La crescita c’è, ma non basta. Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat, la Calabria resta tra le regioni con il più basso tasso di occupazione in tutta l’Unione europea. Nel 2025, nella fascia tra i 15 e i 64 anni, lavora appena il 46,4% della popolazione. Un dato in aumento rispetto al 44,8% del 2024, ma ancora lontanissimo dalla soglia del 50% e soprattutto dai livelli medi europei.
Davanti alla Calabria, nella classifica negativa, si colloca solo la Guyane francese, mentre subito dopo compaiono altre due regioni italiane, Campania e Sicilia, a conferma di un divario territoriale che continua a segnare il Mezzogiorno.
Una crescita che non colma il divario
Il dato calabrese racconta una dinamica ambivalente. Da un lato si registra un incremento dell’occupazione, segnale di una lenta ripresa. Dall’altro, però, il miglioramento non è sufficiente a colmare il gap con il resto d’Europa. Il fatto che tre regioni italiane si trovino stabilmente tra le ultime cinque per occupazione evidenzia una fragilità strutturale che riguarda soprattutto il Sud. In questo scenario, la Calabria continua a essere uno degli anelli più deboli.
Il nodo occupazione femminile
Ancora più preoccupante è il quadro relativo al lavoro delle donne. Anche su questo fronte la Calabria si colloca nelle posizioni di coda a livello europeo. Il tasso di occupazione femminile si ferma al 34,9%, uno dei valori più bassi dell’intera Unione. Un dato che migliora rispetto al passato, ma che resta distante anni luce da realtà come la Provincia autonoma di Bolzano, dove lavora il 68,5% delle donne, o l’Emilia-Romagna, con il 64,7%. Il confronto evidenzia un divario non solo geografico ma anche sociale, che incide profondamente sulle prospettive di sviluppo del territorio.
Un ritardo che resta strutturale
La fotografia scattata da Eurostat restituisce l’immagine di una regione che cresce, ma troppo lentamente. La Calabria resta intrappolata in una condizione di ritardo strutturale, dove il miglioramento dei numeri non riesce ancora a tradursi in un vero cambio di passo. Il lavoro aumenta, ma non abbastanza da colmare il divario con il resto d’Europa. E finché il tasso di occupazione resterà sotto il 50%, la distanza non sarà solo statistica, ma anche economica e sociale.






