C’è qualcosa di vagamente surreale, nell’Italia delle classificazioni amministrative, nel fatto che una città di 65mila abitanti adagiata su un fondovalle fluviale — Cosenza, capoluogo di provincia, cuore burocratico e universitario della Calabria settentrionale — entri di diritto nel novero dei comuni montani, mentre Corigliano Rossano, il più vasto comune della regione per estensione territoriale, con oltre 80mila abitanti e una quota di territorio montano tutt’altro che trascurabile, ne esca definitivamente.
Non è un gioco di specchi. È la fotografia — nitida, impietosa — della nuova classificazione dei comuni montani introdotta dalla legge 12 settembre 2025, n. 131, e declinata operativamente dal DPCM autorizzato dal Consiglio dei ministri il 18 febbraio 2026. Una fotografia che, almeno in Calabria, restituisce un paesaggio ibrido, sospeso tra l’algebra dei parametri altimetrici e qualcosa che assomiglia, volendo essere generosi, alla discrezionalità. Volendo essere meno generosi: alla politica.
I numeri calabresi: meno montagna sulla carta
La Calabria perde 27 comuni montani nella nuova classificazione. Erano 283 secondo l’elenco UNCEM derivato dalla legge n. 991 del 1952; diventano 256 con i criteri del febbraio 2026, frutto di una revisione — la seconda in meno di tre mesi — che il ministro per gli affari regionali Roberto Calderoli ha dovuto rielaborare dopo che la proposta originale di dicembre 2025 avrebbe ridotto i comuni montani calabresi a soli 204, con un taglio di 79 enti. La reazione delle autonomie locali fu tale da costringere a una sostanziale retromarcia.
Il risultato intermedio — 256 comuni — si colloca comunque al di sotto del dato storico. Ma è la geografia interna della variazione a rivelare le contraddizioni più acute. Il saldo netto di -27 comuni nasconde, infatti, una dinamica più articolata: 50 comuni escono dall’elenco, mentre 23 comuni vi entrano per la prima volta. Un rimescolamento che, provincia per provincia, produce scenari difficilmente spiegabili con la sola logica del dislivello.
La provincia di Cosenza: la più “montana” diventa la più contraddittoria
Con 125 comuni montani nell’elenco storico, la provincia di Cosenza era — ed è — la realtà calabrese quantitativamente più rilevante in termini di montanità. Eppure è proprio qui che la nuova classificazione produce le sue fratture più vistose.
Il bilancio cosentino è il peggiore della regione in termini assoluti: 23 comuni escono, 7 entrano, per un saldo di -16. Ma la composizione di queste due colonne racconta storie molto diverse.
Chi esce: la montagna vera che perde il nome
Tra i 23 comuni cosentini che perdono la classificazione montana figurano realtà geograficamente, storicamente e culturalmente legate alla montagna in modo indiscutibile.
Bisignano, 9mila abitanti sul versante sinistro del Crati, a oltre 500 metri di altitudine media, con il territorio che si protende verso i contrafforti del Pollino: fuori. San Marco Argentano, borgo medievale arroccato a 750 metri sullo spartiacque tra il Tirreno e la Piana di Sibari, storicamente crocevia montano della Calabria Citeriore: fuori. Cropalati, Caloveto, Terravecchia, Scala Coeli — toponimo che già da solo evoca quote elevate — paesi dell’entroterra ionico cosentino, aggrappati alle propaggini della Sila Greca: tutti fuori.
Escono i comuni arbëreshë della Sibaritide: San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, Santa Caterina Albanese, Santa Sofia d’Epiro, comunità di lingua albanese insediate sulle colline cosentine dal XV secolo, il cui habitat montano non è mai stato messo in discussione da nessuno studioso né da nessun atlante. Escono da un elenco in cui erano entrate settant’anni fa, quando qualcuno salì lassù con un altimetro e un catasto.
Esce Amendolara, comune sulla Sibaritide con il centro storico a oltre 250 metri e il territorio comunale che risale verso le colline del Pollino. Escono Francavilla Marittima, Roseto Capo Spulico, Rocca Imperiale — comuni che il nome stesso (“Capo Spulico”, “Rocca”) tradisce una posizione tutt’altro che pianeggiante, ma che non raggiungono le soglie minime dei nuovi criteri.
