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4 Giugno 2026
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Amendolara, la strage dei braccianti e i punti oscuri: dal caporalato alla pista etnica, tutti i dubbi dietro il rogo

La ricostruzione dell’eccidio nel self service: quattro migranti morti nella Fiat Ulysse, un sopravvissuto in fuga e due pachistani fermati. Ma il movente resta da chiarire: per la Procura il caporalato è una pista, non l’unica

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Una Fiat Ulysse trasformata in una trappola, quattro migranti morti tra fuoco e fumo, un sopravvissuto che sarebbe riuscito a salvarsi dopo una lotta disperata e due uomini fermati con l’accusa di aver dato fuoco al mezzo. Ma attorno alla strage di Amendolara, consumata in pieno giorno al distributore self service lungo la Statale 106, restano ancora molti punti da chiarire. Lo ha lasciato intendere anche il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, che sul movente non si è sbilanciato. Il caporalato è una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti, ma non l’unica. Ed è proprio dentro questa zona grigia che si muove l’inchiesta: sfruttamento nei campi, mancati pagamenti, controllo della manodopera, tensioni tra gruppi di diversa nazionalità e possibili rapporti con ambienti criminali del territorio.

Il sopravvissuto e la lotta per uscire dal rogo

Secondo la ricostruzione pubblicata da Repubblica, l’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, 35 anni, afgano originario di Jalalabad, conosceva da tempo i due pachistani fermati: Ahmed Safeer, 32 anni, detto “Bat”, residente a Villapiana Scalo, e Ali Raza, stessa età e stesso domicilio. I due sarebbero stati reclutatori di braccia per la raccolta delle fragole a Scanzano Jonico, in Basilicata. Lunedì, all’ora di pranzo, erano tutti a bordo del Fiat Ulysse: Ali Raza alla guida, Safeer al suo fianco, dietro quattro raccoglitori afgani e un pachistano. Tra loro anche Taj Mohammad, seduto nella parte posteriore del mezzo.

A bordo sarebbero nate discussioni. Il minivan, notato da un carabiniere forestale, sarebbe stato seguito fino al distributore Ip di Roseto, ad Amendolara. Il militare avrebbe richiamato il conducente per la guida pericolosa. Poi, una volta allontanatosi il carabiniere, sarebbe scattata la trappola. Ali Raza avrebbe aperto il portellone posteriore, mentre l’altro uomo sarebbe riuscito a scendere rompendo la maniglia interna. A quel punto sarebbe stata versata benzina nella parte posteriore dell’abitacolo e addosso ai passeggeri più vicini. Poi il fuoco. Taj Mohammad sarebbe stato investito dalle fiamme sulle spalle, sulle braccia e lungo la schiena. Avrebbe provato a sfondare i vetri con il gomito e con la testa, senza riuscirci.

L’unica via di fuga sarebbe rimasta il portellone posteriore. Il sopravvissuto sarebbe riuscito a spingersi oltre lo schienale e a raggiungere il vano bagagli. A quel punto uno degli aggressori avrebbe provato a bloccarlo. Ne sarebbe nata una colluttazione brevissima e disperata, vinta dalla forza della sopravvivenza: Taj Mohammad sarebbe riuscito a uscire dal mezzo, cadendo sull’asfalto e spegnendo da solo le fiamme sul proprio corpo.

Caporalato, soldi e controllo dei campi: il movente ancora da provare

Il nodo più delicato resta il movente. Una delle piste principali porta al caporalato. Le vittime, secondo quanto emerso, avrebbero reclamato il pagamento di un mese di lavoro e contestato anche i costi del trasporto: 5 euro al giorno che sarebbero stati pretesi dai presunti caporali fermati a Villapiana. Ma la Procura non considera questa l’unica spiegazione possibile. Resta infatti da verificare se dietro il massacro ci sia anche uno scontro tra gruppi di diversa nazionalità per il controllo del lavoro nei campi della zona. Una guerra povera e feroce, giocata sulla pelle dei braccianti stranieri, tra reclutamento, spostamenti, paghe, debiti e paura.

Gli inquirenti dovranno stabilire se i due pachistani fermati fossero semplici lavoratori, caporali, o se ricoprissero entrambi i ruoli all’interno del sistema di sfruttamento. Per chiarire questo passaggio potrebbe diventare decisivo anche il contributo delle aziende agricole del territorio, spesso in grado di ricostruire i rapporti reali tra i migranti impiegati nelle raccolte stagionali.

