A inizio settimana la giornalista Concita De Gregorio de “La Repubblica, in previsione della ricorrenza del 25 aprile, ha scritto un pezzo in prima pagina dedicandolo alle figure femminili della Resistenza. Figure note e meno note. Tra queste ultime spiccava il nome di Taresa Gullace che ha ispirato il regista Roberto Rossellini in Roma città aperta. La protagonista del film, Anna Mgnani, era proprio Teresa Gullace.
Chi era Teresa Gullace
Accompagnava il racconto la foto di un francobollo dedicato, a suo tempo, alla calabrese che fu uccisa dai nazisti. Nello stesso film l’attore Aldo Fabrizi fa la parte del sacerdote, a sua volta, catturato dai nazisti e ucciso alle fosse Ardeatine. Anche in ciò c’è uno spicchio di Calabria perché il sacerdote era don Pietro Pappagallo, già vice rettore del Seminario regionale di Catanzaro. Teresa Gullace, nata l’8 settembre del 1906 a Cittanova, in provincia di Reggio Calabria, emigrata a Roma intorno alla fine degli Anni ’30, e conosciuta negli ambienti resistenziali come una “popolana romana” Teresa all’epoca dei fatti aveva solo 37 anni. La mattina del 26 febbraio del 1944 suo marito, Girolamo Gullace, viene preso dai nazisti nel corso di un rastrellamento dalle parti di Porta Cavalleggeri e condotto nella caserma dell’81° Fanteria in Viale Giulio Cesare. Per sei mattine di fila Teresa si presenta davanti la caserma per cercare di vedere il marito e di passargli, magari, un pezzo di pane, qualche sigaretta e una camicia pulita. Ci sono poche donne davanti a quella caserma e Teresa, in qualche modo, riesce ad intravedere il marito. Quindi, complice un pietoso soldato, riesce perfino a passargli un fagotto che stringe al petto. La mattina del 3 marzo, invece, vi è un assembramento mai visto, perché nei due giorni precedenti sono stati rastrellati centinaia di uomini ed ora le donne gridano, implorano pietà, ma sono bloccate da una muraglia di soldati tedeschi. Teresa arriva in ritardo, è impaurita e sconvolta di fronte a tanta moltitudine dolente, ma si fa coraggio, sgomita tra la folla e riesce a raggiungere la prima fila. Vede il marito aggrappato alla grata di una finestra e si fa ancora più avanti. Ha in mano il solito fagotto, si stacca dal marciapiede e attraversa la strada dirigendosi decisa verso la caserma. Un soldato tedesco, però, le sbarra il passo con modi bruschi, spianando il fucile. Teresa tenta di spiegargli che vuole solo lanciare un pezzo di pane a suo marito; il soldato rimane indifferente e allora Teresa comincia ad urlargli in faccia tutto il suo disprezzo. È solo una donna, una moglie, non è armata, vuole gettare un pacchetto con un pezzo di pane e formaggio al marito o solo semplicemente parlargli.
Una figura sdoganata
Il gesto viene punito da un sottufficiale tedesco che spara con la sua Luger una sventagliata di colpi mettendo fine all’esistenza di Teresa Gullace, madre di cinque figli e al sesto mese di gravidanza. Lo sdegno e la rabbia popolare che immediatamente seguono alla morte della donna convincono i tedeschi a rilasciare Girolamo Gullace. La tragica storia ha presto una notevole eco nella città e numerosi gruppi partigiani, da Azione Patriottica allo stesso Comitato di Liberazione Nazionale, rendono la sfortunata donna uno dei simboli della loro lotta, della Resistenza romana. Dopo la Liberazione, Teresa Gullace viene insignita il 31 marzo 1977 della Medaglia d’Oro al valor civile dal Presidente della Repubblica italiana Giovanni Leone e di Medaglia d’Oro della Resistenza dalla Regione Lazio. Alla donna è stato dedicato un francobollo italiano nel 1995, compreso in una serie di 9 valori dedicati ad episodi della Seconda guerra mondiale, racchiusi anche in un blocco foglietto. Il personaggio del sacerdote, interpretato da Aldo Fabrizi, è ispirato alla figura di Don Giuseppe Morosini. Si potette dire che finalmente la figura di Teresa Gullace era stata sdoganata. Oggi ci sono i nipoti e i pronipoti a ricordare quegli eventi. Anche se la Resistenza si svolse al di sopra della cosiddetta Linea Gotica furono molti i partigiani calabresi che parteciparono, direttamente o indirettamente, alla guerra di Liberazione. L’archivio dell’Anpi ne censisce 1.849 di cui 49 donne. A questo numero bisogna aggiungere i combattenti che furono uccisi dai nazifascisti al lato della guerra della Resistenza, solo perché si dichiararono antifascisti.
