Non ha scelto la strada più comoda. Poteva parlare di processi, di maxi-inchieste, di aule bunker, di ’ndrangheta e di Rinascita Scott. Poteva ripercorrere la parte più pubblica della sua carriera, quella che lo ha portato anche davanti alle telecamere della docuserie World Wide Mafia, dedicata alla lotta alla ’ndrangheta, a Nicola Gratteri e alla più grande operazione giudiziaria contro le cosche vibonesi. E invece Salvatore Staiano, avvocato penalista tra i più noti del panorama italiano, sul palco del TEDx Vibo Valentia ha scelto un’altra via. Più scomoda. Più personale. Più dolorosa. Ha parlato della sua balbuzie. Di quella ferita nascosta che, per un uomo destinato a vivere di parole, avrebbe potuto diventare una condanna. Perché per un avvocato la parola non è un accessorio. È mestiere, strumento, arma, difesa, identità. E Staiano, davanti alla platea del Teatro comunale, ha raccontato proprio questo: la decisione di non farsi imprigionare da ciò che sembrava impedirgli di diventare ciò che poi è diventato.
“Non vi parlo di processi”: la scelta di uscire dalla scena pubblica
Staiano lo ha chiarito subito. Non avrebbe parlato dei suoi processi. Non avrebbe trasformato il palco del TEDx in una prosecuzione ideale delle aule giudiziarie. “Non vi parlo di processi”, ha detto, spiegando che sono “già fin troppo pubblicizzati”. Il tema della serata era “Scelte che cambiano una vita”. E Staiano lo ha affrontato partendo dal significato stesso della parola decisione. “Decidere significa affrontare un dolore nella vita”, ha spiegato. Per lui decidere vuol dire tagliare, separare, lasciare qualcosa fuori. “Quando io decido taglio, quando io taglio ho creato una ferita”. È stato il prologo di un intervento denso, colto, a tratti teatrale, costruito come un corpo a corpo con il linguaggio. Una discesa nella parte più profonda del rapporto tra parola, verità e identità.
L’avvocato che vive di parole
Il cuore del monologo sta in una frase: “Io vivo di parole”. Staiano lo ha detto senza enfasi, ma con la consapevolezza di chi sa che lì si concentra tutto. La parola, per un penalista, non serve soltanto a parlare. Serve a costruire un ragionamento, a nominare la realtà, a cercare una verità possibile, a stabilire un rapporto con gli altri. “La parola serve per costruire sintatticamente una strategia di comunicazione”, ha spiegato. E quando questa strategia si inceppa, quando la comunicazione si spezza, “c’è una sofferenza enorme”. Staiano non parla da chi ha sempre avuto naturale dominio della parola. Parla da chi la parola ha dovuto conquistarla. Da chi ha dovuto attraversare l’umiliazione, la vergogna, l’impaccio, la paura di restare bloccato proprio nel momento in cui avrebbe dovuto parlare.
“Io ero balbuziente”
“Io ero balbuziente”, ha detto Staiano lasciando senza parole la platea che in religioso silenzio lo stava ascoltando. E subito dopo ha aggiunto la frase che dà il senso dell’intera testimonianza: “Ho dovuto decidere come diventare l’avvocato Staiano”. Il nodo decisivo di una vita costruita contro un limite. Perché la balbuzie, nel racconto dell’avvocato, non è soltanto una difficoltà nel parlare. È una frattura del rapporto con gli altri. È il momento in cui il pensiero c’è, la parola c’è, ma non riesce a uscire. Staiano l’ha descritta con un’immagine durissima: “La balbuzie è peggio del mutismo. Il muto ha una possibilità convenzionale di rapportarsi con gli altri”. La balbuzie, invece, è un impedimento improvviso, imprevedibile, che assale nel momento stesso della comunicazione. “La balbuzie voi non sapete cos’è: è un gomitolo di lana all’improvviso nella bocca”, ha detto Staiano. La parola che si annoda, il fiato che si spezza, il pensiero che resta prigioniero. E in quel momento, ha aggiunto, nasce “la disperazione comunicativa”. Non riuscire a parlare significa non riuscire a entrare pienamente nel rapporto con l’altro. Significa vergognarsi, soffrire, evitare il confronto, sentirsi “oggettivamente incapace di comunicare”. Per uno studente qualsiasi sarebbe già una prova durissima. Per chi sarebbe diventato avvocato penalista, cioè professionista della parola detta, argomentata, modulata, affilata, era una montagna da scalare. Staiano non l’ha raccontata come una favola edificante. L’ha raccontata come una battaglia.

La parola come conoscenza
Dentro quella battaglia, il penalista ha inserito una riflessione più ampia sul senso del linguaggio. “La parola mi consente soprattutto il rapporto con gli altri”, ha detto. E ancora: “Non avere la parola significa non avere la conoscenza”. La parola non è soltanto espressione. È accesso al mondo. È relazione. È possibilità di esistere davanti agli altri. Per questo perdere la parola, o non riuscire a dominarla, significa sentirsi esclusi da una parte essenziale della vita. Staiano ha collegato il suo percorso alla lettura, allo studio, alla fatica intellettuale. “Io ho capito da quel momento che dovevo leggere”, ha raccontato. “Ho letto, sono quasi accecato leggendo”.
La decisione che cambia una vita
Il monologo di Staiano è stato forse uno dei più sorprendenti del TEDx proprio perché ha disinnescato ogni attesa. Il pubblico poteva aspettarsi il grande penalista, il protagonista di processi complessi, il professionista associato a vicende giudiziarie di enorme rilievo mediatico. Ha trovato invece un uomo che ha raccontato la sua ferita originaria: l’impossibilità di parlare e la decisione di non arrendersi. Sul palco del TEDx Vibo Valentia, Staiano non ha consegnato una storia di successo confezionata. Ha portato una verità più ruvida: ogni parola conquistata può avere alle spalle una fatica invisibile. E a volte la voce più sicura, quella che in aula sembra non tremare mai, nasce proprio da una vecchia paura sconfitta.
*FOTOMODERNAGRILLO








