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27 Maggio 2026
27 Maggio 2026
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Spara al fratello dopo una lite a Rossano, la Corte di appello di Catanzaro condanna 26enne con pena ridotta: “Non fu tentato omicidio”

Nell'appello bis riqualificato il fatto in lesioni personali per l'imputato al quale è stata sostituita anche la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici con quella temporanea

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Pena ridotta per P. D. M., 26 anni, di Corigliano-Rossano accusato di aver tentato di uccidere con un colpo di fucile il fratello al termine di una lite familiare. La Corte di appello di Catanzaro, presidente Antonio Battaglia, a latere Carlo Fontanazza e Maria Rosaria di Girolamo, tenuta a pronunciarsi dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione ha riqualificato il reato da tentato omicidio in lesioni personali, come richiesto dall’avvocato difensore Mary Aiello, riducendo all’imputato la pena a 3 anni di reclusione e 400 euro di multa, in luogo dei 9 anni sentenziati in primo grado e confermati nel primo processo di appello, con la sostituzione, inoltre dell’interdizione perpetua con quella temporanea dai pubblici uffici per la durata di 5 anni. 

Le fasi processuali

La Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio, per la sola qualificazione del reato principale, la sentenza con cui la Corte d’Appello di Catanzaro aveva confermato la condanna di P. D. M. La Suprema Corte aveva ritenuto corretta la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio, disponendo un nuovo esame limitato alla natura giuridica del gesto, lasciando invece immutata la responsabilità dell’imputato per l’uso dell’arma e per le lesioni arrecate.

Una lite banale degenerata in uno sparo

Tutto nasce da un contrasto familiare come tanti: una discussione sull’uso di un compressore davanti alla casa di campagna dei due fratelli, a Rossano. Le parole si accendono, volano insulti, e la tensione si alza quando il fratello della vittima esplode due colpi in aria con un fucile più per intimidire che per colpire. Secondo le ricostruzioni, a quel punto l’imputato non si sottrae, non si allontana: al contrario, afferra un fucile calibro 12, un’arma poi risultata clandestina, e raggiunge il fratello nel piazzale della sua abitazione. Da una distanza molto ravvicinata parte un colpo che ferisce gravemente la mano destra e la spalla sinistra della vittima, provocando lesioni giudicate di estrema gravità dai medici di Corigliano-Rossano e del Policlinico di Bari. Un gesto che i giudici d’appello hanno definito un’azione volontaria, non una reazione istintiva.

 “Non fu legittima difesa”

La Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta da Loredana De Franco, aveva respinto l’idea che si sia trattato di legittima difesa. Per i magistrati, l’imputato avrebbe potuto evitare il confronto, scegliere di non avvicinarsi al fratello armato, e invece decide di affrontarlo. È un punto centrale della sentenza: chi sceglie lo scontro non può invocare di aver difeso se stesso. I giudici avevano inoltre ritenuto che uno sparo a bruciapelo con un’arma così potente non possa essere letto come un semplice tentativo di ferire. L’uso di un fucile a così breve distanza, anche se il proiettile ha colpito la mano, viene considerato un gesto potenzialmente letale. Da qui la conferma dell’impianto accusatorio per tentato omicidio, unita alle responsabilità per porto d’arma clandestina e ricettazione.

Il ricorso e il nodo sulla qualificazione del reato

Nel ricorso in Cassazione, la difesa, affidata all’avvocato Mary Aiello, avev insistito sulla dinamica: un solo colpo, direzione bassa, distanza stimata intorno ai due metri e mezzo. Secondo l’imputato, l’obiettivo sarebbe stato disarmare il fratello, non ucciderlo. È proprio su questo punto che la Cassazione ha aperto un margine di valutazione: non sulla responsabilità dell’uomo, che resta confermata, e neppure sulla dinamica dei fatti, già definitivamente accertata. Il rinvio riguarda solo la possibilità di valutare diversamente la qualificazione giuridica del gesto, cioè stabilire se debba essere considerato tentato omicidio o se possa rientrare in una diversa categoria di reato violento. Il  verdetto del processo di appello bis è stato chiaro: non fu tentato omicidio e la pena va riformata. E non di poco: 3 anni in luogo dei 9 anni di reclusione incassati nel primo processo di secondo grado. 

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