25 Ottobre 2026
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“Loro in carcere mangiano e vedono i familiari, noi scontiamo l’ergastolo”: il dolore e la rabbia del padre di Filippo Ceravolo

Le parole durissime di Martino Ceravolo contro i presunti assassini, la promessa fatta davanti alla bara bianca del figlio e la battaglia per ottenere condanne definitive: “Non abbiamo paura di nessuno, non ci fermeremo finché non arriverà il fine pena mai”

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Quattordici anni dopo, il dolore non è diminuito. È diventato più pesante, più difficile da sopportare. E quando Martino Ceravolo comincia a parlare di suo figlio Filippo, ucciso a 19 anni in un agguato di ’ndrangheta nelle Preserre vibonesi, le parole si fanno dure, la voce tradisce la commozione. Non cerca consolazione. Chiede giustizia. Quella che ha inseguito per quasi quattordici anni, senza arretrare di un passo, fino alla svolta investigativa del 15 aprile scorso. “Sono 14 anni, oggi sono 14 anni. Non è facile parlare di Filippo, perché è un dolore che ci porteremo per tutta la vita. Più passa il tempo e più il dolore aumenta. Il vero carcere, il vero ergastolo siamo noi familiari a scontarlo per tutta la vita, non loro. In carcere si mangia, si beve e si possono vedere pure i familiari”.

Il videomessaggio di Martino è una testimonianza che va oltre il ricordo e diventa un atto d’accusa contro la violenza mafiosa, contro chi ha spezzato la vita di un ragazzo innocente e contro l’idea che il tempo possa cancellare le conseguenze di un delitto. Per la famiglia di Filippo non esiste una pena capace di restituire ciò che è stato tolto. Esiste però una promessa che continua a orientare ogni battaglia.

“Davanti alla bara bianca gli ho promesso che avrei combattuto fino alla fine”

Il padre di Filippo torna con la memoria ai giorni immediatamente successivi all’omicidio. Alla bara bianca del figlio. A una promessa pronunciata quando il dolore era ancora impossibile da comprendere. “Riguardando tutte le lotte che ho fatto, io l’ho promesso davanti a quella bara bianca, la bara bianca di Filippo. Gli avevo promesso che avrei combattuto fino alla fine, con tutte le mie forze. È stata una salita di montagna, fino al 15 aprile 2026, quando c’è stata la svolta. Avevo promesso che non avrei avuto paura e che avrei affrontato ogni pericolo”.

Il riferimento è all’operazione “Conflitto”, condotta dai carabinieri e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che nell’aprile scorso ha portato all’arresto dei presunti responsabili dell’agguato del 25 ottobre 2012. Un’inchiesta che ha ricostruito la lunga guerra tra le cosche delle Preserre e il contesto criminale nel quale maturò l’omicidio del diciannovenne. Per la famiglia Ceravolo quella giornata ha rappresentato una svolta dopo anni di attesa, appelli e iniziative pubbliche. Non la conclusione della vicenda giudiziaria, perché le responsabilità devono ancora essere definitivamente accertate, ma il primo risultato concreto di una battaglia che Martino non ha mai smesso di combattere.

“Dicono che è stato un errore. Ma quale errore? Hanno ucciso un ragazzo”

È quando parla dell’agguato che la rabbia prende il sopravvento. Filippo Ceravolo venne ucciso mentre si trovava in automobile con Domenico Tassone, ritenuto dagli investigatori vicino alla cosca Emanuele e indicato come il vero bersaglio dei killer. Il ragazzo era estraneo alle dinamiche criminali che avevano alimentato la faida. Un innocente colpito da una violenza che non gli apparteneva.

Martino Ceravolo respinge con forza qualsiasi espressione che possa far apparire quella morte come una semplice fatalità. “Dicono che c’è stato un errore. Un errore di che cosa? L’errore non è stato che hanno ucciso una gallina, hanno ucciso un ragazzo. Non è stato un errore come quando sbagli il peso di una merce, una macchia o un incidente. Qua hanno sparato e non hanno guardato niente”. Poi allarga il discorso alle conseguenze della violenza mafiosa su un intero territorio. “Questo è un affronto perché hanno distrutto un’intera comunità, paesi, province, la Calabria e anche l’Italia. Questi sparavano e non guardavano se davanti c’era Filippo, un bambino o qualcun altro. Sparavano alla cieca, senza guardare niente”.

