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5 Marzo 2026
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La tangenziale fantasma di Vibo, l’incompiuta che ha smosso una montagna: cosa rivela la tesi dell’Unical

Sette milioni spesi per un’opera mai aperta e oltre novanta frane dopo gli scavi. La ricostruzione del disastro: il taglio del costone sotto Vibo avrebbe destabilizzato un versante già fragile

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C’è una strada, a pochi chilometri da Vibo Valentia, che non ha mai visto traffico ma che continua a raccontare molto del rapporto fragile tra opere pubbliche e territorio. È la Tangenziale Est di Stefanaconi, un’infrastruttura progettata per alleggerire il traffico tra la città e l’area del Monte Poro, rimasta però incompiuta e oggi simbolo di una storia fatta di lavori bloccati, frane e milioni di euro spesi senza risultato.

Il progetto nasce con un obiettivo semplice e ambizioso: collegare la Strada provinciale 15 con la Statale 18 per bypassare il traffico urbano e migliorare la mobilità nell’area vibonese. Sulla carta una soluzione strategica per la viabilità. Nella realtà, invece, la tangenziale è diventata una strada fantasma, mai aperta al traffico nonostante circa 7 milioni di euro di fondi pubblici già spesi.

Dietro questa incompiuta non c’è soltanto una vicenda amministrativa o burocratica. C’è anche una storia di geologia, frane e scelte progettuali discutibili, ricostruita con precisione da una ricerca universitaria. La fotografia più dettagliata arriva da una tesi di laurea del corso in Gestione dei rischi naturali dell’Università della Calabria, firmata dalla ricercatrice Nadia Elbahma, che ha analizzato i fenomeni franosi sviluppatisi lungo il tracciato della tangenziale. Il risultato è una ricostruzione che solleva interrogativi pesanti: la strada progettata per migliorare la viabilità avrebbe finito per alterare l’equilibrio geomorfologico di un intero versante.

Un progetto nato negli anni Ottanta e fermo da oltre vent’anni

La storia della tangenziale affonda le radici negli anni Ottanta. La prima progettazione risale al 1985, mentre i lavori per la realizzazione dell’opera partono soltanto nel 1998. Il tracciato viene collocato in una posizione estremamente delicata dal punto di vista geologico: alla base della scarpata che separa Vibo Valentia dal pianoro di Stefanaconi, una parete naturale che collega il terrazzo su cui sorge la città con la valle sottostante.

Si tratta di un versante imponente, alto circa 200 metri, caratterizzato da pendenze molto elevate e attraversato da una faglia attiva. Non un dettaglio secondario, perché quell’area era già considerata geomorfologicamente instabile molto prima dell’apertura dei cantieri. La cartografia del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), redatta nel 2001 dall’Autorità di Bacino della Calabria, classificava infatti la scarpata come Zona Franosa Profonda attiva, segnalando la presenza di frane già in movimento. In altre parole, la montagna sopra la futura tangenziale era già geologicamente fragile. Eppure proprio lì, ai piedi del costone, iniziano gli scavi per realizzare la nuova arteria.

Il masso che sfiora un’auto e la frana che ferisce i passeggeri

Durante la fase di costruzione accade qualcosa che cambia definitivamente il destino dell’opera. Dal versante sopra la strada si stacca un grosso masso, che precipita verso il basso sfiorando un’automobile. Per pochi metri non si trasforma in tragedia. Non è un episodio isolato. Poco tempo dopo, lungo lo stesso tratto, una frana investe un’auto, ferendo alcuni passeggeri, fortunatamente senza conseguenze gravi. È il segnale che qualcosa non sta funzionando.

La situazione diventa rapidamente insostenibile. La strada viene chiusa al traffico, i cantieri finiscono sotto sequestro giudiziario e i lavori si fermano definitivamente. Da allora la tangenziale resta un’infrastruttura incompiuta che taglia la collina tra Vibo e Stefanaconi senza essere mai entrata in funzione.

