Conosco Giovanni Algieri da tanti anni, ben prima che il suo nome iniziasse a girare nei festival e nelle produzioni che contano. Abbiamo diviso palchi, talk show, dibattiti in tutta la Calabria, da Cosenza a Reggio, da Catanzaro a Crotone, poi a Roma e a Milano, quando ancora inseguivamo idee con più entusiasmo che mezzi. L’ho visto crescere, studiare, ostinarsi, cadere e rialzarsi. E l’ho visto costruire, con una sfolgorante carriera fatta di lavoro, e non di scorciatoie, quello che oggi tutti gli riconoscono: uno dei narratori più lucidi e sensibili che questa terra abbia prodotto. Tempi fa, ci siamo ritrovati per caso a Reykjavik, in Islanda, io infreddolito e spaesato, lui come sempre a suo agio ovunque, capace di trasformare un incontro casuale in un progetto. Da lì l’idea di non perdersi più di vista.
Ora Giovanni arriva con “Tutte o Nessuna”, un cortometraggio che parte da Corigliano-Rossano, dalla storia vera di una donna con tumore al seno metastatico, per parlare di un diritto che dovrebbe essere di tutti: l’accesso tempestivo alle cure. Un corto sostenuto dalla Calabria Film Commission, con Violante Placido, Donatella Finocchiaro, Filippo Librando e William Baldwin, che mette al centro quei 486 giorni di attesa media in Italia tra l’approvazione di un farmaco e la sua reale disponibilità.
Giovanni, è significativo che tu abbia scelto una storia vera calabrese per parlare di diritto alla cura.
“La Calabria è protagonista soprattutto nel carattere dell’adolescente protagonista, Valerio. Quando scopre che sua madre non può accedere in Italia alla cura di cui ha bisogno, tira fuori tutta la sua determinazione e la sua caparbietà: cerca una strada, si ostina, prova a risolvere un problema molto più grande di lui. In quella forza riconosco qualcosa della mia terra, della tenacia con cui tante persone affrontano le difficoltà e cercano possibilità anche dove sembrano essercene poche. Ho scelto Corigliano-Rossano perché è la mia città, il luogo da cui parte il mio sguardo e nel quale sento di poter raccontare con maggiore autenticità le persone e le loro relazioni. Quando una storia nasce da qualcosa che ti è vicino, avverti anche una responsabilità diversa nel portarla sullo schermo. In questa vicenda vera calabrese ho riconosciuto una domanda che riguarda tutti: che cosa accade a una famiglia quando esiste una possibilità di cura, ma non può accedervi?”
Hai impiegato quasi due anni per trovare il tono giusto. Mi dicevi che hai ascoltato tante donne. Cosa ti ha colpito di più delle loro storie? E come si fa a raccontare la burocrazia e l’attesa senza cadere nella retorica?
“Ho ascoltato molte donne che stavano vivendo questo dramma e ciò che mi ha colpito di più è stato il peso dell’attesa nelle loro vite: dover affrontare la malattia e, contemporaneamente, aspettare una possibilità di cura, senza sapere quando sarebbe arrivata. Alcune di queste donne sono venute a mancare durante la produzione. Questo ha reso tutto più doloroso e ha fatto crescere in me, ogni giorno, il senso di responsabilità verso la storia che stavamo raccontando. Dietro ogni scelta di scrittura c’erano persone che avevo incontrato e ascoltato. Sentivo di dover essere all’altezza della fiducia con cui mi avevano affidato una parte così delicata della loro vita. La chiave per trovare il tono è stata lo sguardo di Valerio. Un adolescente guarda il mondo degli adulti da una posizione diversa: mette in discussione ciò che noi abbiamo imparato ad accettare, si ribella a spiegazioni che gli sembrano incomprensibili. Di fronte alla malattia di sua madre, la sua domanda è immediata: se una cura esiste, perché lei non può averla? Seguire il suo punto di vista ci ha permesso di raccontare la burocrazia attraverso le conseguenze che produce nella vita di una famiglia. L’attesa entra nei rapporti, nei gesti quotidiani, nei tentativi di un figlio di trovare una soluzione.”
