Dalla Locride al Piemonte, fino alla conquista di una delle più redditizie piazze di spaccio della Capitale. La storia criminale che la Direzione distrettuale antimafia di Roma attribuisce alla famiglia Marando attraversa mezza Italia, si intreccia con i traffici internazionali di cocaina e arriva nelle strade di San Basilio, periferia est di Roma, dove il gruppo avrebbe imposto le proprie regole attraverso denaro, intimidazioni e violenza. Adesso arriva il conto della Procura: 312 anni, 8 mesi e 24 giorni di reclusione richiesti complessivamente per 24 imputati coinvolti nell’inchiesta “Anemone”. Cinque richieste raggiungono i vent’anni di carcere. Tra queste figurano quelle per Rosario Marando, classe 1968, originario di Locri, e per il figlio Francesco, classe 1997, indicati dagli inquirenti tra i protagonisti del presunto sistema criminale.
Da Locri a San Basilio: la scalata della famiglia Marando
Per comprendere il peso dell’inchiesta bisogna ripercorrere la traiettoria di Rosario Marando. Già condannato in via definitiva per associazione mafiosa in un precedente procedimento, era stato ritenuto un esponente di vertice della locale di ’ndrangheta di Volpiano, nel Torinese, collegata agli ambienti criminali di Platì, nella Locride.
Trasferitosi a Roma nei primi anni Duemila, avrebbe progressivamente consolidato la propria influenza nel quartiere di San Basilio. Secondo gli investigatori del Ros, a partire dall’estate del 2020 avrebbe contribuito a riorganizzare il mercato dello spaccio anche durante un periodo di detenzione domiciliare, costruendo una struttura nella quale erano coinvolti anche i suoi tre figli. Non soltanto vendita al dettaglio, dunque. L’organizzazione descritta dalla Dda avrebbe avuto una precisa divisione dei compiti, con responsabili dell’approvvigionamento, uomini incaricati della distribuzione della droga e soggetti destinati a vigilare sul territorio e sugli incassi. Il potere dei Marando, secondo l’accusa, non si sarebbe limitato a vendere stupefacenti: avrebbe stabilito chi poteva vendere, dove e a quali condizioni.
La cocaina dal Sudamerica e la rotta che passa da Gioia Tauro
Il collegamento con la Calabria non riguarda soltanto le origini familiari degli indagati. Nell’inchiesta emerge anche il ruolo delle rotte internazionali della droga e dei rapporti con organizzazioni criminali albanesi. La cocaina, secondo la ricostruzione investigativa, veniva acquistata in Sudamerica e trasportata attraverso container diretti verso porti spagnoli, Rotterdam e Gioia Tauro. Da questi scali avrebbe poi raggiunto il mercato italiano, alimentando anche le piazze di spaccio romane. Il Ros ha contestato, nell’ambito dell’indagine complessiva, 80 capi d’imputazione relativi a operazioni di traffico riguardanti oltre una tonnellata di cocaina e 1.497 chilogrammi di hashish.
Un mercato dalle dimensioni enormi, sostenuto, sempre secondo gli investigatori, da accordi tra gruppi di matrice ’ndranghetista e organizzazioni albanesi. Queste ultime avrebbero garantito collegamenti logistici, canali alternativi di importazione e la distribuzione delle sostanze anche in altre zone della Capitale. Per proteggere le comunicazioni, gli indagati avrebbero utilizzato dispositivi telefonici criptati, mentre a San Basilio il controllo delle attività illecite sarebbe stato esercitato attraverso una rete di uomini e strumenti di sorveglianza.
I gazebo per nascondere lo spaccio e la “legge” imposta nel quartiere
La ricostruzione investigativa racconta anche il funzionamento concreto delle piazze di spaccio. Nell’area di via Corinaldo, secondo quanto riportato da RomaToday, sarebbero state utilizzate strutture abusive e gazebo per schermare le attività di vendita degli stupefacenti. Un accorgimento che avrebbe consentito agli spacciatori di operare al riparo dagli obiettivi delle telecamere, rendendo più difficili i controlli e l’identificazione dei responsabili. Ma il controllo del territorio, nella prospettazione accusatoria, non sarebbe stato soltanto organizzativo. Il gruppo avrebbe fatto ricorso a intimidazioni e aggressioni per impedire l’ingresso di concorrenti e punire chi violava le regole stabilite. È questo uno degli aspetti più inquietanti dell’indagine: la riproduzione, in un quartiere della Capitale, di dinamiche di assoggettamento e intimidazione tipiche dei contesti mafiosi.
