Il gup del Tribunale di Catanzaro, Roberta Cafiero, ha condannato a sei anni di reclusione Halmi Ben Mahmoud Mselmi, cittadino tunisino di 28 anni residente a Cosenza, ritenuto responsabile del reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale. La decisione è arrivata al termine del processo celebrato con rito abbreviato. La Procura aveva chiesto una pena più severa, pari a otto anni di carcere.
Le indagini della Digos e i presunti legami con l’Isis
L’inchiesta, coordinata dagli investigatori della Digos di Catanzaro, avrebbe ricostruito l’inserimento dell’imputato in un contesto estremista di matrice salafita-jihadista collegato all’Isis.
Secondo gli accertamenti, il 28enne avrebbe mantenuto rapporti con altri soggetti tunisini presenti tra Italia, Germania e Tunisia, partecipando ad attività di propaganda radicale e diffondendo contenuti riconducibili alla jihad. Gli investigatori sostengono che l’uomo promuovesse messaggi finalizzati all’incitamento della cosiddetta “guerra santa” contro gli occidentali e i non credenti.
Materiale jihadista trovato nei dispositivi elettronici
Tra gli elementi raccolti durante le indagini figurano numerosi contenuti informatici sequestrati nei dispositivi elettronici dell’imputato. Nel fascicolo processuale vengono richiamati video di attentati attribuiti all’Isis, immagini violente di esecuzioni e decapitazioni, oltre a documenti e manuali relativi alla costruzione di ordigni artigianali. Gli atti citano anche file dal contenuto esplicito, tra cui testi denominati “Come uccidere” e “Programma per l’industria del terrorismo”.
Le accuse di indottrinamento e reclutamento
Secondo l’accusa, Mselmi avrebbe svolto anche attività di indottrinamento nei confronti di altre persone, affrontando temi legati al martirio e alla jihad e sostenendo la necessità di combattere apostati e occidentali. Alcune intercettazioni riportate nella sentenza evidenzierebbero espressioni di forte ostilità verso i non musulmani e riferimenti a possibili azioni di vendetta contro gli “infedeli”.
Le comunicazioni tramite Telegram e Messenger
Gli investigatori hanno inoltre documentato l’utilizzo di piattaforme come Telegram e Messenger per comunicazioni considerate riservate e orientate a evitare controlli da parte delle forze dell’ordine. Per il giudice, il gruppo contestato operava attraverso una rete internazionale capace di mantenere collegamenti funzionali alla propaganda e al reclutamento jihadista anche senza una struttura stabile e continuativa.
Il passato in Tunisia e l’arrivo in Italia
La sentenza ripercorre anche alcune vicende precedenti dell’imputato nel suo Paese d’origine. Il 28enne era arrivato irregolarmente in Italia nel 2022 e, durante la procedura per la richiesta di asilo, avrebbe dichiarato di essere stato coinvolto in Tunisia in procedimenti legati al terrorismo. Secondo quanto emerso, nel suo Paese sarebbero stati trovati materiali propagandistici riconducibili allo Stato Islamico.
Il quadro accusatorio accolto dal giudice
Nelle motivazioni della decisione, il gup ha ritenuto sussistente una partecipazione attiva dell’imputato all’associazione terroristica contestata. Per il giudice, il suo ruolo non si sarebbe limitato alla diffusione ideologica, ma avrebbe riguardato anche attività di addestramento, reclutamento e supporto logistico nei confronti di soggetti vicini all’estremismo islamico.