E poi c’è Corigliano Rossano: il caso più eclatante, il paradosso dei paradossi.
Il caso Corigliano Rossano: più grande di molti capoluoghi, esclusa come un paese di pianura
Corigliano Rossano è nata nel 2018 dalla fusione dei due comuni omonimi, diventando il terzo comune calabrese per popolazione dopo Reggio e Catanzaro. Il suo territorio si estende per quasi 350 chilometri quadrati, risultando il primo comune calabrese per estensione, il 29° in Italia. Abbraccia la fascia costiera ionica, la piana del Crati e le alture della Sila Greca, fino a superare i mille metri d’altitudine, ai confini col comune di Longobucco.
Eppure il comune esce. La motivazione, strettamente tecnica, risiede nella diluizione dei parametri altimetrici determinata dalla fusione: quando si sommano il territorio costiero di Corigliano con le zone di pianura e le aree prossime alla foce del Crati, la media altimetrica del comune risultante scende sotto le soglie previste dai criteri b), c) e d) del DPCM. Il comune è troppo grande e troppo eterogeneo per essere “montano” nella sua interezza, e la classificazione non prevede graduazioni interne.
Chi entra: il capoluogo e la sua cintura
E qui si raggiunge il vertice del paradosso. I sette comuni cosentini che entrano per la prima volta nell’elenco dei comuni montani sono: Altilia, Castrolibero, Castiglione Cosentino, Cosenza, Figline Vegliaturo, Piane Crati, Zumpano.
Come è possibile che Cosenza sia montana e Corigliano Rossano no? La risposta tecnica va cercata nei nuovi criteri del DPCM. Cosenza soddisfa verosimilmente il criterio a): almeno il 20% della superficie comunale al di sopra dei 600 metri e almeno il 25% della superficie con pendenza superiore al 20%. Il territorio comunale cosentino, pur comprendendo il centro urbano a quota relativamente bassa, si estende verso le pendici della Catena Costiera a ovest e verso le prime propaggini della Sila a est. In termini percentuali, quelle falde occupano una porzione sufficiente a superare le soglie.
Ma lo stesso ragionamento non vale forse per i comuni arbëreshë esclusi? Per Bisignano? Per San Marco Argentano? Evidentemente no, o almeno, i calcoli ISTAT che stanno alla base del DPCM così dicono.
Castrolibero, Castiglione Cosentino e Zumpano sono sostanzialmente comuni dell’area metropolitana di Cosenza, parte di quell’agglomerato periurbano che si è sviluppato attorno al capoluogo negli ultimi decenni. Definirli “montani” con i criteri con cui si esclude Corigliano-Rossano non è un’operazione orografica: è un’operazione che produce effetti distributivi molto precisi, concentrando le risorse e i benefici nell’area del capoluogo.
Un dato politico, appunto, più che orografico.
Le altre province: anomalie diffuse
Il quadro provinciale rivela anomalie anche altrove, seppur meno clamorose. Crotone è la provincia più penalizzata in termini relativi: passa da 16 a 9 comuni montani, perdendo sette comuni senza acquistarne nessuno. Belvedere di Spinello, Carfizzi, Casabona, Melissa, San Nicola dell’Alto, Strongoli, Umbriatico — realtà dell’entroterra crotonese, some delle quali su altopiani a oltre 400 metri — escono senza compensazioni.
Reggio Calabria perde 14 comuni e ne recupera 2 (Bagnara Calabra e Melicuccà): il saldo è -12. Tra gli esclusi figurano comuni come Gerace, borgo medievale patrimonio architettonico UNESCO arroccato a 500 metri sullo Ionio, e Laureana di Borrello, sul versante tirrenico, o Condofuri, alle falde dell’Aspromonte. Entrano invece Bagnara Calabra e Melicuccà, sulla costa tirrenica, grazie probabilmente al criterio della pendenza.
Vibo Valentia è l’unica provincia calabrese che guadagna: da 23 a 31 comuni (+8). Entrano Drapia, Filandari, Jonadi, Rombiolo, San Costantino Calabro, San Gregorio d’Ippona, Spilinga, Zaccanopoli, Zungri — tutti comuni del Vibonese collinare, tra il Poro e le pendici dello Sparviero— . Una compensazione parziale rispetto alle perdite delle altre province.