Le partigiane nostrane
In Calabria, senza andare lontano, ce ne furono donne partigiane. Alcune si misero in luce per il loro attivismo, o come staffette partigiane oppure come militanti a pieno titolo. Ricordiamo Anna Cinanni di Gerace (sorella del più noto Paolo, dirigente del Pci), Anna Condò di Reggio Calabria (il fratello Ruggero era membro della terza Brigata Garibaldi in formazione tra Piemonte e Liguria), Caterina Tallarico di Marcedusa (il fratello Federico fu comandante partigiano con il nome di “Frico”), Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco (insieme al marito Marco Perpiglia erano dirigenti in Liguria), Tina Pontoriero di San Ferdinando (nome di battaglia Maia), le sorelle Maria e Bice Tocco di Tropea. La storia di Giuseppina Russo è stata raccontata dal sociologo Claudio Cavaliere nel libro “L’ape furibonda” (Rubbettino, 2018). Nello stesso saggio è stato ricordato che nelle elezioni del 1946 in Calabria furono elette tre sindache (in tutta Italia ne furono elette 12): Lydia Toraldo Serra, a Tropea; Caterina Tufarelli Pisani, a San Sosti; Ines Nervi Carratelli, a San Pietro in Amantea. Il 2 giugno 1946 è ritornato, con grande successo di pubblico, nel film di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”. Insomma, le donne calabresi parteciparono alla politica e dettero corpo allo spirito antifascista su cui si fondava la neonata democrazia italiana. Questo dato ci lascia intuire che, durante la Resistenza, le donne calabresi non furono soggetti passivi ma parteciparono attivamente ai flussi sociali che stavano attraversando la penisola.
Tra gli uomini
Tra gli uomini si eleva la figura di Federico Tallarico, medico, nato a Marcedusa il 20 giugno 1917, piccolo centro agricolo del catanzarese, che da ufficiale del Regio esercito preferì la libertà e la democrazia diventando un comandante partigiano. Col nome di battaglia “Frico”, fornì alla brigata partigiana autonoma la sua cifra. Molti militari calabresi che, dopo l’8 settembre si trovavano a migliaia di chilometri di distanza dalle proprie case, sia nell’impossibilità di poter ritornare in sede che nella consapevolezza di dover continuare a combattere contro l’ex alleato germanico, iniziarono ad alimentare le fila della resistenza in vari ruoli. Prova ne sono, ad esempio, le tre medaglie d’Oro al Valor Militare alla memoria di tre ufficiali: Aldo Barbaro e Vinicio Cortese di Catanzaro e Saverio Papandrea di Vibo Valentia; e poi: Carmine Fusca di Limbadi, Pasquale Staglianò nato a Bagnara e residente a Vibo Marina, Francesco Restuccia di Joppolo, Francesco Restucci di Tropea, Pino Scrivo (detto Aramis) di Serra San Bruno, Francesco Vallelonga (detto Fanfulla) di Nardodipace, Domenico Mazzitelli di Zaccanopoli; nella provincia di Crotone: i fratelli Giulio e Franco Nicoletta, il sacerdote don Pietro Capocasa di origine marchigiana, Giuseppe Pace di Petilia Policastro; nella provincia di Cosenza: Franco Bugliari di Santa Sofia d’Epiro, Raffaele De Luca di San Benedetto Ullano, Ubaldo Montalto di Cosenza, Salvatore Marco De Simone e Giovanni Aceto di Rossano, Vincenzo Errico di Verbicaro, Geniale Bruni di Aiello Calabro, Dante Castellucci (detto Facio) di Sant’Agata d’Esaro, il tenete colonnello Franco Castriota di Castrovillari; i partigiani di lingua arbëreshë; i partigiani della provincia di Reggio Calabria: Aldo Chiantella di Reggio, Vittorio Calvari, friulano ma residente a Campo Calabro, Pasquale Brancatisano (detto Malerba) di Samo, Marco Perpiglia di Roccaforte del Greco; i lametini Gaetano Renda di Sambiase e Domenico Petruzza ed Emilio La Scala di Nicastro. E altri ancora.
Tra i militari
Ma ci furono anche militari semplici che furono uccisi dai nazifascisti come il catanzarese Ettore Arena (Catanzaro, 17 gennaio 1923 – Roma, 2 febbraio 1944) che fu soldato e partigiano al tempo stesso. Egli, in servizio come allievo elettricista nella Marina militare, si trovava a Venezia al momento dell’armistizio di Cassibile. Sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, riuscì fortunosamente a giungere a Roma, dove risiedevano i suoi familiari. Nella capitale, prese parte alla resistenza armata militando, sin dall’ottobre 1943, nelle file del movimento Bandiera Rossa. Nel dicembre dello stesso anno, Arena fu arrestato con altri membri della sua formazione e un mese dopo fu processato da un tribunale di guerra tedesco. Condannato a morte con altri coimputati, il giovane fu fucilato con loro a Forte Bravetta. Condotto davanti al plotone di esecuzione, lo affrontò con animo e contegno di fiero soldato, strappandosi la benda dagli occhi cadendo in fine col nome dell’talia sulle labbra. Fu insignito di medaglia d’oro al valore militare. Arena è stato un eroe dimenticato dai contemporanei, se non fosse per la via che gli ha intitolato il Comune di Catanzaro.
L’attore Raf Vallone
Ricordiamo, infine, che anche l’attore di Raf Vallone (di Tropea), con due lauree, già redattore de l’Unità e ala destra della squadra del Torino in serie A, fu partigiano nelle fila di “Giustizia e Libertà”. Uno degli amici più stretti di Raf Vallone fu Cesare Pavese che nel 1935 fu confinato dai fascisti a Brancaleone.






