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29 Maggio 2026
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Omicidio di ‘ndrangheta a Lamezia, nuovo processo di appello a Catanzaro per il presunto killer

I giudici di Piazza Cavour hanno annullato con rinvio il verdetto assolutorio sentenziato dalla Corte di assise e di appello

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Un quinto grado di giudizio per Peppino Daponte, 65 anni di Lamezia, accusato dell’omicidio aggravato dalle modalità mafiose di Pietro Bucchino, il 32enne raggiunto da cinque colpi di pistola calibro 38 la notte del 10 novembre 2003 in località Savutano, frazione di Sambiase nel Comune di Lamezia Terme. La Corte di cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte di assise e appello di Catanzaro che il 17 luglio dell’anno scorso aveva assolto l’imputato per non aver commesso il fatto, mentre il sostituto procuratore generale aveva invocato la conferma a 30 anni di reclusione. Quel giorno sono state ribaltate le due condanne a 30 anni sentenziate dal gup distrettuale e dai giudici di secondo grado, cui poi è seguito un primo annullamento con rinvio della Cassazione che aveva disposto un nuovo processo di appello conclusosi con un verdetto assolutorio. La vicenda giudiziaria sembrava ormai chiusa, ma un secondo annullamento con rinvio ha riaperto “la partita” rispetto ad un omicidio su cui ancora a 23 anni dal fatto non si è riusciti a individuare il killer. Ci sarà quindi un ennesimo processo di secondo grado.

Il movente dell’omicidio

Secondo le ipotesi accusatorie, la vittima andava punita, perché avrebbe agito “in maniera autonoma nel settore dei reati contro il patrimonio” in un’area territoriale sottoposta alla protezione e al controllo estorsivo della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. L’imputato risponde non solo di omicidio aggravato dalle modalità mafiose, ma anche di detenzione illegale del revolver calibro 38 usata per il fatto di sangue. “Circostanze aggravate dal metodo mafioso e posti in essere per agevolare l’attività della cosca confederata nell’ottica dell’affermazione del potere incontrastato della famiglia Iannazzo-Cannizzaro-Daponte sul proprio territorio di competenza”. L’uomo, in concorso con altre persone allo stato non identificate, avrebbe esploso una raffica di colpi di pistola all’indirizzo del 32enne, alcuni dei quali lo hanno raggiunto in parti vitali del corpo senza lasciargli scampo. Un delitto, avvenuto tra le 21 e le 23.30 di quel 10 novembre di oltre venti anni fa e maturato nel quadro di una strategia criminale della cosca confederata Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, volta a mantenere l’incontrastato controllo del territorio  sambiasino.

La riapertura del dibattimento

Durante la fase dibattimentale,i giudici di secondo grado avevano disposto la riapertura dell’istruttoria, ascoltando i collaboratori di giustizia Gennaro Pulice e Matteo Vescio, oltre al testimone Cosimino Berlingeri, che è stato messo a confronto con lo stesso Vescio, come richiesto dai giudici di Piazza Cavour, che hanno ravvisato lacune motivazionali da colmare, dal momento che la prima Corte di assise appello di Catanzaro in diversa composizione, “non aveva adeguatamente vagliato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. A iniziare dal criterio valutativo delle propalazioni dei pentiti Matteo Vescio e Gennaro Pulice che avevano accusato Daponte in base ad altri processi o per sentito dire, attraverso dichiarazioni de relato.

Vescio  aveva affermato che l’imputato si occupava di estorsioni ed era vicino alla cosca Iannazzo, per come riferitogli da terzi. Il pentito sapeva che a Lamezia comandavano i Iannazzo, ma di fatto non conosceva, né aveva mai incontrato l’imputato. Aveva anche parlato di un’altra fonte, fornendo una “diversa descrizione del fatto relativo all’individuazione del mandante e dell’esecutore, fonte che però non ha mai confermato di aver riferito a Vescio la dinamica e l’autore dell’omicidio, ma aveva detto di aver forse parlato con Vescio dell’omicidio e che aveva saputo di un litigio di Bucchino con Peppino Daponte, senza indicare quest’ultimo quale responsabile dell’omicidio”. 

A conclusioni analoghe per la Cassazione si è dovuti pervenire anche nei confronti di Pulice, il quale aveva riferito di aver saputo dallo stesso Daponte della sua responsabilità nell’omicidio, deciso per punire  Bucchino del furto di un trattore ad un’azienda agricola, di cui il titolare poteva godere della protezione della ‘ndrangheta avendo aderito alle loro richieste estorsive”. Trattore ritrovato tre giorni dopo il furto e il titolare della ditta, aveva escluso di aver subito atto estorsivo: “ma- per il Supremo Collegio- non esiste una motivazione pienamente adeguata rispetto agli elementi specifici relativi alla confidenza ricevuta dal collaboratore dal medesimo Daponte. La dichiarazione resa sull’argomento da Pulice è stata ritenuta credibile, in forza della generale valutazione di attendibilità del collaboratore di giustizia, senza fornire un pari approfondimento del contesto e delle modalità specifiche del fatto oggetto della confessione”. (LEGGI) Adesso però un nuovo processo di appello è chiamato a rivalutare la posizione di Daponte come richiesto dagli avvocati di parte civile Pietro Chiodo, Mary Aiello, Antonietta Scaglione, Giuseppe Tritolò, Anthony Vero, Giovanna Fragomele, Antonio Viscomi, Fabio Tirinato, Eliana Corapi, Giulia D’Agostino, Domenico Viscomi, Lucisano Sergio, Massimo Gimigliano, Caterina Flora Restuccia, Luca Gigliotti, Anselmo Mancuso, Domenico Pietragalla, Nunzio Sigillò.

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