Il pusher rapito e torturato: dieci video sul telefono di Francesco Marando
C’è un episodio che più degli altri restituisce la brutalità del sistema descritto dagli investigatori. È quello di uno spacciatore attivo nella piazza denominata “La Lupa”, a San Basilio, accusato dal gruppo di essersi comportato da “infame”. Durante un intervento delle forze dell’ordine, il giovane avrebbe tentato di sottrarsi ai controlli, mettendo a rischio altri componenti dell’organizzazione. Per questo sarebbe stato sottoposto a una violenta punizione. Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, dieci video recuperati dall’iPhone sequestrato a Francesco Marando documenterebbero il rapimento e le sevizie. La vittima sarebbe stata immobilizzata, picchiata, umiliata e minacciata. Gli inquirenti hanno contestato l’episodio di tortura, aggravato dal metodo mafioso, a quattro indagati. Le immagini non avrebbero avuto soltanto lo scopo di documentare la violenza. Secondo l’accusa, la loro diffusione sarebbe servita a intimidire gli altri spacciatori e a rafforzare il clima di paura e sottomissione. Punire un uomo per mandare un messaggio a tutti gli altri: è la logica che gli investigatori ritengono di avere individuato dietro quell’aggressione.
Le richieste più pesanti: vent’anni per padre e figlio
Al termine della requisitoria, la Procura ha chiesto 20 anni di reclusione per Rosario Marando e altrettanti per il figlio Francesco. Per Rosario Marando, nel calcolo illustrato dall’accusa, la pena iniziale di vent’anni è stata aumentata fino a trenta in ragione delle aggravanti, della recidiva e della continuazione, prima della riduzione prevista dal rito. Per Francesco Marando, invece, la pena individuata inizialmente in vent’anni è stata incrementata per effetto dell’aggravante mafiosa e della continuazione, arrivando anche in questo caso a trenta anni prima della riduzione finale. La stessa richiesta di 20 anni è stata formulata per Marco Bettini, Marco Lenti e Arjan Sagajeva. Per gli altri imputati le richieste oscillano tra i sei e i sedici anni, con ulteriori sanzioni pecuniarie per alcune posizioni.
La fuga a Ibiza e i tre latitanti catturati in Spagna
L’inchiesta “Anemone” aveva assunto anche una dimensione internazionale con la cattura di tre ricercati sull’isola di Ibiza, nell’agosto 2025. I carabinieri del Ros, in collaborazione con la polizia spagnola, avevano rintracciato Marco Lenti, Alessio Di Pietro e Federico Mennuni, destinatari di mandati d’arresto europei nell’ambito dello stesso procedimento. Le operazioni avevano consentito di recuperare, tra l’altro, denaro contante e materiale ritenuto utile alle indagini. Anche per loro sono arrivate le richieste di condanna: 20 anni per Lenti, 16 per Di Pietro e 8 anni per Mennuni, con una multa di 40mila euro per quest’ultimo. Un ulteriore capitolo di un’indagine che aveva coinvolto anche le autorità di Albania, Spagna e altri Paesi europei, con il supporto degli organismi di cooperazione internazionale.
Tutti i 24 imputati e le pene chieste dalla Procura
Nel dettaglio, queste le richieste di condanna formulate dalla pubblica accusa: 20 anni per Rosario Marando, Francesco Marando, Marco Bettini, Marco Lenti e Arjan Sagajeva; 16 anni per Alessio Di Pietro, Beqir Mema e Pasquale Trimboli; 14 anni e 8 mesi per Riza Muco e Gian Claudio Vannicola; 14 anni per Fatjon Berisha, alias Bledar; 13 anni, 4 mesi e 24 giorni per Marco Altomare; 12 anni e 8 mesi per Angelo Turone; 12 anni per Domenico Natale Perre; 10 anni per Antonio Marando, Luigi Marando e Antonio Callipari. Per quest’ultimo chiesta anche una multa di 80mila euro; 8 anni per Alessio Cervellini, Federico Mennuni, Maurizio Miconi, Elis Roga e Stefano Sbardella. Per Mennuni richiesta anche una multa di 40mila euro; 7 anni e 4 mesi per Francesco Mozzetta; 6 anni per Domenico Pangallo, con una multa di 46mila euro. Il totale delle richieste raggiunge 312 anni, 8 mesi e 24 giorni di reclusione.
La parola passa al giudice: accuse ancora da valutare
La requisitoria rappresenta un passaggio importante, ma non conclude la vicenda giudiziaria. Le richieste di condanna dovranno essere valutate dal giudice, alla luce delle contestazioni formulate dalla Procura e delle argomentazioni delle difese alle quali adesso passa la parola con le relative discussioni tese a smontare il castello accusatorio della Dda di Roma.