“Filippo doveva sposarsi. Non dovevamo andare al cimitero”

C’è un momento nel videomessaggio in cui Martino Ceravolo abbandona la ricostruzione dell’omicidio e parla semplicemente del figlio. Di quello che avrebbe potuto essere. Della vita che non ha avuto il tempo di vivere. “È stata una tragedia. Un ragazzo che non dovevamo andare a trovare al cimitero, al quale non dovevamo portare i fiori. Lui si doveva sposare, doveva avere una famiglia, doveva lavorare. Era conosciuto da tutti”.

Filippo aveva 19 anni. Oggi ne avrebbe 33. Una distanza che per il padre non si misura soltanto negli anni trascorsi, ma in tutte le esperienze che gli sono state negate. “Hanno distrutto la vita di Filippo, hanno distrutto la vita di Maria Teresa, di Giusy, di Anna, la mia, quella dei cognati e dei nipoti. Perché questo dolore rimarrà anche ai nipoti, ai figli. Non è facile andare avanti, non è facile”. Martino si interrompe, cerca di proseguire. Il dolore riaffiora mentre elenca le persone della famiglia segnate per sempre dall’omicidio. Quattordici anni non hanno restituito normalità a quella casa. E il tempo, nelle sue parole, non è stato una medicina.

“Chi è in carcere rifletta su quello che ha fatto. Noi vogliamo il fine pena mai”

Il padre di Filippo non nasconde la propria posizione sulla giustizia e sulla severità delle pene. Chiede condanne esemplari per chi sarà riconosciuto responsabile dell’omicidio e critica un sistema penitenziario che, a suo giudizio, non restituisce una risposta adeguata alla sofferenza delle vittime.

Nel videomessaggio arriva a evocare anche la pena capitale prevista in alcuni ordinamenti statunitensi, esprimendo una posizione personale nata dalla rabbia per la morte del figlio. Il centro della sua richiesta resta però la certezza della pena. “Lo Stato italiano dovrebbe garantire la certezza della pena. Se ci fosse la certezza della pena, il sacrificio di Filippo avrebbe almeno un significato. Devono mettersi a fare un esame di coscienza di quello che hanno commesso, se hanno un cervello”.

Poi il messaggio diventa ancora più diretto. “Loro devono capire soltanto una cosa: che noi non ci fermeremo mai fino a quando non sentiremo quelle parole, fine pena mai. Lo devono ascoltare perché non abbiamo paura. La paura non c’è proprio, assolutamente. Quando perdi un figlio non hai più paura di affrontare niente”.

La richiesta è rivolta a chi dovesse essere definitivamente riconosciuto responsabile dell’omicidio. Gli indagati e gli imputati coinvolti nell’inchiesta restano, allo stato, presunti innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva. Il 16 ottobre scorso, intanto, la Cassazione ha confermato il quadro cautelare relativo alle principali accuse, compresa quella di omicidio contestata a Giovanni Alessandro Nesci. Un passaggio importante per la tenuta dell’impianto investigativo, che non equivale tuttavia a una pronuncia definitiva di colpevolezza.

L’affondo contro chi difende i familiari detenuti: “Per voi è una vergogna”

Nel videomessaggio Martino Ceravolo rivolge parole durissime anche a quanti, attraverso i social, esprimono pubblicamente solidarietà ai propri familiari detenuti. È un passaggio nel quale il padre del diciannovenne mette a confronto la sofferenza di chi può continuare a vedere una persona in carcere con quella di chi ha perso definitivamente un figlio. “Mi rivolgo pure a qualche personaggio che va a scrivere sui siti che gli manca il parente che è in carcere. Ma il tuo parente lo sa che cosa ha combinato? Hanno ucciso un ragazzo di 19 anni. E per voi è soltanto una vergogna”.