Benzina del distributore o taniche già pronte?

Un altro punto centrale riguarda la dinamica dell’incendio. Non è ancora definitivamente chiarito se per appiccare il fuoco sia stato utilizzato il carburante del distributore o se gli aggressori avessero portato con sé taniche già predisposte. È un dettaglio investigativo fondamentale. Perché cambia il peso della ricostruzione: usare benzina presa sul momento dal self service può indicare una decisione maturata in quei minuti; arrivare invece con taniche già pronte potrebbe rafforzare l’ipotesi di un piano preparato prima, con un grado diverso di premeditazione. Questo elemento aiuterà anche a capire quanto fossero profondi e datati i contrasti tra le vittime e i presunti autori della strage. Non solo una lite esplosa all’improvviso, dunque, ma forse il punto finale di tensioni maturate nel tempo.

Il terzo uomo, la fuga e la comunità “impenetrabile”

Dopo il rogo, i due sospettati sarebbero stati ripresi mentre si allontanavano a piedi. Ma resta da chiarire se abbiano agito completamente da soli o se qualcuno li abbia aiutati nella fuga. Secondo la ricostruzione, dopo essersi mossi tra la boscaglia di Amendolara, si sarebbero rifugiati a Trebisacce, in una comunità definita nel decreto di fermo “impenetrabile”. Alle 4.10 della notte, ormai martedì, sarebbero stati trovati ancora con addosso i vestiti ripresi dalle telecamere del distributore.

C’è poi la posizione di un terzo uomo, indicato come Kassan o Hassan, pachistano, descritto dal sopravvissuto come una persona violenta e in rapporti con organizzazioni criminali dell’area. I due fermati avrebbero provato a contattarlo, senza riuscirci. Nelle ore successive si era diffusa anche la notizia di un terzo fermo, poi smentita. Anche questo è un passaggio che l’inchiesta dovrà chiarire: se esistesse una rete più ampia, se vi fossero complici pronti ad aiutare la fuga, o se il massacro sia stato materialmente realizzato solo dai due uomini oggi accusati.

I corpi non ancora formalmente identificati

C’è poi un altro dato che misura l’orrore della scena: i corpi delle vittime, ridotti a cenere all’interno del minivan, non sarebbero ancora stati formalmente identificati, nonostante i documenti rinvenuti nell’abitazione dei migranti e i nomi già circolati sulla stampa. La violenza del rogo ha reso complessi gli accertamenti. Le generalità diffuse finora si basano sulle carte trovate nell’appartamento dove vivevano le vittime, ma la conferma formale dovrà arrivare dagli esami disposti dagli investigatori.

La crudeltà in pieno giorno davanti alle telecamere

Resta infine il punto più inquietante: perché agire così, in pieno giorno, in un luogo pubblico, davanti alle telecamere di sorveglianza e pochi minuti dopo il controllo di un carabiniere forestale? Gli inquirenti hanno parlato di “barbarie inspiegabile” e “crudeltà inenarrabile”. Due espressioni che restituiscono il livello dell’eccidio, ma anche l’apparente illogicità della condotta. I presunti aggressori avrebbero agito quasi incuranti di tutto: della presenza del distributore, dei testimoni, delle telecamere, del passaggio appena avvenuto del militare. È anche per questo che il movente resta il cuore dell’inchiesta. Perché una violenza così estrema, compiuta in modo così plateale, potrebbe non spiegarsi soltanto con una lite o con una rivendicazione economica. Potrebbe essere stata anche un messaggio. A chi, e per quale ragione, è la domanda alla quale ora dovranno rispondere gli investigatori.

Il sopravvissuto ora ha paura

Dopo essere stato soccorso e portato in ospedale con ustioni di secondo grado, Taj Mohammad Alamyar sarebbe fuggito. Avrebbe rifiutato la proposta della Cgil di un lavoro in un’azienda protetta e si sarebbe allontanato insieme all’amico Azratt Helal Armani. Secondo quanto emerso, i due avrebbero paura. Potrebbero aver raggiunto amici afgani in Calabria, ma non avrebbero lasciato un recapito alla polizia. Una scelta che aggiunge un altro tassello al quadro: la paura di chi è scampato a una strage e teme che dietro il rogo ci sia qualcosa di più grande dei due uomini fermati.

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