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18 Aprile 2026
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Caraffa riscopre Gennaro Miceli: il comunista che unì competenza tecnica, visione politica e radicamento popolare

Nel borgo arbëreshë nasce il museo dedicato all’ingegnere-deputato, protagonista silenzioso della storia del Pci e voce autorevole del Mezzogiorno dimenticato

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Il Comune di Caraffa di Catanzaro, meno di duemila anime di lingua e tradizioni arbëreshë alle porte del capoluogo di Regione, ha accolto l’idea di creare un museo per il suo cittadino più importante, Gennaro Miceli, già deputato comunista, morto nel 1976 all’età di 75 anni. Miceli è stato un personaggio importante nel mondo comunista di allora come vedremo più avanti. La municipalità di Caraffa ha potuto realizzare questo progetto commemorativo perché il figlio vivente di Miceli, Alessandro, che abita a Roma (con un passato lavorativo nella la casa cinematografica De Laurentiis), regalerà al Comune di Caraffa la casa avita che diventerà un museo.

Ma chi era Gennaro Miceli?

È stato uno dei più importanti personaggi storci della politica catanzarese, autorevole dirigente del Partito comunista italiano. Fine intellettuale, tecnico di assoluta qualità (era ingegnere), meridionalista accreditato negli ambienti parlamentari e, soprattutto, amico dei lavoratori. Personalità di primissimo piano della politica calabrese e nazionale negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, seppe guadagnarsi, oltre che l’affetto dei proletari calabresi che accorrevano da ogni dove per ascoltarlo, la stima del vertice di Botteghe Oscure, da Terracini a Togliatti, da Longo ad Amendola, da Natta a Bufalini, da Alicata a Macaluso e giù per li rami. L’economista Napoleone Colajanni andava dicendo: “Gennaro Miceli è stato il mio maestro”. Anche il presidente Giorgio Napolitano gli era tanto affezionato. Insomma, era così alta la considerazione politica e umana nei suoi confronti che il Partito gli affidò, nel 1963, la vice presidenza del gruppo parlamentare alla Camera quando la presidenza era saldamente in mano al segretario generale, Togliatti in persona. Sicché il vice era di fatto il perno dell’organizzazione parlamentare del Pci. Tanto per dire.

L’università a Napoli e il ritorno in Calabria

Gennaro Miceli nacque il 13 ottobre 1901 a Caraffa di Catanzaro, enclave arbëreshë a due passi da Catanzaro, da Alessandro Miceli e Teresina Cilberti. Ebbe due figli, Alessandro, stimato professionista che si divideva tra Roma ela Calabria, e Wanda Teresa, eccellente pittrice prematuramente scomparsa. Compiuti gli studi medi e superiori a Catanzaro, all’età di 17 anni s’iscrisse al Politecnico di Napoli laureandosi, a soli 20 anni, in ingegneria industriale. Nella città partenopea apprese i primi rudimenti del socialismo, conobbe Amedeo Bordiga, si iscrisse al circolo universitario, poi al movimento giovanile socialista e, quindi, al Partito socialista italiano. Si nutrì subito dei fermenti rivoluzionari del secolo, diventando marxista. Nel 1921, con la scissione di Livorno, aderì al Partito comunista italiano, organizzando i primi circoli giovanili nel napoletano. Dopo la laurea, 1923, ritornò in Calabria, diventando immediatamente attivo organizzatore del partito nella sua provincia che, all’epoca, comprendeva i comprensori di Crotone e Vibo Valentia. Giovanissimo ottenne la cattedra di Tecnologia Meccanica all’Itis “Ercolino Scalfaro” di Catanzaro. Il fascismo, nel 1925, lo allontanò dalla cattedra ottenuta esclusivamente per meriti scientifici. Durante il fascismo svolse clandestinamente attività di partito e, per tale motivo, venne ripetutamente arrestato.

