di Mara Paone* – Ci sono spettacoli che si guardano e altri che si attraversano. La prima di “Fortunata di Dio”, andata in scena ieri sera al Teatro Rendano di Cosenza, appartiene senza dubbio alla seconda specie. Ciò che è accaduto sul palco non è stato soltanto teatro: è stata una immersione emotiva, culturale e perfino identitaria dentro una delle figure più complesse e amate della Calabria contemporanea: Natuzza Evolo. Ed è forse proprio questo il primo merito, enorme, dell’opera scritta da Andrea Ortis e Ruggero Pegna, con la regia dello stesso Ortis: avere avuto il coraggio di raccontare Natuzza senza trasformarla in un santino, restituendole invece umanità, peso, conflitto, dolore, spaesamento e quella dimensione di mistero che ha accompagnato tutta la sua esistenza. “Fortunata di Dio” non cerca scorciatoie emotive, non forza la commozione, non indulge nel folklore religioso. Ed è proprio per questo che arriva forte al pubblico.
Una Calabria devota e diffidente
La narrazione attraversa infatti non soltanto la vicenda spirituale di Natuzza, ma anche il contesto umano e sociale che l’ha circondata: una Calabria profondamente devota ma al tempo stesso diffidente, capace di inginocchiarsi davanti all’inspiegabile ma anche di guardarlo con sospetto, paura, incredulità. Una terra che spesso fatica a riconoscere ciò che ha davanti mentre lo sta vivendo.
Ed è piacevolmente sorprendente che a cogliere questa sfumatura con tanta precisione sia proprio Andrea Ortis, friulano, capace però di leggere l’anima calabrese con una sensibilità quasi disarmante. Senza stereotipi, senza folklore di maniera, senza compiacimenti. Come se quella storia, pur non appartenendogli geograficamente, gli appartenesse emotivamente da sempre.
La sua regia è intensa ma misurata, emotiva ma mai ridondante. Accompagna il pubblico dentro la storia senza imporre una direzione obbligata, lasciando spazio alla coscienza personale di ciascuno spettatore: ed è proprio questa eleganza narrativa a rendere l’opera così potente. Le musiche del Maestro Francesco Perri diventano parte integrante del racconto, non semplice accompagnamento ma respiro drammaturgico vero, contribuendo a creare una atmosfera sospesa tra realtà e dimensione interiore.
Annalisa Insardà è Natuzza
E poi c’è Annalisa Insardà. Ieri sera non ha semplicemente interpretato Natuzza Evolo. L’ha attraversata. E solo una donna del Sud, una calabrese verace, solo una attrice che conosce intimamente certi silenzi, certe devozioni popolari, certe ferite invisibili e quel particolare modo calabrese di convivere insieme con fede, dolore e pudore, poteva restituire Natuzza in una maniera così vera.
La sua prova scenica è stata intensa, costruita non sull’enfasi ma sulla sottrazione. Negli sguardi, nelle pause, nei silenzi, nelle fragilità improvvise della voce, Insardà è riuscita a restituire una Natuzza profondamente umana, quasi disarmata davanti al peso della propria esistenza. Ed è questo il punto più alto della sua interpretazione: avere tolto distanza tra palco e platea. A un certo punto non si aveva più la sensazione di assistere a una rappresentazione teatrale; sembrava piuttosto di trovarsi davanti a una presenza viva, fragile, reale. L’emozione finale dell’attrice, quella autentica, non recitata, è arrivata addosso al pubblico con una forza persino difficile da descrivere. Ed è lì che il teatro ha smesso di essere esercizio tecnico per diventare qualcosa di molto più bello: verità emotiva condivisa.
Un applauso che voleva restare
Il lunghissimo applauso del Rendano e la standing ovation finale non sono sembrati soltanto il riconoscimento a uno spettacolo riuscito. Sono sembrati quasi il bisogno collettivo di restare ancora un poco dentro quella storia, di non interrompere bruscamente un viaggio che, per molti, ha toccato corde intime e perfino identitarie, poiché “Fortunata di Dio”, alla fine, non racconta soltanto Natuzza Evolo. Racconta il peso di essere guardati come “diversi”, il dolore dell’incomprensione, la fatica di convivere con un dono che gli altri non riescono a spiegarsi e che quindi, spesso, scelgono prima di temere e poi di giudicare.
Racconta anche una comunità religiosa e umana inizialmente prudente, a tratti diffidente, incapace di comprendere subito ciò che aveva davanti. E forse proprio qui sta uno dei nuclei più potenti dell’opera: avere avuto il coraggio di attraversare anche le ombre, i dubbi, le resistenze, senza mai semplificare nulla. In questo senso va riconosciuto il grande lavoro di tutto il cast, chiamato non a interpretare figure facili, ma uomini e donne attraversati da conflitti interiori profondi, sospesi continuamente tra fede, razionalità, timore e bisogno di comprendere. Ed è proprio questa autenticità collettiva che ha reso l’opera così credibile e umanamente forte.
Alla fine resta una sensazione difficile da spiegare. Quella che il teatro, quando incontra verità, sensibilità e coraggio artistico, riesca ancora a fare qualcosa di rarissimo: non raccontare semplicemente una storia, ma lasciare una traccia emotiva dentro chi ascolta. E ieri sera al Rendano è successo esattamente questo.
* Avvocato








