25 Ottobre 2026
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Filippo Ceravolo, 14 anni dopo la svolta sulla morte di un ragazzo innocente: la Cassazione conferma le accuse cautelari ma resta il nodo dei mandanti

Il 25 ottobre 2012 il diciannovenne di Soriano Calabro venne ucciso in un agguato di ’ndrangheta destinato a un'altra persona. Nell'aprile scorso la Dda di Catanzaro ha individuato i presunti responsabili. Il Riesame e la Suprema Corte hanno confermato i principali elementi indiziari

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Quattordici anni senza Filippo. Quattordici anni da quella sera del 25 ottobre 2012 in cui un ragazzo di appena 19 anni, estraneo alla ’ndrangheta e alle sue guerre, venne ucciso a colpi di fucile mentre tornava verso casa. Filippo Ceravolo si trovava nell’automobile sbagliata, accanto all’uomo che i killer avevano deciso di eliminare. Non aveva alcun ruolo nella faida che da anni insanguinava le Preserre vibonesi. Eppure fu lui a perdere la vita.

Oggi, nel quattordicesimo anniversario dell’omicidio, la vicenda giudiziaria attraversa una fase profondamente diversa rispetto agli anni trascorsi nell’attesa di una risposta. Il 15 aprile scorso, con l’operazione antimafia “Conflitto”, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha impresso una svolta alle indagini, arrivando all’individuazione dei presunti responsabili dell’agguato. Un lavoro investigativo sviluppato dai carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia e coordinato dalla Procura guidata da Salvatore Curcio.

Da allora sono arrivati altri due passaggi importanti: prima la conferma di gran parte dell’impianto cautelare da parte del Tribunale del Riesame di Catanzaro, poi le decisioni della Corte di Cassazione del 16 ottobre, che hanno lasciato ferme le principali contestazioni relative ai fatti di sangue. La strada verso l’accertamento definitivo delle responsabilità, tuttavia, non è conclusa. Le decisioni intervenute riguardano la fase cautelare e non rappresentano sentenze di condanna. E restano aspetti dell’agguato sui quali la stessa Dda ha spiegato di voler proseguire gli approfondimenti.

La Cassazione e l’ultimo passaggio giudiziario

È proprio dalla Suprema Corte che arriva la novità più significativa delle ultime settimane. La Cassazione ha respinto il ricorso presentato nell’interesse di Giovanni Alessandro Nesci, conosciuto come Alex, difeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Vincenzo Cicino, confermando le statuizioni cautelari relative alle contestazioni più gravi, comprese quelle riguardanti l’omicidio di Filippo Ceravolo e l’associazione mafiosa. Nesci è indicato dagli investigatori come uno dei presunti partecipanti all’agguato del 25 ottobre 2012. La decisione della Suprema Corte lascia dunque fermo, nei suoi confronti, il quadro indiziario ritenuto sufficiente a sostenere la misura cautelare. La valutazione della Cassazione riguarda la legittimità dei provvedimenti cautelari impugnati e non sostituisce l’accertamento che dovrà avvenire nelle successive fasi del procedimento.

La notte del 25 ottobre 2012: il bersaglio era Domenico Tassone

Per comprendere la portata della svolta investigativa bisogna tornare a quella sera di quattordici anni fa. Filippo Ceravolo si trovava insieme a Domenico Tassone, ritenuto dagli investigatori vicino alla cosca Emanuele, una delle organizzazioni criminali coinvolte nella lunga contrapposizione con il gruppo dei Loielo per il controllo delle Preserre. I due avevano trascorso parte della serata a Pizzoni. Verso le 21.45 erano ripartiti a bordo di una Fiat Punto, diretti verso Soriano Calabro. In località Calvario, lungo una curva a tornante, entrarono in azione gli uomini del commando.

Secondo la ricostruzione della Dda, gli aggressori avevano predisposto un agguato organizzato, con postazioni di fuoco e un sistema di segnalazione per comunicare l’arrivo dell’obiettivo. Vennero esplosi colpi di fucile calibro 12. L’automobile, raggiunta dagli spari, terminò fuori strada, in un dirupo. Tassone riuscì a sopravvivere, riportando una lieve ferita. Filippo venne invece raggiunto mortalmente dai proiettili. Trasportato all’ospedale di Vibo Valentia, morì alle 23.45. Gli investigatori hanno ricostruito che il bersaglio dell’agguato sarebbe stato Tassone, non Ceravolo. Il diciannovenne si trovava accanto a lui senza conoscere, secondo quanto emerso dalle indagini, il pericolo al quale stava andando incontro. È questo l’aspetto più drammatico di una vicenda nella quale la violenza mafiosa colpì una persona completamente estranea agli interessi criminali che avevano determinato l’attacco.