Parole che non cercano mediazioni e che esprimono la rabbia di un padre convinto di aver pagato, insieme alla propria famiglia, il prezzo più alto della violenza mafiosa. Martino non fa nomi, ma il riferimento è a chi, a suo giudizio, mostra vicinanza ai detenuti senza considerare la sofferenza delle vittime e dei loro familiari.

“Il sacrificio di Filippo potrebbe aver salvato altre vite”

C’è però anche un altro sentimento che attraversa il videomessaggio: la riconoscenza verso gli investigatori. Martino Ceravolo ricorda il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, ringraziando chi ha continuato a cercare risposte sull’omicidio. “Per Filippo le autorità hanno lavorato come se fosse stato un loro figlio. Hanno lavorato per dare una risposta a Filippo, a Soriano e a tutti i territori delle Preserre”.

Il padre esprime poi una convinzione che lega la morte del figlio alla successiva attività di contrasto alla criminalità organizzata. “Io credo che si sarebbero potuti verificare altri omicidi. Il sacrificio di Filippo ha salvato pure tante vite umane, perché con le faide che c’erano qualche altra vittima ci poteva scappare. Sono stati bravi loro, le autorità, a lavorare e a dare una risposta”. Accanto all’impegno degli investigatori, ricorda quello dell’associazione che porta avanti la memoria di Filippo attraverso incontri nelle scuole, testimonianze pubbliche e iniziative contro la criminalità organizzata. “Siamo stati nelle scuole, in Calabria e in tante parti d’Italia. Ogni volta che ci hanno chiamato abbiamo portato la testimonianza di Filippo. E Filippo viene ricordato sempre”.

La telefonata del 15 aprile e le migliaia di messaggi: “Mi sono chiesto chi fosse davvero mio figlio”

La giornata degli arresti torna più volte nel racconto. Martino Ceravolo ricorda le telefonate, i messaggi e le manifestazioni di vicinanza ricevute dopo la notizia dell’operazione antimafia. “Tante volte ho ripensato al 15 aprile. Mi sono chiesto: ma chi era Filippo? Perché ci chiamavano migliaia di persone, arrivavano migliaia di messaggi e telefonate”.

Una partecipazione che il padre interpreta come la dimostrazione di quanto la vicenda abbia colpito la coscienza collettiva. Non soltanto Soriano Calabro, ma l’intero territorio delle Preserre, la provincia di Vibo Valentia e tante comunità calabresi che negli anni hanno conosciuto la storia di quel ragazzo. La memoria di Filippo è diventata una testimonianza pubblica contro la violenza mafiosa. Una storia raccontata nelle scuole e nelle piazze, attraverso la voce di una famiglia che non ha mai rinunciato a chiedere giustizia.

La commemorazione a Soriano e una promessa che continua

Nel videomessaggio Martino Ceravolo annuncia anche la commemorazione di Filippo, prevista al convento di San Domenico, a Soriano Calabro, alle ore 18, ringraziando quanti hanno manifestato la volontà di partecipare. “Mi chiamano persone da tutte le parti, giornalisti, amici, clienti. Devo ringraziare tutti quelli che sono stati vicini e che continuano a essere vicini a Filippo”.

Quattordici anni dopo l’omicidio, la famiglia si ritrova dunque a ricordare il ragazzo in una fase giudiziaria profondamente diversa dal passato. Gli arresti dell’aprile scorso, le decisioni del Riesame e la recente pronuncia della Cassazione hanno rappresentato passaggi importanti nell’inchiesta. Restano da accertare definitivamente le responsabilità e da chiarire le posizioni ancora aperte nella ricostruzione dell’agguato. Ma per Martino Ceravolo la battaglia non coincide soltanto con le scadenze dei tribunali. È cominciata davanti alla bara bianca di suo figlio. È proseguita per quattordici anni, tra dolore, incontri pubblici e richieste di giustizia. E continuerà, promette, fino alla conclusione del percorso giudiziario. “Noi non ci fermeremo mai. Non abbiamo paura di loro. Quando perdi un figlio non hai più paura di niente”.

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