Tutto il Consiglio di amministrazione al completo e l’imprenditore professionista, d’accordo nel beffare i creditori, avrebbero distratto l’intero complesso aziendale di Fondazione Betania onlus in liquidazione giudiziale con sentenza del Tribunale di Catanzaro datata 14 luglio 2023. L’avvocato Marco Zummo, destinatario di una misura cautelare agli arresti domiciliari vergata dal gip Pietro Agosteo su richiesta della Procura (LEGGI), insieme al presidente del Cda don Pietro Puglisi e ai componenti don Ivan Rauti, Cesare Vincenzo Pelaia, don Vincenzo Arturo Grillo, Antonio De Marco, oggi amministrazione unico della Catanzaro Servizi, e Giuseppe Leone, indagati per bancarotta fraudolenta per distrazione, avrebbero causato il dissesto della società “con il doloso e sistematico inadempimento delle obbligazioni tributarie e previdenziali, protrattosi per diversi anni”. Un inadempimento che avrebbe avuto come unico effetto il far lievitare il debito tributario che, nel solo periodo intercorrente dalla data di apertura della procedura di liquidazione giudiziale a quella di redazione dello stato passivo, è aumentato di quasi cinque milioni di euro, in virtù delle iscrizioni a ruolo con conseguente addebito di sanzioni e interessi. Ma quale espediente sarebbe stato utilizzato per sottrarre i beni societari agli aventi diritto?
I passaggi societari anomali
Il 15 marzo 2022 Fondazione Betania Onlus e Karol Spa avrebbero stipulato un accordo quadro per la costituzione di una nuova società, Karol Betania Strutture Sanitarie srl partecipata per il 51% da Karol spa e per il 49% da Fondazione Betania. Tre mesi dopo quest’ultima avrebbe concesso alla nuova società mediante due contratti distinti, l’affitto di 5 rami d’azienda, per la durata di 15 anni al canone annuale di 200mila euro e la locazione degli immobili strumentali all’attività di impresa, per 7 anni e mezzo al canone annuale di 1.200.000 euro. Un anno dopo la Karol Betania Strutture Sanitarie srl e Fondazione Betania, con un contratto integrativo, avrebbero stabilito l’esonero dal pagamento dei canoni di affitto per i primi tre anni e dal pagamento dei canoni di locazione per i primi quattro anni, senza alcuna ragione economica, spogliando Fondazione Betania delle risorse necessarie per perseguire le proprie finalità istituzionali, senza una reale contropartita economica e distraendo – secondo l’accusa – l’intero complesso aziendale di Fondazione Betania in favore di Karol Betania Strutture Sanitarie srl.
I contratti mascherati e la trasmigrazione di danaro
In questo contesto Zummo, indagato anche per autoriciclaggio, avrebbe impiegato nell’ambito dell’attività economica di impresa esercitata da Karol Betania Strutture Sanitarie srl l’intero complesso aziendale della Fondazione Betania Onlus, “proveniente dalla commissione del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, ostacolando l’identificazione della provenienza dei beni”, stipulando contratti di affitto e di locazione volti a mascherare la natura distrattiva del trasferimento e di conseguenza l’origine illecita del complesso aziendale. La sottrazione e il trasferimento dei beni della fondazione Betania sarebbero stati dissimulati attraverso la progressiva trasmigrazione di imponenti flussi di denaro dalla newco alla Karol Spa, di cui Zummo era presidente del Cda, senza consentire alla curatela di ricostruire le cause giustificatrici di tale massivo trasferimento di liquidità.
Una anomalia gestionale rilevata in una relazione dalla curatela, che avrebbe evidenziato un vero e proprio abuso di posizione dominante da parte della Karol s.p.a., socia di maggioranza della nuova società, che mediante un Consiglio di amministrazione di esclusiva nomina e un’assemblea in cui deteneva la maggioranza assoluta, avrebbe estromesso di fatto la Fondazione dalla gestione comune del patrimonio, che costituiva lo scopo per il quale la new-co era stata originariamente costituita. La trasmigrazione dei flussi finanziari dalla new-co alla partecipata Karol spa, secondo quanto riportato nell’ordinanza, ha determinato un concreto pregiudizio per gli interessi dell’erario, dei creditori e il reimpiego del provento del reato di bancarotta.
