato è quello per la realizzazione di un centro parrocchiale (episodio presente nel troncone Petrolmafie-Dedalo) che mostra il meccanismo: lo sbancamento, il calcestruzzo, le forniture sono spartiti tra i clan. Quando Anello tenta di prendersi tutto, è la “politica” di Mancuso a rimettere in equilibrio: «Quello che dice lui, quello fanno».
Obiettivo: massima resa con minimo rischio. «Si privilegia il silenzio dell’estorsione ambientale rispetto alla bottiglia di benzina», spiega De Bernardo. Nessuna fiammata, nessun clamore: solo pressione silenziosa e ordine criminale. Una fabbrica di protezione invisibile, che funziona proprio perché tutti sanno che l’ultima parola spetta a lui. A Luigi Mancuso.






