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14 Aprile 2026
14 Aprile 2026
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Luigi Federici, la latitanza-lampo e il covo nel centro di Vibo: arrestati anche la fidanzata e un amico (VIDEO)

Nuovi dettagli sull'operazione che ha portato all'arresto del 28enne ritenuto elemento di spicco della cosca Pardea-Ranisi, si nascondeva vicino al cinema Valentini. Accusati di favoreggiamento i due presunti complici

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Emergono nuovi particolari sulla cattura di Luigi Federici, 28 anni, latitante dal febbraio scorso e considerato dagli inquirenti uno degli elementi più pericolosi delle nuove leve della ‘ndrangheta vibonese. Il blitz che venerdì pomeriggio ha posto fine alla sua fuga si è consumato nel cuore del centro storico di Vibo Valentia, in un appartamento situato a pochi passi dal cinema Valentini: un rifugio ordinario, quasi domestico, nel quale il giovane aveva evidentemente trovato una routine tutt’altro che clandestina.

A fare irruzione sono stati i Carabinieri dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, che hanno abbattuto la porta d’ingresso con un’azione rapida e coordinata, affiancati dai militari della Guardia di Finanza. Un’operazione fulminea, senza margini di fuga, che non ha lasciato scampo al ricercato.

Arrestati anche la fidanzata e un amico

Con Federici si trovavano due persone, entrambe finite in manette con l’accusa di favoreggiamento: l’attuale fidanzata e un amico G.S., 30 anni di Vibo. Secondo quanto trapela da fonti non ufficiali — gli inquirenti mantengono il massimo riserbo — i due avrebbero contribuito a rendere possibile la latitanza del giovane, ospitandolo o comunque agevolandone la permanenza nel covo del centro storico.

Le accuse nell’operazione “Call Me”

La cattura di Federici si inserisce nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro denominata appunto “Call Me”, un’indagine incentrata su un meccanismo illecito che avrebbe consentito ad alcuni esponenti di rilievo della cosca, pur detenuti, di comunicare con l’esterno attraverso l’uso indebito di telefoni cellulari. Federici è imputato per partecipazione ad associazione di stampo ‘ndranghetistico e accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di soggetti detenuti, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Era ricercato da febbraio, dopo essersi sottratto a un provvedimento restrittivo ripristinato dal Tribunale del Riesame su richiesta della Procura di Catanzaro.

Centinaia di chiamate dal carcere

Al centro dell’impianto accusatorio vi sono migliaia di telefonate effettuate dal carcere in violazione delle norme penitenziarie. Secondo l’accusa, Federici avrebbe contattato 495 volte la madre, Erminia Bisogni, e il padre, Francesco Federici — entrambi già raggiunti dalla chiusura delle indagini — per aggiornarsi secondo l’accusa su quanto accadeva all’esterno, con particolare attenzione alle dinamiche interne alla cosca. Non solo: quelle conversazioni sarebbero servite anche a minimizzare le conseguenze delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, a screditarli e a ostacolare i riscontri investigativi, minandone la credibilità. Ancora più intenso il filo la compagna: secondo gli inquirenti, Federici l’avrebbe chiamata 1.426 volte. E non si trattava di conversazioni sentimentali: anche quei dialoghi secondo le ipotesti accusatorie sarebbero stati funzionali al mantenimento dei contatti con il mondo esterno alla galera.

L’ossessione per i pentiti

Nelle telefonate intercettate emerge con chiarezza una preoccupazione costante: i nuovi collaboratori di giustizia. Nel settembre 2020, in una conversazione con i genitori, Federici discute delle dichiarazioni di alcuni esponenti della cosca che avevano deciso di parlare con i magistrati. Si fa esplicito riferimento ad Antonio Cannatà alias “Sapitutta”, descritto come uno che “si è buttato”, e a Michele Camillò, detto “u Mangana”. Federici chiede al padre conferma di notizie frammentarie che raccoglieva in carcere tra altri detenuti o dalle prime notizie lette online. La madre cercava di rassicurarlo, sostenendo che si trattasse ancora di voci che circolavano in città, non di notizie certe. Un quadro che gli inquirenti leggono come la prova di una regia esterna alla gestione delle strategie difensive della cosca, condotta dall’interno di una cella.

Un nome pesante: “Rinascita-Scott”

Su Federici pesa già una condanna a 18 anni in appello nell’ambito del maxiprocesso “Rinascita-Scott”, l’operazione che ha colpito nel profondo la ‘ndrangheta del Vibonese. La sua cattura, coordinata dal Comando provinciale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e Catanzaro con il supporto del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata e della Compagnia Carabinieri di Vibo, rappresenta secondo la Procura di Catanzaro una significativa conferma del presidio costante sul territorio nel contrasto alla criminalità organizzata.

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