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9 Maggio 2026
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Garlasco, l’impronta 33 “sembrava bagnata e faceva senso”: i pm puntano su Sempio. E Marco Poggi cambia versione

La nuova pista sull’omicidio di Chiara Poggi: l’alone viola sul muro, la mano “fresca” e i dubbi degli investigatori. Tensione anche sulle dichiarazioni del fratello della vittima

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“Faceva senso”. È una frase pronunciata quasi vent’anni fa da uno degli specialisti del Ris entrati nella villetta di Garlasco dopo l’omicidio di Chiara Poggi, ma che oggi torna centrale nella nuova inchiesta della Procura di Pavia. Al centro del fascicolo c’è ancora lei: la celebre “impronta 33”, la traccia del palmo di una mano destra trovata sul muro della scala che porta alla cantina, proprio sopra il punto in cui venne ritrovato il corpo della 26enne. A ricostruirlo è Pierpaolo Lio sul Corriere della Sera.

Per gli inquirenti quella traccia sarebbe riconducibile ad Andrea Sempio, oggi nuovamente indagato. Gli esperti incaricati dalla Procura parlano di quindici “minuzie” compatibili con il palmo del 38enne, un elemento che viene considerato uno dei pilastri della nuova ricostruzione investigativa.

“Sembrava lasciata da una mano bagnata”

Già all’epoca, però, quell’impronta aveva colpito gli specialisti del Ris per un dettaglio considerato anomalo. Dopo il trattamento con la ninidrina, il reagente usato per evidenziare le impronte, sul muro comparve un alone viola particolarmente intenso. Un dettaglio che spinse gli investigatori a soffermarsi sulla consistenza della traccia. “C’era una specie di goccia con degli schizzi”, ricordò l’allora comandante della sezione impronte del Ris. E proprio da quella osservazione nacque la frase diventata oggi centrale: “A differenza delle altre, la 33 sembrava lasciata da una mano bagnata”. Secondo gli specialisti, con un palmo asciutto “quell’impronta non esce”. Per questo motivo gli esperti ipotizzano che la mano potesse essere sporca di sudore, sangue o persino di sangue lavato.

La mano sul muro e il killer in equilibrio precario

La Procura ritiene che la posizione dell’impronta 33 sia perfettamente compatibile con i movimenti dell’assassino dentro la villetta di via Pascoli. La scala che conduce alla cantina viene descritta dagli investigatori come stretta, ripida e senza corrimano. Secondo l’esperto del Ris di Parma specializzato nell’analisi delle macchie di sangue, chi trasportò o spinse il corpo di Chiara Poggi avrebbe avuto la necessità di cercare un appoggio sul muro. Ed è proprio qui che entra in gioco un altro elemento ritenuto decisivo: la traccia “N1”, individuata soltanto durante le nuove indagini.

Il tacco, il gradino zero e la nuova ricostruzione

La traccia “N1” sarebbe il segno del tacco della scarpa dell’assassino sul cosiddetto “gradino zero” della scala della cantina. Secondo gli investigatori, chi lasciò quel segno si trovava in equilibrio precario, con la parte anteriore del piede sospesa nel vuoto. Una posizione che avrebbe costretto il killer ad appoggiarsi al muro di destra per non cadere. Ed è proprio lì che compare la famosa impronta 33. Nel puzzle investigativo, inoltre, la traccia viene collegata anche alla cosiddetta “45”, una goccia di sangue che, secondo gli esperti, si sarebbe staccata da un oggetto insanguinato posizionato più in alto sulla parete.

La difesa di Sempio: “Le minuzie sono solo cinque”

I legali di Andrea Sempio contestano duramente la ricostruzione della Procura. Per gli investigatori le compatibilità tra il palmo dell’indagato e l’impronta sarebbero quindici. La difesa, invece, sostiene che le “minuzie” realmente utilizzabili siano soltanto cinque, troppo poche per attribuire con certezza quella traccia a Sempio. Gli avvocati insistono inoltre sul fatto che il 38enne frequentasse la casa dei Poggi e che quell’impronta potrebbe essere stata lasciata in un momento precedente all’omicidio.

Marco Poggi e i ricordi che cambiano

Uno degli aspetti più delicati della nuova inchiesta riguarda le dichiarazioni di Marco Poggi, fratello della vittima e amico storico di Andrea Sempio. Nei primi verbali dopo il delitto, Marco aveva spiegato che il gruppo di amici frequentava raramente la villetta di via Pascoli. Una versione confermata anche dagli altri ragazzi della compagnia, che raccontavano di ritrovarsi soprattutto altrove. Con il passare degli anni, però, i ricordi sembrano modificarsi. Intercettato e successivamente riascoltato dagli investigatori, Marco Poggi amplia progressivamente la descrizione degli ambienti frequentati dagli amici all’interno della casa: non solo il salottino, ma anche cucina, bagno del piano superiore e perfino la cantina. Quando gli investigatori gli chiedono conto della famosa “33”, Marco ammette: “È possibile che siamo andati in cantina». Ma subito dopo ribadisce: «Per me Andrea Sempio non c’entra niente”.

La Procura ora guarda anche alle contraddizioni

Secondo quanto emerge dagli atti, gli inquirenti avrebbero percepito negli ultimi interrogatori un atteggiamento diverso da parte di Marco Poggi. Le sue dichiarazioni vengono oggi considerate meno lineari rispetto al passato e rientrano tra gli elementi che la Procura intende approfondire nel nuovo fascicolo sul delitto di Garlasco. Una cosa, però, Marco continua a ripeterla senza esitazioni: “Per me Andrea Sempio non c’entra niente”.

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