Il prossimo 19 maggio si riaccendono i riflettori su uno dei casi più discussi della cronaca politica piemontese: il processo d’appello bis a carico di Roberto Rosso.
L’ex assessore regionale di Fratelli d’Italia, accusato di voto di scambio politico-mafioso, dovrà presentarsi nuovamente davanti ai giudici dopo che la Cassazione, lo scorso 3 febbraio 2025, ha annullato con rinvio la precedente condanna a quattro anni e quattro mesi di reclusione.
L’origine dell’inchiesta e il patto elettorale
La vicenda affonda le radici nel 2019, nel pieno della campagna per le elezioni regionali. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), Rosso avrebbe stretto un accordo con due figure legate alla ‘ndrangheta per garantirsi un solido bacino di preferenze.
Nonostante la Suprema Corte abbia evidenziato come l’operazione abbia prodotto risultati elettorali piuttosto scarsi, i magistrati si dicono convinti della consapevolezza dell’esponente politico circa l’appartenenza dei suoi interlocutori a contesti criminali.
Il punto cruciale: emissari o fama criminale?
Il nuovo passaggio in aula servirà a sciogliere un nodo giuridico fondamentale per la qualificazione del reato.
La Corte d’Appello dovrà infatti stabilire se, nella raccolta dei voti, sia stato effettivamente utilizzato il cosiddetto “metodo mafioso”. Il compito dei giudici sarà capire se i due intermediari agirono come veri e propri emissari dei clan di riferimento o se, al contrario, si limitarono a far leva sulla “fama criminale” che li accompagnava nell’ambiente locale.
Il tramonto della carriera politica
Il terremoto giudiziario per Rosso era scoppiato il 20 dicembre 2019 con un arresto che scosse profondamente la giunta regionale.
Solo pochi giorni dopo, Rosso rassegnò le dimissioni da assessore regionale, chiudendo bruscamente la sua esperienza di governo e dando inizio a una lunga battaglia legale che ora si arricchisce di un nuovo, decisivo capitolo nel capoluogo piemontese.







