L’attore Mario Adorf è morto l’8 aprile scorso a 95 anni nel suo appartamento di Parigi a seguito di una malattia. Era nato a Zurigo l’8 settembre 1930, figlio di madre tedesca, Alice Adorf, e padre italiano, Matteo Menniti (originario di Badolato, faceva il medico-chirurgo). Portava il cognome della madre perché il padre biologico era sposato. Alice e Matteo si conobbero e si frequentarono per poco tempo in una struttura sanitaria (forse privata o semi-privata) di Siderno. Alice, che dal 1930 viveva a Zurigo, era venuta in Calabria mandata dall’Agfa (Aktiengesellschaft für Anilinfabrikation), un’azienda tedesca leader mondiale nel settore dell’imaging medicale, nota per la produzione di soluzioni radiografiche avanzate.
Un pò di storia
La relazione tra la fraulein Alice Adorf e il chirurgo Matteo Menniti – recitano le scarne notizie a disposizione – risale alla fine degli anni ‘20 del Novecento a Siderno. In un’intervista, l’attore Mario Adorf ha raccontato che sua madre, rimasta incinta, progettava di affidarlo a una famiglia, ma alla fine scelse di tenerlo e fuggì in Svizzera, dove nacque. Dopo tre mesi, furono costretti a tornare in Germania, dove fu cresciuto dalla nonna e dalla zia. Adorf è stato sposato con l’attrice Lis Verhoeven, da cui ha avuto la figlia Stella, anch’essa attrice. Dal 1985 era sposato con Monique Faye, con cui conviveva già dalla fine degli anni Sessanta. Ha vissuto a lungo a Mayen, in Germania, che nel 2001 gli aveva conferito la cittadinanza onoraria. Dal 2004 era membro onorario dell’Alemannia Aquisgrana e nel 2010 aveva ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Magonza. Mario Adorf in sessant’anni di carriera ha partecipato a circa 200 film. Divenne famoso nel 1957 nel ruolo di un assassino di donne nel film “Ordine segreto del III Reich” di Robert Siodmak. Successivamente fu spesso relegato a ruoli da cattivo.
I ruoli interpretati
Ottenne ruoli importanti nelle trasposizioni cinematografiche di opere letterarie come “Il tamburo di latta” (1979) di Volker Schlöndorff, dall’omonimo romanzo di Gunther Grass, e “Il caso Katharina Blum” (1975) diretto da Volker Schlöndorff e Margarethe von Trotta, tratto dal romanzo “L’onore perduto di Katharina Blum” di Heinrich Böll. Nel 1963 Adorf debutta nella saga western di Old Shatterhand e Winnetou con “La valle dei lunghi coltelli” e inizia la collaborazione con Antonio Pietrangeli in “La visita” (1963) e “Io la conoscevo bene” (1965). Il 1965 è un anno particolarmente prolifico, con partecipazioni in “Le soldatesse” di Valerio Zurlini, “Sierra Charriba” di Sam Peckinpah, “Dieci piccoli indiani” di George Pollock e nella coproduzione internazionale “La guerra segreta”. Nel 1966 è al fianco di Nino Manfredi in “Operazione San Gennaro”’, mentre nel 1967 interpreta il falso spettro in “Questi fantasmi” di Renato Castellani. Tra il 1968 e il 1969 recita in “Due spaghetti western” e “…e per tetto un cielo di stelle” e ancora “Gli specialisti”; nel 1969 appare in “La tenda rossa” con Sean Connery e Claudia Cardinale. Nel 1970 è protagonista del thriller “L’uccello dalle piume di cristallo” di Dario Argento. Dal 1972 diventa un’icona del poliziottesco italiano: appare in “La polizia ringrazia”, “Milano calibro 9” e “La mala ordina”, dove interpreta Luca Canali, doppiato da Stefano Satta Flores. Continua nel genere con “La polizia chiede aiuto” e “Processo per direttissima”, senza trascurare il cinema d’autore internazionale: tra i titoli più significativi figurano “Il viaggio a Vienna” di Edgar Reitz (Premio Ernst Lubitsch), “Il delitto Matteotti” di Florestano Vancini, ‘”Cuore di cane” di Alberto Lattuada, “Io ho paura” di Damiano Damiani e “Fedora” di Billy Wilder.
Le apparizioni in televisione
Negli anni Ottanta lavora con Werner Herzog sul set di “Fitzcarraldo”, ma il progetto viene interrotto e ricominciato con Klaus Kinski. Rifiuta anche ruoli in produzioni iconiche come “Uno, due, tre!” di Billy Wilder, “Il Padrino” di Francis Ford Coppola e “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah. Collabora con registi come Aldo Lado (La disubbidienza), Rainer Werner Fassbinder (Lola), Peter Del Monte (Invito al viaggio), Carlo Mazzacurati (Notte italiana) e Claude Chabrol (Giorni felici a Clichy). Dal 1980 in poi concentra la sua attività sulla televisione, partecipando a sceneggiati di successo come “La piovra 4”, “Marco Polo”, “Fantaghirò” e “Il ritorno del piccolo Lord”, oltre a numerose produzioni tedesche. Riprende anche l’attività teatrale e si cimenta come cantante, conduttore televisivo, scrittore e doppiatore, prestando la voce al drago nel film “Dragonheart” (versione tedesca). Nel 2006 è eletto secondo attore tedesco di tutti i tempi da “Unsere Besten” e nel 2007 fece parte della giuria del Festival di Berlino presieduta da Paul Schrader. Nel 2016 ricevette il “Pardo d’onore” alla carriera al Festival di Locarno.
Gli aneddoti si sprecano
Sul suo conto gli aneddoti si sprecano. Per esempio: “A Cannes ho visto la Sandrelli, che mi ha detto: “Mario, come ti sei fatto bello! Ti ricordavo un po’ bruttarello…”. “Infatti, siccome non ero biondo, non potevo fare altro che film messicani. Sam Peckimpah mi offrì il ruolo di messicano nel “Mucchio selvaggio”; il mio agente mi disse che Anthony Quinn non faceva più ruoli da messicani, Pedro Armendariz era morto, e che io avevo una bellissima carriera da messicano davanti a me. Rifiutai. Ma si può fare il messicano tutta la vita?” E il padre calabrese l’ha più rivisto? “Solo una volta – ha raccontato l’attore- Avrò avuto una ventina d’anni ed ero curioso di incontrarlo. Ovviamente mia madre me ne aveva parlato, dicendomi che papà aveva tanto desiderato un maschio. Ancora non sapevo parlare l’italiano e mio padre non conosceva il tedesco. Gli ho consegnato una lettera di mia zia dove raccontava quanto era successo. L’incontro sarà durato in tutto dieci minuti. Mio padre aveva dato disposizioni perché mi fosse versato un aiuto economico. Poi non l’ho più rivisto”.