I tre colpi di clacson e il ruolo degli uomini incaricati di segnalare l’obiettivo

Uno degli elementi più significativi della ricostruzione investigativa riguarda il presunto segnale utilizzato per dare il via all’agguato. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, una Fiat Punto grigia avrebbe avuto il compito di seguire o intercettare gli spostamenti dell’automobile sulla quale viaggiava Tassone. Gli investigatori hanno attribuito a Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro il presunto ruolo di vedette, incaricate di individuare il bersaglio e avvisare gli uomini appostati. Il segnale concordato sarebbe consistito in tre colpi di clacson. Una fonte confidenziale riferì agli investigatori di aver visto transitare una vettura grigia e di aver sentito, poco dopo, tre prolungati segnali acustici provenienti dalla zona dei garage comunali di Pizzoni. Subito dopo sarebbero stati esplosi i colpi d’arma da fuoco. Le immagini di videosorveglianza acquisite dai carabinieri hanno rappresentato uno degli elementi utilizzati per verificare la presenza e gli spostamenti della vettura.

Un dettaglio investigativo rilevante è emerso anche dagli accertamenti relativi a un controllo effettuato dalle forze dell’ordine poche ore prima del delitto, nei confronti di due persone che viaggiavano su una Fiat Punto grigia in un’area prossima al luogo dell’agguato. Nell’interpretazione degli inquirenti, questi elementi contribuiscono a delineare un’azione coordinata, con compiti distinti tra chi avrebbe individuato l’obiettivo e chi avrebbe materialmente aperto il fuoco.

Le intercettazioni, i collaboratori di giustizia e gli alibi

La svolta dell’aprile scorso non è arrivata attraverso un unico elemento investigativo. L’inchiesta si è sviluppata nel corso degli anni attraverso intercettazioni, dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, accertamenti sui tabulati telefonici, immagini di videosorveglianza e verifiche sugli spostamenti degli indagati. Gli investigatori hanno cercato di ricostruire non soltanto chi fosse presente nella zona dell’agguato, ma anche i rapporti tra i soggetti coinvolti nella faida e le eventuali comunicazioni intercorse prima e dopo l’omicidio. Un ruolo importante è stato attribuito alle dichiarazioni dei collaboratori, confrontate con gli elementi tecnici raccolti dai carabinieri.

Sono stati inoltre riesaminati gli alibi forniti da alcune delle persone finite sotto indagine, alla ricerca di eventuali incongruenze rispetto agli orari, agli spostamenti e ai contatti telefonici. Il procuratore Salvatore Curcio, durante la conferenza stampa del 15 aprile scorso, aveva spiegato che le dichiarazioni dei collaboratori, da sole, non sarebbero state sufficienti a raggiungere il livello di gravità indiziaria necessario per ottenere le misure cautelari. È stata la convergenza tra fonti differenti a consentire alla Dda di presentare una ricostruzione ritenuta sufficientemente solida dal gip e successivamente, nei suoi punti principali, dal Riesame e dalla Cassazione. Un lavoro particolarmente complesso, considerando che gli investigatori hanno dovuto ricostruire fatti risalenti a oltre tredici anni prima.

La guerra tra Loielo ed Emanuele e l’omicidio di Antonino Zupo

L’uccisione di Filippo Ceravolo non viene considerata dagli investigatori un episodio isolato. L’agguato si inserisce nella guerra tra le cosche Loielo ed Emanuele, organizzazioni criminali radicate nelle Preserre vibonesi e contrapposte per il predominio sul territorio, sulle estorsioni e sugli altri interessi illeciti. La Dda ha ricostruito una lunga stagione di violenze, facendo risalire una delle fasi più significative della contrapposizione al duplice omicidio di Giuseppe e Vincenzo Loielo, avvenuto il 22 aprile 2002.

Negli anni successivi la rivalità tra i gruppi avrebbe prodotto nuovi episodi di sangue. Tra questi figura l’omicidio di Antonino Zupo, 31 anni, ucciso il 22 settembre 2012 a Gerocarne mentre si trovava agli arresti domiciliari. Secondo l’impostazione accusatoria, Zupo, ritenuto vicino alla cosca Emanuele, sarebbe stato eliminato nell’ambito della lotta per il controllo criminale dell’area. L’inchiesta attribuisce a Rinaldo Loielo, classe 1991, un presunto ruolo di mandante dell’omicidio, mentre l’esecuzione materiale viene contestata a Cristian Loielo. Poco più di un mese dopo arrivò l’agguato contro Tassone, nel quale rimase ucciso Filippo. Due fatti di sangue distinti, ma collegati dagli investigatori al medesimo contesto di contrapposizione mafiosa.

Il blitz del 15 aprile: quindici misure cautelari e la svolta

Il risultato delle indagini si è concretizzato il 15 aprile 2026, quando oltre 140 carabinieri sono entrati in azione in otto province italiane per eseguire un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Catanzaro su richiesta della Dda. L’operazione “Conflitto” ha portato all’esecuzione di 15 misure cautelari in carcere, cinque delle quali nei confronti di persone già detenute.

