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30 Maggio 2026
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‘Ndrangheta nel Vibonese, carcere duro per Michele Fiorillo: il presunto boss di Piscopio finisce al 41 bis

La decisione arriva dopo la condanna definitiva a 12 anni nel processo “Rimpiazzo”, che – secondo le sentenze – ha riconosciuto il suo ruolo di capo promotore del presunto sodalizio mafioso

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A Piscopio, frazione di Vibo Valentia, quasi tutti hanno un soprannome. A Michele Fiorillo fu dato quello di “Zarrillo” perché – raccontano i compaesani – da ragazzo ascoltava spesso le canzoni del cantautore romano. Un dettaglio apparentemente folkloristico che negli anni ha accompagnato un nome divenuto via via centrale nelle ricostruzioni investigative dei magistrati.

Secondo quanto emerge dalle sentenze ormai definitive del processo “Rimpiazzo”, Fiorillo sarebbe stato ritenuto un capo promotore del gruppo criminale originato proprio nella frazione Piscopio, una delle cellule considerate storicamente più instabili e violente dell’area vibonese. Su questa base, dopo la condanna a 12 anni, il Ministero della Giustizia ha emesso il decreto di applicazione del regime 41 bis: isolamento, controlli rigidi, comunicazioni ridotte al minimo.

Si tratta di un provvedimento particolarmente severo che, per legge, viene applicato solo in presenza di un pericolo attuale di mantenimento dei presunti legami con l’organizzazione mafiosa. La misura, infatti, non discende automaticamente dalla condanna definitiva, ma da una valutazione autonoma dell’autorità ministeriale su richiesta della Dda.

Il ritratto dei collaboratori

La figura di Fiorillo è stata più volte descritta, negli anni, dai collaboratori di giustizia che lo avrebbero incontrato o frequentato. Nelle dichiarazioni agli atti – tutte sottoposte al vaglio dei giudici – il nome di “Zarrillo” appare frequentemente.

Il pentito Bartolomeo Arena lo definisce «il vero personaggio di Piscopio», uno che – secondo la sua versione – «sa usare sia le armi che la testa» e che avrebbe avuto, sempre a suo dire, «molte amicizie nel reggino». Arena lo indica come una figura capace di muoversi tra presunte attività di spaccio, usura ed estorsione.

Un quadro analogo emerge dalle dichiarazioni del collaboratore Raffaele Moscato, che lo inserisce nel ristretto gruppo di coloro che «prendevano le decisioni più importanti» e che avrebbero avuto un ruolo negli episodi più gravi imputati al gruppo. Va ricordato che tutte queste affermazioni, per quanto presenti agli atti, non equivalgono a verità consolidate: i processi in corso dovranno stabilire eventuali responsabilità individuali.

Gli omicidi contestati e i procedimenti ancora aperti

Fiorillo è – secondo gli atti processuali – imputato in diversi procedimenti per fatti di sangue. È stato assolto definitivamente dall’accusa relativa all’omicidio di Antonio De Pietro (2005), vicenda che coinvolse anche Rosario Fiorillo, all’epoca minorenne. Per altri due omicidi, quelli di Giuseppe Pugliese Carchedi (2006) e Michele Palumbo (2010), il suo processo è in corso in sede ordinaria nell’ambito dell’operazione “Portosalvo”. Il Tribunale della Libertà ha già annullato le misure cautelari a suo carico in questa tranche, motivo per cui Fiorillo è imputato a piede libero per questi fatti. Anche qui vale la presunzione di innocenza. Nello stesso procedimento gli vengono contestati il tentato omicidio dei fratelli Rocco e Nicola Bellissimo (2004) e quello ai danni di Francesco Macrì.

Una parabola giudiziaria lunga quindici anni

Il nome di Fiorillo compare nelle cronache giudiziarie sin dal 2010, quando fu coinvolto nell’indagine “Il Crimine”, che ricostruì la nascita di una presunta “nuova locale” di ’ndrangheta a Piscopio, con riconoscimento attribuito alla storica struttura di Polsi. Quella vicenda si concluse per lui con una condanna definitiva a 9 anni. Nel 2019 venne arrestato nuovamente, questa volta nell’ambito della maxi-operazione “Rinascita-Scott”. In primo grado fu condannato a 5 anni per una presunta estorsione ai danni di un circo, aggravata dal metodo mafioso. In Appello, però, è stato assolto con formula piena. Questo dato è centrale: il suo 41 bis non riguarda Rinascita-Scott, ma esclusivamente la condanna definitiva maturata in “Rimpiazzo”.

Il caso Fiorillo dentro una provincia che prova a liberarsi

L’ingresso di Michele Fiorillo nel circuito del 41 bis rappresenta l’ennesimo tassello di un mosaico più grande: quello di un territorio che, per decenni, è stato uno degli epicentri della ’ndrangheta calabrese, e che oggi sta vivendo un processo di smantellamento senza precedenti. Il carcere duro non è una sentenza, ma uno strumento di prevenzione che lo Stato usa quando ritiene che un detenuto – anche se già condannato – possa ancora esercitare influenza criminale. Nel caso vibonese, la misura è diventata la norma per decine di soggetti ritenuti dagli inquirenti ai vertici dei clan.

La fotografia finale è duplice: da un lato un territorio martoriato, che per anni è stato simbolo del potere delle cosche; dall’altro un apparato investigativo e giudiziario che, per la prima volta, è riuscito a interrompere la catena di comando dei gruppi mafiosi, isolandone i presunti capi nelle celle del 41 bis sparse per il Paese. Un cambiamento storico, i cui effetti – giudiziari, sociali e culturali – già iniziano a intravedersi.

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