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3 Aprile 2026
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’Ndrangheta a Roma, la Cassazione mette il sigillo: esisteva una “locale” nella Capitale. Condanne definitive

Si tratta del filone celebrato con rito abbreviato nell'ambito dell’inchiesta scaturita dall'operazione Propaggine: 18 anni al boss Antonio Carzo. “Siamo una propaggine di là sotto”, dicevano nelle intercettazioni

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La Corte di Cassazione ha messo un punto fermo: la prima “locale” di ’ndrangheta a Roma è esistita davvero. I giudici della seconda sezione penale hanno infatti rigettato quasi integralmente i ricorsi presentati contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma, emessa nel febbraio 2025, confermando l’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia. Il verdetto riguarda il processo con rito abbreviato scaturito dalla maxi inchiesta “Propaggine”, che aveva già portato a condanne per oltre cento anni di carcere.

Il boss e la “locale” romana

Al centro dell’indagine c’è Antonio Carzo, ritenuto uno dei capi della ’ndrina romana. Per lui la pena resta 18 anni di reclusione. Confermate anche le condanne per i figli: Domenico Carzo a 12 anni e mezzo e Vincenzo Carzo a 9 anni e 6 mesi.

Secondo i giudici, Carzo agiva insieme a Vincenzo Alvaro, indicato come co-reggente della prima locale di ’ndrangheta attiva nella Capitale. Un passaggio chiave dell’inchiesta riguarda l’estate del 2015, quando – secondo l’accusa – Carzo avrebbe ricevuto l’autorizzazione dalla “casa madre” calabrese per costituire formalmente la locale romana.

“Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”

Le carte giudiziarie restituiscono il linguaggio identitario e gerarchico tipico delle cosche. In una delle intercettazioni finite agli atti, gli indagati si definiscono senza ambiguità: “Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”. Un’espressione che per i giudici certifica il legame diretto con la ’ndrangheta calabrese e smonta definitivamente la tesi difensiva di un gruppo criminale autonomo o improvvisato.

Il ruolo della Dda e della Dia

L’indagine è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e dalla Direzione Investigativa Antimafia, sotto la guida dei pm Giovanni Musarò e Stefano Luciani. Nell’ordinanza del gip Gaspare Sturzo emergono anche commenti carichi di rancore verso magistrati e investigatori che avevano combattuto la ’ndrangheta in Calabria prima di arrivare a Roma. “C’è una Procura qua a Roma… era tutta la squadra che era sotto la Calabria. Pignatone, Cortese, Prestipino… quelli che combattevano dentro i paesi nostri”, dicono gli indagati, aggiungendo: “maledetti”.

Il processo ordinario: chiesti oltre 450 anni di carcere

Parallelamente, davanti all’Tribunale di Roma è in corso il processo con rito ordinario, che coinvolge circa quaranta imputati. La procura ha chiesto condanne complessive per oltre 450 anni di carcere. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, dall’estorsione aggravata alla detenzione illegale di armi, fino a riciclaggio, truffa aggravata ai danni dello Stato e concorso esterno in associazione mafiosa.

Un precedente pesante

La decisione della Cassazione rappresenta un precedente giudiziario pesantissimo: per la prima volta viene certificata in via definitiva l’esistenza di una “locale” di ’ndrangheta a Roma, non come semplice infiltrazione, ma come struttura riconosciuta e autorizzata dalla Calabria. Un sigillo che pesa sul presente e sul futuro dei processi antimafia nella Capitale – e che smonta, una volta per tutte, la favola della criminalità “importata” senza radici.

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