La sanità vibonese perde un altro pezzo. Il dottor Ventrice, urologo dell’ospedale di Tropea e dipendente dell’Asp di Vibo Valentia, ha presentato le proprie dimissioni. Una scelta arrivata in silenzio, senza conferenze e senza accuse pubbliche, ma che descrive con precisione l’evidenza: lavorare in queste condizioni non è più possibile.
Due medici per una provincia intera
Il reparto di Urologia a Tropea resta ora nelle mani di un solo medico, il dottor Cosentino. In due, fino a ieri, reggevano un servizio che dovrebbe garantire assistenza a tutto il territorio provinciale. Turni estenuanti, reperibilità continua, nessuna possibilità di programmare interventi.
La sala operatoria è chiusa, non per lavori o ristrutturazioni, ma perché mancano gli anestesisti. Il reparto è formalmente attivo, ma la chirurgia è ferma e i ricoveri impossibili: solo visite ambulatoriali e liste d’attesa che non scorrono.
Stanchezza e umiliazione
Secondo fonti interne, alla base della decisione di Ventrice ci sarebbero carichi di lavoro insostenibili e un clima professionale di scoraggiamento. Non si tratta di un atto impulsivo, ma della conclusione di un percorso di logoramento che molti medici in provincia stanno vivendo.
Chi rimane si sente spesso solo, senza supporto, senza strumenti, senza prospettive. E quando anche la dignità professionale viene meno, l’uscita diventa l’unica via possibile.
Non è un caso isolato
La vicenda richiama quella del ginecologo Vincenzo Mangialavori, che mesi fa si dimise dall’ospedale Jazzolino denunciando l’assenza di strumenti adeguati. Solo dopo il suo gesto, l’Asp intervenne per fornire ciò che da tempo mancava.
Una procedura ormai ricorrente: prima il silenzio, poi la crisi, infine una soluzione tampone.
Un sistema che si sbriciola
La fuga dei professionisti sta diventando strutturale.
Reparti chiusi o depotenziati, liste d’attesa interminabili, interventi rinviati.
I pazienti lo sanno: per curarsi bisogna andare altrove. Catanzaro, Cosenza, Reggio, Roma, Milano. Chi può parte.
Chi non può, aspetta. E si ammala due volte: nel corpo e nella fiducia verso lo Stato.
Intanto, sulle macerie, proliferano le strutture private – alcune convenzionate – che raccolgono la domanda lasciata scoperta dalla sanità pubblica.
Una sconfitta collettiva
La dimissione di un medico non è una pratica amministrativa. È un diritto che si indebolisce, un servizio che si restringe, un presidio di salute che arretra.
È il fallimento: della politica, incapace di garantire livelli essenziali di assistenza, della gestione commissariale, rivelatasi inerte e priva di programmazione, dello Stato, che in provincia di Vibo Valentia appare come presenza lontana, evanescente. La domanda non è più come recuperare ciò che si è perso, ma se siamo ancora in tempo a farlo. Perché quando un medico se ne va, non perde solo l’ospedale.
Perde la comunità.