Nel corto metti un dato che fa male: 578 giorni in Europa, oltre 486 in Italia per avere davvero un farmaco approvato. Come si trasforma un dato così tecnico in emozione, in una corsa contro il tempo per una madre e suo figlio?
“Un numero, da solo, è difficile da sentire vicino. Se però pensiamo a che cosa significhi vivere tutti quei giorni con una malattia che avanza, allora quel dato assume un peso diverso. Ogni giorno contiene una paura, una conversazione con un medico, una speranza, dei progetti che non sai più se potrai realizzare. Per una madre significa anche chiedersi quanto tempo avrà per vedere crescere suo figlio. Nel corto abbiamo cercato di dare corpo a quel tempo attraverso il rapporto tra Valerio e sua madre. Lui è un adolescente, è nell’età in cui si pensa di avere tutta la vita davanti, e improvvisamente scopre che il tempo della persona che ama di più potrebbe non bastare. Da quel momento sente l’urgenza di fare qualcosa, anche senza avere gli strumenti per capire e affrontare un sistema così complesso. La corsa contro il tempo nasce da questa sproporzione: da una parte i tempi delle procedure, dall’altra quelli di una malattia che continua ad avanzare. Valerio vive ogni attesa come tempo sottratto alla possibilità di stare con sua madre.”
Donatella Finocchiaro ha detto che ha avuto paura di entrare troppo nel personaggio, che ha rivissuto la perdita di sua madre. Violante Placido invece interpreta la politica che “tende a sedersi”. Come hai lavorato con loro per tenere insieme fragilità, coraggio e responsabilità?
“Sono due personaggi che portano nella storia responsabilità diverse e che richiedevano una grande sensibilità. Con Donatella era fondamentale lasciare spazio alla fragilità di Miriam e, insieme, alla sua identità di donna e di madre. La malattia entra nella sua vita, ma restano il rapporto con suo figlio, il bisogno di proteggerlo, la fatica di trovare le parole per dirgli ciò che sta accadendo. Il coraggio emerge anche da questi gesti quotidiani, dal tentativo di esserci per lui mentre lei stessa ha paura. Donatella ha raccontato quanto questo ruolo abbia toccato il ricordo della perdita di sua madre. È qualcosa che merita molto rispetto. Nel lavoro con un’attrice, soprattutto davanti a un materiale così doloroso, credo sia essenziale creare fiducia e lasciare che sia lei a scegliere quanto mettere di sé nel personaggio. Con Violante era importante dare profondità a una figura politica che rischia di abituarsi ai tempi e ai meccanismi del proprio ruolo. Quel “tendere a sedersi” riguarda anche la distanza che può crearsi tra una responsabilità pubblica e la vita concreta delle persone. L’incontro con una sofferenza precisa, con una madre e un figlio, rende quella distanza più difficile da sostenere e chiama il personaggio a interrogarsi.”
Tu dici sempre che l’accesso alle cure è un principio dello Stato di diritto e che anche un solo giorno può fare la differenza. Dopo Venezia, che vita sogni per “Tutte o Nessuna”? Vuoi che resti un bellissimo film da festival o che diventi davvero uno strumento per smuovere chi decide?
“Il mio desiderio è che Tutte o nessuna continui a circolare, a incontrare pubblici diversi e ad aprire occasioni di confronto. Venezia è stata una tappa preziosa per dare visibilità a questa storia; adesso mi piacerebbe che arrivasse nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi delle istituzioni, dove può nascere un dialogo con chi prende decisioni che incidono sulla vita dei pazienti. Credo che il cinema abbia la capacità di rendere vicina un’esperienza che altrimenti rischia di restare astratta. Quando parliamo di accesso alle cure, parliamo anche della possibilità di avere altro tempo con le persone che amiamo. Per chi aspetta una terapia, un giorno ha un valore concreto, e vorrei che questa consapevolezza accompagnasse lo spettatore anche dopo la fine del film. Il titolo racchiude proprio questo auspicio: Tutte o nessuna esprime un’idea di comunità, la convinzione che il diritto alla cura debba valere per tutte, anche per chi ha meno strumenti, meno risorse o meno voce per farsi sentire.”