La libera professione

Per vivere esercitò la professione libera, che svolse come poté considerato che l’Ovra, la polizia fascista, lo teneva d’occhio in quanto “pericoloso antifascista”. Nonostante l’ostracismo del regime e l’ottusità di alcuni suoi compagni la sua sapienza scientifica era molto richiesta. Notevoli furono i suoi studi sulle dighe della Sila e sui sistemi di bonifica. Un dirigente comunista del tempo cercò in modo lugubre di screditarlo quasi fosse una colpa essere valente professionista. Ma una rigida inchiesta interna del Partito lo scagionò da ogni volgare e ingiusta illazione. Tant’è che, dal 1948 al 1972, sedette interrottamente a Montecitorio, votato massicciamente dagli elettori calabresi.

Un tecnico del suo livello, a quel tempo poteva guadagnare quanto voleva, ma lui si votò alla causa rivoluzionaria. Resterà famoso per il suo disinteresse personale, assoluto disinteresse, per la grande umanità valorizzata da una forbita oratoria, dall’essere, ad un tempo, dirigente competente e apostolo tra i ceti meno abbienti. Nel 1943 riorganizzò il Partito nella provincia di Catanzaro, diventando segretario di federazione dal 1944 al 1948, guidando la lotta contadina; la sua voce divenne familiare nelle piazze calabresi. Fu tra i primi in Italia a capire l’importanza del ruolo delle cooperative nella società produttiva, e nel 1950 divenne presidente dell’ANCA (Associazione Nazionale Cooperative Agricole). Entrò nei centri decisionali di tutte le associazioni collaterali del Partito, dalla Lega delle Cooperative all’Alleanza Contadina. Fu un’autorità nazionale nel settore, si può dire che è stato il padre delle cooperative rosse. Nel Partito fu presente interrottamente, dal 1956 in poi, nel Comitato centrale, coprendo numerosi e prestigiosi ruoli. Ma è nel Parlamento che ricevette la sua consacrazione di politico che parla di problemi che conosce e, quindi, che coniuga l’aspetto politico alla competenza tecnica. Togliatti lo stimava molto e gli chiedeva, spesso, attraverso bigliettini vergati con inchiostro verde, pareri sibillini su questo o quel dirigente; e sui tanti temi che attraversano la vita politica italiana. Quando scoppia lo scandalo Trabucchi sulla Federconsorzi è lui che affronta l’argomento per conto del Partito. Col sardo Renzo Laconi fece una formidabile accoppiata nell’organizzazione proficua del lavoro parlamentare del gruppo.

Il ricordo di Chiaromonte

Si spense a Roma il 9 luglio 1976 all’età di 75 anni. Gerardo Chiaromonte, che il 17 marzo 1980 tenne a Caraffa il discorso in occasione dell’inaugurazione del busto bronzo, a un certo punto, disse: “Io ricordo Miceli anche a Roma, quando era vice presidente del gruppo dei deputati comunisti, e quando arrivai alla Camera dei deputati nel 1963, il suo aiuto, la sua comprensione, l’amicizia di cui mi onorò in quell’epoca; e lo ripeto e voglio dirlo perché mi sembra che sia anche questa una delle doti fondamentali di Gennaro Miceli, grande oratore parlamentare”. Miceli vantò questo record: quando iniziava a parlare l’aula di Montecitorio improvvisamente s’affollava. Come nei tribunali quando arrivava il grande avvocato. Molti si chiesero, invano, se fosse un togliattiano, un amendoliano o un igraiano. I tre grandi fiumi di pensiero che hanno caratterizzato la diversità del Pci rispetto ad altre, e talvolta tetre, esperienze internazionali. Nessuno lo seppe mai, e nessuno poté dire delle sue eventuali preferenze, perché, appunto, fu sempre sé stesso. Sobrio e schivo. Ripercorrendo la sua storia si potrebbe concludere che egli fu un autentico amendoliano. Un migliorista ante litteram. Peccato che in Calabria difetti la memoria e chi si ricordino sempre le stesse figure. Intanto, il prossimo 9 maggio a Caraffa si terrà un manifestazione in onore di Gennaro Miceli in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte.

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