Catanzaro rimane in parità numerica (54), ma con un rimescolamento interno: perdono la classificazione Andali, Belcastro, Cropani, Guardavalle e Soveria Simeri; la guadagnano Amato, Argusto, Gagliato, Gasperina e San Mango d’Aquino. Anche qui, l’applicazione dei nuovi parametri restituisce una geografia parzialmente diversa da quella storica.
I criteri: una geometria variabile con cinque gradi di libertà
Per comprendere i paradossi, occorre leggere con attenzione i cinque criteri del DPCM di febbraio 2026. Il legislatore — anche qui, in tutta onestà — ha costruito una griglia complessa, con soglie multiple che si sovrappongono e si integrano.
Un comune è montano se soddisfa almeno uno di questi requisiti: a) Almeno il 20% della superficie sopra i 600 m e almeno il 25% con pendenza > 20% (criterio combinato altitudine-pendenza); b) Altitudine media ≥ 350 m e almeno il 5% con pendenza > 20% (soglia più bassa, con minima pendenza); c) Altitudine media ≥ 400 m (solo altitudine, senza soglie di pendenza); d) Altitudine massima ≥ 1.200 m (basta un picco abbastanza alto nel territorio); e) Altitudine media ≥ 300 m, per comuni appartenenti a province interamente montane confinanti con l’estero (criterio geografico-politico).
A questi si aggiungono i criteri del comma 2, che classificano come montani i comuni “interclusi” — cioè circondati esclusivamente da comuni che soddisfano i criteri del comma 1 — purché abbiano altitudine media ≥ 200 m. È verosimile che proprio questo meccanismo di “contagio territoriale” abbia permesso l’ingresso di comuni come Castrolibero o Zumpano, che da soli difficilmente raggiungerebbero le soglie autonome, ma che confinano con comuni già classificati montani.
La moltiplicazione dei criteri — cinque soglie alternative, più i due del comma 2 — produce una rete ampia ma non uniforme. Un comune può essere escluso dal criterio a) e dal criterio c), ma rientrare per il d) grazie a una vetta nel suo territorio. Un altro può essere escluso da tutti e cinque i criteri del comma 1, ma rientrare per il comma 2 se è circondato da comuni già classificati. L’effetto è una classificazione ad albero decisionale che amplifica le discontinuità di confine: due comuni contigui, con caratteristiche altimetriche simili, possono trovarsi su sponde opposte della lista semplicemente per una differenza nel calcolo della percentuale di superficie.
I benefici in gioco: non è un titolo onorifico
La classificazione come comune montano non è un riconoscimento simbolico. Determina l’accesso a un sistema articolato di risorse previste dalla legge n. 131/2025.
Per tutti i comuni del primo elenco (comma 1): quota del FOSMIT, il principale fondo per la montagna; status di “scuola di montagna” con deroghe sul dimensionamento delle classi — vitale per i piccoli comuni che combattono ogni anno per tenere aperto il plesso; affidamento diretto di lavori pubblici a imprenditori agricoli locali; contributo una tantum per ogni figlio nato o adottato nei comuni montani fino a 5.000 abitanti.
Per i comuni del secondo elenco (comma 2), quello più selettivo: crediti d’imposta per medici e personale scolastico che si trasferiscono in montagna; crediti d’imposta per nuove imprese guidate da under 41; sgravi contributivi per il lavoro agile svolto stabilmente in comuni montani; credito d’imposta per l’acquisto della prima casa in zona montana; emolumenti accessori per il personale sanitario del SSN operante in strutture di montagna.
Un comune che perde la classificazione perde tutto questo. Non è un’astrazione: è la differenza tra tenere aperta la guardia medica o chiuderla, tra attrarre nuovi residenti o accompagnarli verso la porta.
Una classificazione che crea nuove disuguaglianze
Il paradosso calabrese non è solo estetico. È strutturale. La nuova classificazione rischia di produrre una geografia delle risorse che diverge dalla geografia dei bisogni.
Cosenza e la sua cintura periurbana — Castrolibero, Castiglione Cosentino, Zumpano — sono aree con infrastrutture relativamente sviluppate, con accesso a servizi universitari, ospedalieri, commerciali. Non sono, nell’accezione sostanziale del termine, aree in difficoltà demografica o economica da “montagna interna”. Eppure guadagnano l’accesso alle misure di sostegno della legge 131/2025.