Il taglio del versante che ha destabilizzato la montagna

La ricerca universitaria prova a spiegare cosa sia accaduto davvero. Secondo lo studio, il punto cruciale sta negli sbancamenti eseguiti per costruire la sede stradale. Scavando alla base del versante, i lavori avrebbero rimosso parte del sostegno naturale della scarpata, riducendo la stabilità dell’intero pendio. In geologia dei versanti il meccanismo è noto: quando si elimina il supporto alla base di una montagna, la massa sovrastante può iniziare lentamente a scivolare verso valle sotto l’effetto della gravità.

Nel caso della tangenziale di Stefanaconi questo processo avrebbe riattivato frane già esistenti e innescato nuovi movimenti del terreno, soprattutto lungo il tratto immediatamente sopra la strada. La montagna, in sostanza, ha reagito agli scavi.

L’indagine scientifica tra satelliti e modelli digitali del terreno

Per ricostruire l’evoluzione del dissesto, la ricerca ha utilizzato tecniche avanzate di telerilevamento e analisi geospaziale. Non è stato possibile effettuare sopralluoghi sul posto perché l’area risulta ancora sottoposta a sequestro giudiziario. Gli studiosi hanno quindi lavorato attraverso fotografie aeree storiche, immagini satellitari e modelli digitali del terreno, incrociando le informazioni con software GIS come QGIS. Grazie a questa analisi è stato possibile osservare il territorio prima e dopo la costruzione della strada, individuando la comparsa e l’evoluzione dei fenomeni franosi. È una sorta di indagine geomorfologica a distanza, capace di raccontare come il paesaggio sia cambiato nel tempo.

L’esplosione delle frane lungo il costone

Il dato più impressionante emerge dal confronto tra la situazione precedente ai lavori e quella successiva. Prima della costruzione della tangenziale nell’area erano state censite 24 frane. Dopo l’apertura dei cantieri e gli sbancamenti, il numero totale dei movimenti franosi sale a 116. Significa che lungo il versante sono comparse 92 nuove frane, molte delle quali classificate come scorrimenti rotazionali superficiali, cioè cedimenti del terreno che coinvolgono i primi metri di suolo e possono attivarsi improvvisamente.

Ancora più significativo è il luogo in cui si sviluppano questi fenomeni. Le nuove frane si concentrano proprio a ridosso del tracciato stradale e dei muri di contenimento, suggerendo un legame diretto tra i lavori e l’aumento dell’instabilità. La strada, nata per migliorare la viabilità, avrebbe quindi finito per innescare nuovi movimenti della montagna.

Un territorio fragile tra faglie e rocce instabili

Il contesto geologico spiega perché il versante fosse così sensibile agli interventi. L’area si trova nel settore tirrenico dell’Arco Calabro-Peloritano, una zona geologicamente giovane dove la crosta terrestre continua lentamente a sollevarsi. Questo processo produce versanti ripidi, forte erosione e instabilità diffusa. I terreni che compongono il costone sopra Stefanaconi sono formati da scisti e gneiss, rocce metamorfiche che, quando vengono esposte all’aria e all’acqua dopo gli scavi, possono perdere rapidamente coesione. In queste condizioni basta poco per alterare l’equilibrio di un versante.

Altri milioni per mettere in sicurezza la montagna

Il paradosso finale della vicenda sta nei costi. Dopo i 7 milioni di euro spesi per costruire la tangenziale, sono stati stanziati altri 8 milioni per tentare di mettere in sicurezza il costone sopra la strada. Il progetto prevede la realizzazione di pali profondi dodici metri, grandi muri di contenimento, reti protettive e gabbie metalliche, oltre a interventi di riforestazione con alberi e arbusti autoctoni per stabilizzare il terreno. In sostanza si tenta di ricostruire artificialmente quell’equilibrio naturale che gli scavi avevano compromesso.

Il simbolo di una lezione ancora aperta

Oggi la Tangenziale Est di Stefanaconi resta una cicatrice nella collina tra Vibo Valentia e il Monte Poro. Una strada progettata per migliorare la viabilità che non ha mai visto traffico, ma che continua a raccontare una lezione importante. In territori fragili come quello calabrese, dove la geologia è giovane e i versanti sono delicati, ignorare l’equilibrio naturale della montagna può trasformare un’opera pubblica in un fattore di rischio. E la tangenziale mai aperta resta lì, silenziosa, a ricordarlo: la strada che avrebbe dovuto collegare due territori e che invece ha finito per risvegliare la montagna.

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