L’inchiesta della Procura di Catanzaro è scattata in seguito alla trasmissione da parte del Tribunale di Catanzaro della sentenza con la quale è stata dichiarata l’apertura della liquidazione giudiziale di Fondazione Betania Onlus. Le indagini delegate alla Guardia di finanza avrebbero fatto emergere plurime condotte distrattive, realizzate in parte dai membri del Cda in autonomia e nel corso del tempo, in parte, con il concorso di Marco Zummo, amministratore delegato tanto della Karol spa, quanto della newCo Karol Betania Strutture Sanitarie srl. Secondo le ipotesi accusatorie, a fronte di un piano di ristrutturazione industriale da parte della newCo nella persona dell’amministratore delegato Zummo, che avrebbe dovuto porre fine all’esponenziale esposizione debitoria di Fondazione Betania, il Cda della Fondazione avrebbe deliberato dapprima di concedere in affitto e locazione i rami d’azienda e gli immobili della Fondazione, per poi successivamente, senza alcuna ragione economica, deliberare la completa gratuità delle operazioni per i primi tre anni, omettendo di incassare la caparra prevista nel contratto, di fatto cedendo gratuitamente l’intero patrimonio aziendale di Fondazione Betania alla nuova società.
Il classico metodo per distrarre i beni
Per l’accusa era ben chiaro che la nuova società, gestita da un amministratore delegato designato esclusivamente dalla Karol Spa nella persona di Zummo non avrebbe apportato alcun contributo tecnico, operativo o finanziario, così come era chiaro che la newco non avrebbe corrisposto, per i primi tre anni, alcun canone di fitto o di locazione, provvedendo invece al reperimento di risorse finanziarie mediante garanzie immobiliari prestate dalla Fondazione. Una scelta che denota volontà di mettere in atto uno dei metodi più classici in campo fallimentare, per superare lo stato di difficoltà in cui versa l’impresa, separare le passività dalle attività, che vengono trasferite in una società di nuova costituzione, “manovra che assume i connotati dell’operazione distrattiva per l’assenza di un concreto vantaggio economico e per l’impossibilità di continuare l’attività di impresa da parte della prima società”.
Il piano doloso e le false dichiarazioni
Una strategia, per la Procura, frutto di un piano doloso messo in atto dai componenti del Cda di Fondazione con la collaborazione di Marco Zummo nella duplice veste di amministratore delegato della newco e presidente del Cda di Karol S.p.a. Zummo sarebbe stato consapevole del gravissimo stato di dissesto della società, essendosi reso disponibile ad acquisire i rami d’azienda della Fondazione per risollevare le sorti dell’impresa. Il presidente don Pietro Puglisi conscio anche lui, al punto da rendere ai curatori dichiarazioni palesemente false in ordine alla gratuità dei contratti, affermando di essere stato indotto a concedere a titolo gratuito i rami d’azienda e gli immobili su richiesta del finanziatore Banca Etica, che avrebbe posto tale condizione per la successiva concessione del finanziamento. Ricostruzione integralmente smentita da Banca Etica. La versione di Puglisi, per l’accusa, risulta, non solo mendace, ma anche intrinsecamente illogica: “non vi è infatti ragione per cui l’aspirante finanziatore, che avrebbe dovuto erogare un prestito oneroso alla newco affinché potesse corrispondere i canoni alla fondazione, avrebbe dovuto pretendere la gratuità dei contratti”.
“Il Cda ha deliberato la distrazione del patrimonio”
Per quanto concerne i membri del Cda “sussiste la piena consapevolezza degli effetti dell’intera operazione sul patrimonio aziendale in danno dei creditori, avendo scientemente deliberato la distrazione del patrimonio aziendale. Secondo le argomentazioni accusatorie, anche a voler ipotizzare che il presidente del Cda abbia loro fornito informazioni fuorvianti sostenendo che la richiesta di gratuità provenisse dalla Banca Etica, erano comunque consapevoli degli effetti che la cessione gratuita avrebbe prodotto sull’assetto economico della fondazione, non potevano non avvedersi dell’intrinseca illogicità della pretesa e della sua presunta provenienza dall’aspirante finanziatore, che avrebbe avuto tutto l’interesse a concludere un contratto a titolo oneroso.