San Demetrio Corone, San Cosmo Albanese, Scala Coeli — comuni con popolazioni che in qualche caso non raggiungono i mille abitanti, con servizi ridotti all’osso, con una diaspora emigratoria che dura da decenni, con scuole che reggono grazie alle pluriclassi — non sono più montani. Perdono la corsia preferenziale che la legge assegna a chi vive davvero in condizioni di marginalità geografica.
Va detto, a parziale temperamento, che la Conferenza Unificata del 5 febbraio 2026 ha concordato un’intesa che impegna le Regioni a tenere conto, nell’utilizzo della quota regionale del FOSMIT, anche delle esigenze dei comuni che erano nell’elenco storico ma non rientrano nei nuovi criteri. Una clausola di salvaguardia politica che non risolve il problema, ma almeno lo riconosce.
Rimane, tuttavia, la sensazione che la montagna calabrese — quella vera, fatta di paesi aggrappati ai versanti della Sila, dell’Aspromonte, del Pollino — meriterebbe una classificazione più aderente alla sua realtà, meno dipendente dalle geometrie delle medie ponderate e più attenta alle specificità socioeconomiche di territori che vivono il paradosso di essere fisicamente difficili da abitare e amministrativamente facili da trascurare.
Un DPCM, per quanto ben intenzionato, non può misurare la montagna solo con l’altimetro. La montagna è anche il tasso di spopolamento, il tempo di percorrenza verso l’ospedale più vicino, la percentuale di strade comunali non asfaltate, la distanza dal presidio scolastico più prossimo. Fino a quando la classificazione ignorerà questi parametri, il rischio è che la montagna entri negli elenchi ministeriali soprattutto dove fa comodo, ed esca dove sarebbe necessaria.
La stilettata di Stasi: “Occhiuto e Gallo, silenzio compiacente”
In tutto questo il sindaco di Corigliano Rossano, escluso eccellente, non le manda a dire.
“Il dilettantismo del Governo ormai sconfina ben oltre gli ambiti istituzionali, e questa misura dimostra, ancora una volta, il totale distacco dalla realtà del centrodestra. Per rilevare che i criteri stabiliti dalla nuova classificazione dei comuni montani siano totalmente assurdi – spiega Flavio Stasi a Calabria7 – basta scorrere l’elenco dei comuni che verrebbero esclusi oppure, banalmente, basterebbe vedere le documentazioni ministeriali. Nel caso di Corigliano Rossano, per esempio, viene escluso un Comune che, per oltre 4 mila ettari, ricade nella ZSC “Foreste Rossanesi”, totalmente montani, oltre a quasi altri mille ettari del Parco Nazionale della Sila che rappresentano solo una parte del territorio montano comunale, che va dalla ZSC del Farneto alla ZSC del Trionto, attraversando veri e propri abitati montani. Per produrre una misura del genere non bisogna essere “solo” incompetenti, ma anche avere un obiettivo specifico, che nel caso del governo Meloni sono sempre due”.
Stasi incalza. “Il primo sono sempre i soldi, che il Governo continua a sottrarre ai territori per finanziare follie come l’aumento delle spese militari o il Ponte sullo Stretto. Con la eliminazione di 346 comuni montani in Italia, infatti, vengono eliminati tutta una serie di sgravi e di contributo che venivano riconosciuti ai territori, aumentando la cassa centrale a scapito, come sempre delle comunità. Il secondo obiettivo, come sempre, è penalizzare il centro ed il sud in favore del nord. Casualmente grazie ai nuovi criteri, alcune regioni come il Piemonte e la Lombardia vedranno un aumento di 66 comuni classificati come montani. Al contrario la Puglia si vedrà riconosciuti 28 comuni in meno, la Sardegna 102 comuni in meno, la Calabria 27 comuni in meno: significherà una ulteriore mazzata per tante imprese agricole ed agroforestali, nonché per famiglie e comuni, il tutto ovviamente con il solito, compiacente silenzio del Governatore Occhiuto e dell’Assessore all’Agricoltura Gallo”.









