C’è un filo invisibile, ma robustissimo, che unisce le storiche roccaforti criminali della Calabria alle ricche praterie economiche della Lombardia. Il processo Hydra, che vede alla sbarra 45 imputati accusati di aver siglato un’inedita e presunta alleanza tra ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, rimarrà radicato nel capoluogo lombardo.
L’ottava sezione penale del Tribunale di Milano ha infatti respinto le eccezioni delle difese, confermando che il cuore pulsante del consorzio criminale ha iniziato a battere nel Milanese. Ma l’anima dell’inchiesta parla calabrese, attingendo a piene mani dalle indagini e dai procedimenti delle Direzioni Distrettuali Antimafia di Catanzaro e Reggio Calabria.
Il caso di Cosenza e la “lupara bianca” esportata al Nord
Il legame strettissimo con la terra d’origine emerge chiaramente dalle pieghe burocratiche dell’udienza. I giudici hanno infatti stralciato la posizione di un imputato calabrese nei cui confronti è stata pronunciata sentenza di non doversi procedere, poiché lo scorso anno era già stato giudicato dal Tribunale di Cosenza per gli stessi identici reati.
Non si esportano però solo gli uomini, ma anche i metodi più feroci e arcaici della criminalità organizzata d’origine. La Direzione Distrettuale Antimafia milanese ha infatti smentito categoricamente l’idea di una presenza mafiosa discreta e invisibile oltre i confini regionali, citando esplicitamente un drammatico caso di lupara bianca avvenuto in territorio lombardo.
Dai verbali di “Krimisa” ai testimoni di Catanzaro
Il terremoto giudiziario che sta scuotendo Milano affonda le sue radici nell’inchiesta Krimisa, lo storico blitz che ha colpito la potente “locale” di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, strettamente legata alla terra calabrese. Sono state proprio le rivelazioni di un personaggio di spicco di quella indagine a dare il via alle indagini di Hydra.
Per dimostrare l’esistenza di questa holding criminale, i magistrati sono pronti a mettere in piedi un’istruttoria imponente: tra i 484 testimoni che sfileranno in aula, un gruppo massiccio è composto da investigatori e testi legati a doppio filo ai procedimenti antimafia di Catanzaro, a dimostrazione di come la matrice dei clan calabresi rimanga il fulcro dell’intera architettura accusatoria.
Tensione in aula bunker: scatta l’allarme bomba
La tensione intorno al maxi procedimento è palpabile e questa mattina ha sfiorato il picco prima ancora dell’inizio dell’udienza. Durante la bonifica nell’aula bunker di via Filangieri, un cane del nucleo carabinieri cinofili ha fiutato qualcosa di sospetto tra i banchi della difesa. Il potenziale pericolo ha fatto scattare immediatamente i protocolli di sicurezza, richiedendo il tempestivo intervento degli artificieri; dopo accurati controlli, gli specialisti hanno accertato che si trattava fortunatamente di un falso allarme, permettendo l’inizio dei lavori in un clima comunque di massima allerta.