L’inchiesta ha coinvolto decine di indagati per contestazioni formulate a vario titolo, tra cui associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso e reati in materia di armi. Per la famiglia Ceravolo quella giornata ha rappresentato il primo risultato concreto di una battaglia durata quasi quattordici anni. Il padre Martino Ceravolo si trovava in Svizzera quando ricevette dai carabinieri la telefonata che gli comunicava l’arresto dei presunti responsabili della morte del figlio. Un momento atteso per anni, dopo le iniziative pubbliche, gli appelli alla magistratura e la richiesta costante di non lasciare senza risposta l’omicidio. Gli arresti non hanno restituito Filippo alla famiglia. Hanno però segnato il passaggio da un delitto per il quale non erano state ancora individuate responsabilità giudiziarie sufficienti a sostenere misure cautelari a un’inchiesta nella quale la Procura ha indicato persone e ruoli precisi.

I nodi ancora aperti

Nella conferenza stampa del 15 aprile, il procuratore Curcio aveva chiarito che la ricostruzione investigativa non aveva ancora trovato pieno riconoscimento cautelare per tutte le persone indicate dalla Dda come coinvolte nell’agguato. In particolare, il gip non aveva ritenuto sussistente una gravità indiziaria sufficiente a disporre misure restrittive nei confronti del presunto mandante e di un ulteriore componente del gruppo di fuoco. Secondo la prospettazione investigativa, quest’ultimo avrebbe partecipato materialmente all’azione armata insieme a Giovanni Alessandro Nesci.La mancata emissione delle misure non equivale a un accertamento di estraneità ai fatti, ma segnala che gli elementi presentati dall’accusa non erano stati ritenuti sufficienti per giustificare, in quella fase, la privazione cautelare della libertà.

È qui che si colloca una parte importante del lavoro ancora da compiere. La Cassazione ha confermato il quadro cautelare relativo alle principali contestazioni già sottoposte al suo esame, ma non ha risolto automaticamente le questioni investigative rimaste aperte sui ruoli di tutti i presunti partecipanti all’agguato. Occorrerà quindi verificare se la Dda abbia acquisito ulteriori elementi, quali decisioni intenda assumere sulle posizioni ancora controverse e come si svilupperà il procedimento nei confronti delle persone già raggiunte dalle misure cautelari.

La scelta della Procura: aspettare per costruire un’accusa solida

Perché sono stati necessari quasi quattordici anni per arrivare agli arresti? La risposta fornita dal procuratore Curcio nell’aprile scorso riguarda la complessità delle indagini sui delitti di mafia e la necessità di raccogliere elementi capaci di superare il vaglio giudiziario. Il magistrato aveva richiamato anche il principio del ne bis in idem, che impedisce di sottoporre nuovamente una persona a giudizio per il medesimo fatto dopo una decisione irrevocabile nei termini previsti dall’ordinamento. Da qui la scelta di privilegiare una ricostruzione investigativa progressiva, attraverso la rivalutazione degli elementi già disponibili e l’acquisizione di nuove fonti di prova.

Una strategia che, secondo quanto illustrato dalla Procura, ha consentito di rimettere insieme elementi rimasti per anni separati e di verificare nuove dichiarazioni alla luce dei riscontri tecnici. La conferma delle principali misure cautelari da parte del Riesame e della Cassazione rappresenta un risultato significativo di questo lavoro. La tenuta dell’accusa nel giudizio di merito resta tuttavia una questione distinta, sulla quale dovranno pronunciarsi i giudici competenti.

Quattordici anni dopo, la verità giudiziaria deve ancora arrivare

Per Martino e Anna Ceravolo, il 25 ottobre non è una ricorrenza come le altre. È il giorno in cui la vita della loro famiglia è cambiata per sempre. Quello in cui un ragazzo di 19 anni è stato ucciso senza aver avuto alcuna parte nella guerra criminale che si combatteva intorno a lui. Per molti anni la famiglia ha chiesto che la morte di Filippo non venisse dimenticata. Ha continuato a chiedere risposte, a partecipare alle iniziative pubbliche e a ricordare che dietro un fascicolo giudiziario c’era la vita di un giovane innocente.

Oggi il quadro è cambiato. Esistono persone accusate dell’omicidio, una ricostruzione investigativa dettagliata e provvedimenti cautelari che hanno superato più livelli di controllo giudiziario. Ma non esiste ancora una sentenza definitiva che stabilisca tutte le responsabilità. Il quattordicesimo anniversario della morte di Filippo arriva dunque in un momento particolare: per la prima volta, dopo tanti anni, la famiglia può guardare a un’inchiesta che ha individuato i presunti responsabili e ha ottenuto importanti conferme giudiziarie.

Resta da completare il percorso verso l’accertamento definitivo dei fatti, chiarendo anche le posizioni sulle quali gli investigatori hanno annunciato di voler continuare a lavorare. Filippo Ceravolo aveva 19 anni quando venne ucciso. Oggi ne avrebbe 33. La sua famiglia attende ancora che alla ricostruzione investigativa segua una verità giudiziaria definitiva. Perché, quattordici anni dopo, la storia di quel ragazzo innocente non può esaurirsi nel ricordo di un anniversario.

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